
“Respingiamo fermamente le dichiarazioni del capo talebano
riguardo al fatto che Ajmal abbia lavorato in basi Usa o che abbia uno zio che
è a capo del distretto di Bagram”, ci dice al telefono Muneer Naqshbandi, fratello
di
Ajmal, contattato questa mattina. “Voglio ribadirlo con
chiarezza: queste dichiarazioni sono false e non sappiamo perché le abbia
fatte. Ajmal non ha mai lavorato per gli americani: è un giornalista freelance
che ha collaborato con varie testate, tra cui
Bbc,
Tokyo Times e
La Repubblica.
E tutti i suoi zii svolgono lavori privati, non governativi: tre sono
negozianti, uno è banchiere e un altro è insegnante di scuola. Il nostro
messaggio per Sua Eminenza il presidente Hamid Karzai – prosegue Muneer – è
che, come il governo italiano si è impegnato per salvare il reporter italiano,
così il nostro governo deve impegnarsi per salvare mio fratello Ajmal. Il
governo afgano ha il dovere di prendersi cura di tutti i suoi cittadini e deve
salvare la vita di mio fratello ad ogni costo. Ringraziamo il popolo italiano
per la vicinanza che sta
mostrando alla nostra famiglia e contemporaneamente chiediamo gentilmente anche
al governo italiano di impegnarsi maggiormente per liberare Ajmal. Crediamo
fermamente che la vita di un essere umano sia importante al di là della sua
nazionalità. Chiediamo alla stampa, ai media e alla comunità internazionale di
fare tutto quello che possono per salvare la vita di mio fratello”.
Con queste parole, i familiari dell’interprete di Daniele
Mastrogiacomo, reagiscono all’intervista video del mullah Dadullah
trasmessa
ieri da Sky Italia, nella quale il comandante talebano dichiara che
Ajmal è
ancora in mano sua e detta le condizioni per la sua liberazione. “Così
come il governo italiano ha agito nell'interesse del
suo popolo e ha avuto a cuore il destino di un connazionale, e si è
adoperato
per liberarlo, così dovrebbe agire Karzai Allo stesso modo degli
italiani,
Karzai deve parlare con noi per Adjmal”, spiega Dadullah. “Così come è
avvenuto per la liberazione di Daniele, ottenuta con il
rilascio di alcuni nostri combattenti, chiediamo al governo Karzai di
liberare
due nostri uomini in prigione
(non
specifica quali, ndr) in cambio della libertà di Adjmal. Deve avere cura di
quest’uomo e preoccuparsi per il suo destino. Karzai finora ha ottenuto la
liberazione di stranieri, ma non quella di un cittadino afgano. Ma in realtà
noi pensiamo che Karzai non sia il vero presidente, ma solo un burattino al
comando dell'ambasciata italiana, dell'ambasciata inglese oppure agli ordini di
Bush. Le persone che lo circondano e lavorano con lui stanno commettendo un
grave errore. Devono chiedere scusa e pentirsi. Lo zio di Adjmal è responsabile
governativo del distretto di Bagram. E lui personalmente ha lavorato, in
passato, nella base aerea americana che c'è a Bagram. Per il governo di Kabul
non ci sono altre opzioni, deve trattare con noi. Se questo non accade,
inshallah, Ajmal verrà ucciso”.
Intanto, a Kabul, l’ambasciatore italiano Ettore Sequi, è ancora in
attesa di una risposta da parte del governo afgano alla sua richiesta di
visitare in carcere Rahmatullah Hanefi, accompagnato da un responsabile di
Emergency. Difficile che oggi si sappia qualcosa, poiché di venerdì, giorno di
festa, nulla si muove in questo paese. “Sto continuando a pressare i vertici
dei servizi segreti afgani perché acconsentano alla richiesta mia e di
Emergency”, ci ha detto questa mattina Sequi, contattato telefonicamente.
“Riteniamo fondamentale potare parlare con Rahmatullah Hanefi di persona.
Speriamo di avere presto il permesso delle autorità afgane”.