Samira, una donna marocchina analfabeta, porta avanti un’impresa conosciuta in tutto il mondo
Scritto per noi da
Antonella Sinopoli
A volte
emigrare può rappresentare una sconfitta, al contrario restare
nel proprio paese una vittoria. Lo dimostra il caso di Samira una
donna marocchina che non ha mai saputo né leggere né
scrivere ma che oggi porta avanti un’impresa commerciale conosciuta
in tutto il mondo. E lo fa tra le fredde montagne di Atlas dove le
strade non arrivano e per raggiungere i villaggi bisogna proprio
volerci andare.
Sbarcare il lunario. Samira,
che ha superato la quarantina, ma non sa dire quando, aveva sempre
pensato che nella vita avrebbe continuano a sbarcare il lunario
realizzando i propri tappeti e lottando con il marito per convincerlo
(ogni volta era un’impresa) a scendere al più vicino souk
per tentare di venderne uno e portare a casa un po’ di soldi per
sfamare i figli. Ma Samira è stata più fortunata e un
bel giorno si è imbattuta nella macchina fotografica, lei e
gli ultimi tappeti che aveva appena finito di realizzare,
dell’antropologa americana Susan Davis. Quelle foto sono state
prima mostrate agli amici, poi sono finite su internet e da qui verso
il mondo intero. N’Kob Ait Ourghrda, è questo il nome del
villaggio dove ha avuto inizio ogni cosa, ormai sei anni fa, è
diventato allora il simbolo del possibile, di un sogno che si
trasforma in realtà. Donne divenute imprenditrici di se stesse
e per le quali anche i maschi del villaggio, compresi figli e mariti,
sono chiamati a lavorare. Ordinazione su ordinazione il commercio si
è allargato fino a diventare un grosso, ma controllato,
business. E Samira che fino a poco tempo fa aveva comunicato solo in
dialetto berbero e con i membri del suo villaggio, poche centinaia di
persone, ora usa internet e insegna alle altre donne la relazione
lavoro, guadagno, indipendenza.
Riscatto sociale. Il sito
www.marrakeshexpress.org
è la finestra sul mondo di queste poche decine di donne che
quando, raramente, incontrano uno straniero, prima di ogni altra cosa
lo fanno accomodare su colorati e spettacolari tappeti. E prima di
parlare di affari occorre sorseggiare un tè perché è
così che si accolgono gli ospiti di riguardo. Non più
di 700 persone, tanti sono gli abitanti di questo villaggio a 1600
metri, hanno così cambiato un po’ il loro punto di vista
riguardo al loro futuro e, perché no, riguardo ai rapporti
sociali tra uomo e donna. La storia di questo riscatto ha poi spinto
Ong e Enti locali, anche italiani, a elaborare progetti per
valorizzare la produzione artigianale di tappeti, kilim e hambel, in
zone all’interno del Marocco economicamente depresse e afflitte da
siccità. Ma niente potrà fare più di quello che
le stesse donne della comunità possono fare per se stesse. “In
Italia ci sono circa 150mila donne marocchine, ma di queste nemmeno
il 15% è inserito nel contesto sociale e lavorativo del Paese.
La maggior parte, soprattutto quelle che non hanno la cittadinanza
italiana, vive segregata in casa, umiliata dal proprio marito e dalla
condizione di immigrata senza risorse” ci spiega Souad Sbai,
presidente dell’Associazione delle donne marocchine in Italia. “In
Marocco, invece, esse sono protette da una fitta rete familiare e
dallo stesso Stato che con il nuovo diritto di famiglia del 2003
riconosce l’uguaglianza tra l’uomo e la donna”. “Non sono
rari i casi – conclude Sbai – in cui donne immigrate in Italia
hanno deciso di tornare in Marocco per divorziare dai propri mariti e
cercare di rifarsi una vita diversa da quella solitaria, clandestina
e senza prospettive di lavoro che avevano condotto in Italia”.