Nelle sale il controverso '300', adattato da Frank Miller con alcune tendenziose libertà
Scritto per noi da
Mario Baccigalupi*
Donne e metafore. In altri tempi, sarebbe stato facile farsi ammaliare dalle meraviglie estetiche
di 300, soprattutto per chi ha amato i fumetti di Frank Miller. Nonostante tutta
la sua brutale violenza, poi, la marcata interpretazione pop-fantasy della battaglia
dalle Termopili sarebbe bastata a distanziare provvidenzialmente la visione milleriana
di Sparta dal nostro complicato presente. Invece, proprio se si è apprezzata la
materia narrativa in questione al punto da conoscerla a menadito, non si possono
trascurare alcune novità sostanziali apportate in sceneggiatura, complice la relativa
brevità della graphic novel originale. In particolare, è il controcampo politico
della vicenda, per di più affidato ad una donna, a far affiorare il messaggio,
o peggio, la rozza metafora attribuita dalla pellicola al sacrificio del contingente
personale di Re Leonida, con l'intento di aggiornare a fini propagandistici la
trama di partenza, datata 1999. Così Gorgo, moglie e consigliera di Leonida, da
personaggio quasi “mono-battuta” (nel fumetto saluta Leonida alla sua partenza,
esortandolo a tornare “con o sopra lo scudo”, cioè vivo o morto, ma a tornare)
diventa lo strumento politico per far capire agli spartani quanto sia importante
l'invio di nuove truppe al fronte, tanto che da questo momento in poi l'associazione
mentale tra la regina spartana e Condoleeza Rice riesce a strappare un sorriso
a qualsiasi spettatore. C'è meno da ridere, però, quando il re spartano pronuncia
parole sull'esempio che il mondo trarrà dagli “uomini liberi che si opposero ad
un tiranno”, oppure quando altre battute escono dal tracciato originale per avventurarsi
in territori densi di retorica da film bellico anni '50, con poca lungimiranza
anche sul piano artistico.
Retorica cinematografica. L'ispirazione di partenza di Miller deriva dal peplum del '62 “The 300 Spartans”
- più verosimile sul piano storico, nonostante i suoi fondali di cartone – ma
l'autore scelse di trascurare la parte più politica della vicenda per concentrarsi
sul tema del sacrificio e sulle figure antitetiche di Leonida e del Re-Dio Serse.
Anche per questo motivo, l'originale cartaceo di 300, più che ad un dramma storico,
era vicino ad una serrata opera tragica, sintetica come vogliono i dettami del
fumetto e cadenzata solo dalle ondate dell'esercito persiano. Nel film, invece,
pur permanendo gran parte delle righe di testo scritte dal fumettista americano,
la storia è dilatata su registri al limite del provocatorio, con conseguente aggiornamento
della retorica cinematografica di destra secondo i dettami del cinema moderno
d'azione, da The Matrix in poi. Ciò non significa che Miller sia meno reazionario
di quanto si racconti, ma almeno queste considerazioni possono difendere i poveri
lettori progressisti dalla sensazione di aver goduto per anni, inconsapevolmente,
di prodotti editoriali dall'aura violenta e fascista.
Un accenno di fantasy. Quindi, è giusto almeno invitare ad un minimo di attenzione chi ha salutato
il film di Zack Snyder come la perfetta trasposizione del modello originale. La
versione cinematografica di 300 è molto meno fedele di quella di Sin City, altra
opera di Miller, e non perché esuli completamente dai contenuti originali del
fumetto, ma perché, con il suo sforzo di aggiungere tendenziosamente parti inedite,
mina dalle fondamenta la godibilità del film da parte di un pubblico attento e
consapevole, proprio nell'anno in cui Clint Estwood, con il suo "Letters from
Iwo Jima", ha seppellito definitivamente l'idea di un nemico bi-dimensionale e
privo di umanità. Peccato, perché ad una prima visione viene quasi voglia di tagliare
personalmente tutta la ridicola vicenda di Gorgo e del “democratico” consiglio
degli spartani, riportando la bilancia dalla parte di uno spettacolo fantasy che,
seppur violento, portava con se “solo” qualche riflessione superomistica e antireligiosa
in odor di Nietzsche.