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La chiesa. Eretta tra il 915 e il 921 dopo Cristo su un'isoletta nel lago di Van, oggi
estremo sud-est della Turchia ma all'epoca terra di cultura armena, la “Cattedrale
della Santa Croce” di Akdamar (o Akthamar, in turco) era stata lasciata andare
alla deriva dopo lo sterminio degli armeni durante la Prima guerra mondiale, quando
si calcola che dal milione al milione e mezzo di persone furono uccise. L'acqua
piovana penetrava dal soffitto, i forti venti della zona avevano eroso la struttura
in arenaria. Con un restauro iniziato nel 2005 e costato circa 1,5 milioni di
euro, le autorità turche hanno rimesso a nuovo l'edificio. Senza però soddisfare
una richiesta della Chiesa armena, che sul tetto venga posizionata una croce.
Il rifiuto è stato motivato con il fatto che quello di Akdamar non è un più un
luogo di culto ma un museo, come la chiesa-moschea di Aya Sofia a Istanbul, e
quindi non dovrebbe avere un'etichetta confessionale.
Rapporti tesi. Tra i due Paesi, divisi da un confine che la Turchia ha chiuso nel 1993 per dimostrare
il suo appoggio all'Azerbaigian nel conflitto per la regione contesa del Nagorno-Karabakh,
non esistono tuttora relazioni diplomatiche. Per arrivare in Turchia, la delegazione
armena è dovuta passare per la Georgia. E la questione del genocidio armeno –
un argomento tabù in Turchia – è più che mai attuale. Lo scrittore-giornalista
Hrant Dink, ucciso a Istanbul lo scorso gennaio da un giovane nazionalista turco,
era stato condannato a sei mesi con la condizionale proprio per aver sfidato la
linea ufficiale di Ankara, secondo cui quella degli armeni fu sì una tragedia,
ma prodotto di un conflitto interno all'ex impero ottomano mentre questo era in
guerra con la Russia. Proprio in questi giorni, l'argomento sta provocando tensioni
anche tra Turchia e Stati Uniti: il Congresso di Washington sta infatti esaminando
una risoluzione per riconoscere ufficialmente il genocidio. Alessandro Ursic