Il messaggio dello scrittore Antonio Tabucchi alla manifestazione di oggi, a Roma, per Rahmatullah Hanefi e Adjmal Nashkbandi.

L’amico Vauro mi chiede di esprimere solidarietà alla
manifestazione organizzata da Emergency per esigere la liberazione
dell’interprete Adjmal Nashkban sequestrato dai talebani e di Rahmatullah
Hanefi, aiutante del Professor Gino Strada. Quest’ultimo, come sappiamo, ha
fatto da mediatore per la liberazione di Daniele Mastrogiacomo. Il presidente
dell’Afghanistan Karzai lo ha arrestato in modo sleale e arbitrario,
probabilmente con l’intenzione di estorcere, con i metodi che possiamo
immaginare, informazioni da colui che era riuscito a stabilire con i talebani
quei contatti che si sono rivelati indispensabili per la liberazione del nostro
giornalista.
E’ per me un piacere e un onore rispondere all’invito di Vauro,
un giornalista e un intellettuale che in questi anni bui ha usato senza
parsimonia i propri efficacissimi mezzi espressivi per manifestare il proprio
ripudio della guerra. Così come ci aspetteremmo che la guerra fosse ripudiata
dall’Italia se essa tenesse conto della propria costituzione. Dell’articolo 11
secondo cui il nostro stato « ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle
controversie internazionali».
Ignorando platealmente la nostra costituzione, il nostro paese
ha invece contribuito, con altre potenze, ad infrangere il principio di autodeterminazione
dei popoli che in questi ultimi anni abbiamo visto beffato e calpestato con
inaudita arroganza.
Il conflitto afgano è stato utile anche a oscurare dai nostri
mezzi d’informazione e a distogliere dalla nostra attenzione l’immondo macello
che gli Stati Uniti hanno portato in Iraq con le loro menzognere motivazioni
d’intervento. La prima grossolana menzogna, che chiamerò “menzogna A”, riguarda le presunte armi di distruzione di
massa in possesso dell’Iraq. Ricordate ancora quella fialetta magica che Colin
Powell agitava fra le dita di fronte a una muta e impotente assemblea dell’ONU,
indicando nel contenuto di quel flaconcino la micidiale sostanza irachena non
trovata dagli osservatori dell’ONU e che avrebbe sterminato l’umanità? Ora
sappiamo cosa conteneva: era del puro whisky del Kentucky, quello stesso whisky
che adesso Colin Powell si sta gustando dopo essersi ritirato a vita privata.
Una
pozione per i citrulli come noi.
La menzogna seguente, che definiamo “menzogna B”, è stata che, in
assenza di qualsiasi arma di distruzione di massa, esclusi i residui gas
tossici che pochi anni prima gli americani avevano venduto a Saddam Hussein, gli
Stati Uniti invadevano l’Iraq per portarvi la democrazia. Si noti
l’ineccepibile consequenzialità logica fra A e B.
Ma su questa famosa democrazia indotta, le cui carneficine sono
all’ordine del giorno, avrei qualcosa da aggiungere. Ricordate l’esaltante
momento delle elezioni in Iraq? Ricordate quella fatidica cabina elettorale,
l’unica e sempre la stessa, che la televisione italiana mostrava in
un’inquadratura fissa come una volta si mostravano le pecore dell’intervallo?
E
vi ricordate quella signora irachena, l’unica e sempre la stessa, anche lei con
inquadratura fissa, che mostrava il dito intinto nell’inchiostro azzurro per
significare che per la prima volta in vita sua aveva partecipato a libere
elezioni? E vi ricordate le pensose e solenni dichiarazioni dei politici indigeni
(e per “indigeni” intendo i nostri)? Non mi riferisco solo ai politici di
destra, perché la destra per natura ama la democrazia portata con i
bombardamenti. Mi riferisco soprattutto ai politici di centro-sinistra. Ricordate
le loro dichiarazioni a “Porta a porta”? Consistevano in questa idea magnifica
e progressiva: che, anche se l’intervento bellico americano in Iraq non era
accettabile, comunque, male che fosse, la democrazia stava arrivando in Iraq,
e
quella cabina elettorale era lì a dimostrarlo.
Quella funebre farsa
elettorale priva di osservatori internazionali, in un paese devastato dalla
guerra, con una popolazione civile martoriata dai bombardamenti aerei era, per
i nostri ameni politici, la «democrazia irachena». Così come quel governo
fasullo, eletto in quelle elezioni fasulle è oggi per gli stessi ameni politici
che ogni sera sequestrano i nostri teleschermi il «legittimo governo iracheno».
Tanto che l’Italia ha inviato persino un ambasciatore.
In Afghanistan l’attuale governo del presidente Karzai è, come
quello iracheno, un governo fantoccio. Perché a quella burattinata di elezioni
svoltesi in quel paese e di cui alla televisione abbiamo visto brevi spezzoni
sui quali non si sapeva se ridere o piangere, non crederebbe neanche un bambino
con un basso indice di intelligenza. Anche se ormai questi volgari bugiardi che
dominano il mondo e che manipolano l’informazione non hanno più nessun rispetto
per la nostra intelligenza, sono arrivati a farci ingoiare le fandonie più
nefande. Una popolazione come quella afgana fatta di pastori e contadini,
analfabeta nella sua quasi totalità, sottoalimentata, tormentata da guerre
decennali, bombardata a tappeto dagli americani, strutturata sostanzialmente in
clan, bande e tribù, questa popolazione, secondo il sistema mediatico di cui
siamo vittime, avrebbe insediato con “libere elezioni” un “legittimo governo”
che ha come capo dello stato il signor Karzai, il «presidente più elegante del
mondo», come ho letto sulla nostra stampa. Un’eleganza dovuta ai mantelli di
cachemire che indossa. Fino a pochi anni fa, a Washington, quando era un agente
della CIA, il signor Karzai vestiva giacca e cravatta. Suo fratello gestisce
oggi in Afghanistan una delle regioni più produttive di oppio. E probabilmente,
seppur coperto da controfigure, quest’ineffabile fratello è uno dei signori
della guerra che in questo momento insanguina l’Afghanistan. Ma questo
indiscutibile fatto non l’ho mai sentito dire dai nostri allegri politici. Possibile
che non abbiano queste informazioni?
Per il Professor Gino Strada ho profonda ammirazione. Non è una
novità: ho scritto su lui e sull’organizzazione umanitaria da lui fondata più
di un articolo, sulla stampa italiana ed estera.
Paradosso dei paradossi, ho
addirittura dovuto difenderlo dall’accusa di “pacifismo”. Perché essere in sintonia
con lo spirito della Costituzione italiana in questo mondo alla rovescia dominato da tuttologi e da merli
canterini, cioè essere pacifisti è quasi un’infamia. Questa brutta gente che,
dalla stampa e dai teleschermi, inquina
con le sue chiacchiere le nostre coscienze e i nostri cervelli è riuscita a
imporre, a quasi cent’anni di distanza, il motto del fascista Martinetti:
guerra, unica igiene del mondo.
Una volta, per questi personaggi che amano le bombe e le
caserme nascondendole dietro le quinte di una loro curiosa idea della
democrazia, avevamo una parola che abbiamo lasciato nel dimenticatoio: “guerrafondai”.
Credo che sia venuto il momento di riprenderla, di usarla ancora come legittima
invettiva, perché è più attuale che
mai.
Grazie dell’attenzione,
Antonio Tabucchi