16/12/2004
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Molti rifiutano la scuola: "non è più un posto che fa per me"
E' iniziato venerdì scorso il programma sostenuto dal governo e dall'Unicef per
il reinserimento nella vita civile dei bambini soldato usciti dai movimenti ribelli
burundesi. Una prima fase iniziata nel gennaio 2004, aveva interessato l'esercito
regolare e la milizia filogovernativa chiamata Guardiani della pace e aveva portato
al reinserimento alla vita civile di 2261 di questi giovani militari. Si conta
che siano settemila i bambini soldato usciti dalle diverse organizzazioni militari
burundesi
Il programma di reinserimento. Sono entrati venerdì nel campo di reinserimento di Gitega i primi 182 ragazzi
per iniziare il difficile periodo di recupero ad una vita "normale", dopo anni
di guerra e di violenze,. Ma la maggior parte di questi giovani non sembra molto
interessata al ritorno a casa dai familiari e non vuole tornare sui banchi di
scuola, ma preferisce costruirsi una professione per potersi inserire subito nel
mondo del lavoro. "Non posso ritornare a scuola, non è più un posto che fa per
me" dice Alexandre, 16 anni, con l'idea in testa di diventare meccanico o autista.
"Ho visto delle cose terribili e queste immagini mi ritornano sempre in mente".
"Penso di essere diventato stupido" racconta Ephraim, un ragazzo di quindici
anni "la mia intelligenza è diminuita, il mio posto non è in una classe. Ho visto
molte violenze, ho visto molto sangue e molti cadaveri. Tutto questo mi ha segnato
profondamente”. Curare questi traumi dovuti a più di dieci anni di guerra sarà
la sfida più grande.
Questo programma si inserisce all'interno di un più ampio progetto che ha come
obiettivo quello di disarmare nei prossimi cinque anni 55 mila combattenti burundesi,
provenienti sia dall'esercito regolare che dai movimenti armati. Questi ex combattenti,
una volta consegnate le armi, dovranno passare dieci giorni in uno dei campi di
reinserimento dove verrà loro parlato di opportunità economiche, di diritti e
di responsabilità civiche, di pace e di riconciliazione nazionale, di salute e
di Hiv. Riceveranno per diciotto mesi un salario e potranno scegliere se reinserirsi
nella vita civile o entrare a far parte del nuovo esercito o della polizia.
Il processo di pace. Il Burundi, la cui popolazione è composta per l'85 per cento da hutu e per
il 15 per cento da tutsi, cerca oggi con difficoltà di uscire da una guerra civile
che dal 1993 ha portato trecentomila morti e un milione di sfollati. Questa guerra
civile ha visto fronteggiarsi fino al 2002 l'esercito, capeggiato dalla minoranza
tutsi, e i guerriglieri hutu delle Forze per la Difesa della Democrazia (FDD)
e del Fronte per la Liberazione Nazionale (FLN). L'8 ottobre 2003 governo e FDD
firmano un accordo per mettere in pratica quel cessate il fuoco concordato a dicembre
del 2002 e per ripartirsi seggi in parlamento e posizioni chiave nelle forze armate.
Dall'accordo restano fuori i ribelli del FLN, che rimangono l'unica fazione in
lotta, anche se non sembrano in grado di contrastare da soli il processo di pace
timidamente iniziato.
Sono infatti i fragili equilibri tra Hutu e Tutsi sanciti dalla nuova Costituzione
entrata in vigore il primo novembre a preoccupare maggiormente. Molti partiti
tutsi non si sentono abbastanza garantiti, nonostante una sproporzione fra seggi
assegnati e popolazione reale, e temono nelle prossime elezioni di sparire dalla
scena politica. Il referendum per l’approvazione della Costituzione, che in questi
giorni è slittato per la terza volta, stavolta in data da destinarsi, e le elezioni
previste per la prossima primavera saranno due date cruciali per capire a che
punto ci troviamo nel difficile e lungo cammino intrapreso dal Burundi verso la
pacificazione.
Red