Il romanzo dell'esordiente Sherko Fatah, viaggio di un contrabbandiere in una terra desolata e impoverita
Scritto per noi da
Barbara Romagnoli
Solo il presente deve esistere. Va avanti e indietro tra l'Iraq e la terra di nessuno, il Kurdistan mai nominato,
a cavallo tra le montagne di confine tra Iraq, Turchia e Iran, e commercia illegalmente
la merce sotto embargo: alcool, computer, sigarette e altri beni introvabili nella
sua terra. Patria fintamente pacificata, di fatto impoverita e desolata dopo il
conflitto con l'Iran e il primo attacco statunitense. Pagina dopo pagina anche
noi ci ritroviamo in questo ripetersi di un viaggio pericoloso ma necessario per
il 'contrabbandiere', protagonista senza nome del romanzo 'Terra di confine' di
Sherko Fatah, da poco tradotto in Italia (Isbn edizioni, 249 pagine, 14 euro,
traduzione di Cristina Vezzaro). Pubblicato e premiato in Germania come migliore
romanzo d'esordio del 2001, il romanzo di Fatah, scrittore tedesco di origini
kurdo-irachene, è un testo non facilissimo all'inizio, scritto con uno stile scarno
ed essenziale e con pochi, voluti, punti di riferimento spazio-temporali. Sappiamo
che di essere in Iraq più dal sottotitolo del volume - 'romanzo iracheno' - che
non da precise indicazioni nel testo. Ma se i contorni sono un po' labili, è forte
l'impatto con la realtà del conflitto ancora in atto, anzi con una guerra mascherata
da dopoguerra, dove non è possibile per la popolazione tornare alla vita 'normale'
e la violenza è palpabile e vicina, incarnata anche da uno dei pochi personaggi
con un nome, Beno, ambiguo funzionario della polizia segreta che cinicamente dice
al contrabbandiere: "in questo Paese non c'è più nessun passato e non ci sarà
più alcun futuro. Solo il presente deve esistere: il resto è zona vietata".
Passeggiata tra le mine. Zona vietata dove si cammina temendo di incontrare predoni, soldatesche allo
sbaraglio e fantasmi di eserciti bambini. Soprattutto si cammina rischiando di
saltare in aria con quegli aggeggi che sembrano giocattoli, spesso fabbricati
qui in Europa, in Italia. E' diventata la sfida principale del contrabbandiere,
oltrepassare quel lembo di terra dove civili inermi perdono la vita per una semplice
passeggiata. Per lui è questione di sopravvivenza, deve oltrepassare il confine,
ma è diventata anche una sorta di arte, di meticolosa professione: 'mina dopo
mina chiuse il sentiero dietro di sé, lo rese inaccessibile e invisibile. Quella
parte del ritorno gli aveva sempre procurato una curiosa soddisfazione, poichè
diventava evidente che il sentiero era di sua proprietà. Esisteva nella sua testa
e da nessun'altra parte'. Conosce ogni centimetro di quella terra perchè solo
in aperta campagna i rapporti sono ribilanciati; molte cose sono minacciose, ma
tutto è anche aperto, ci sono spazi che nessuno può colmare in continuazione.
perfino le unità speciali potevano fare solo controlli a campione. Trovare e sfruttare
quegli spazi, quei passaggi nascosti era il suo mestiere e ormai anche la sua
passione'.
Alla ricerca del figlio. Ma il viaggio del contrabbandiere diventa anche la ricerca del figlio tredicenne,
sparito da casa, considerato un terrorista dai servizi segreti, forse in contatto
con gruppi religiosi estremisti finanziati dall'Iran. Non sa l'uomo, quando intraprende
l'ultimo viaggio, che il figlio è morto, ma sa che la sua vita è cambiata: ha
lasciato la moglie, con la quale non riesce più a comunicare, e anche gli altri
figli; è tradito dal cognato con cui sta in affari e cerca di recuperare un rapporto
con la sorella. Le figure femminili sono appena tratteggiate in questo romanzo,
apparentemente sottomesse eppure così forti alle prese con la 'cura dell'incurabile'. Verso
la fine, quando pensiamo di esserci oramai abituati all'atmosfera senza protezione
alcuna del deserto, alla paura di una vita sospesa tra le mine e di un viaggio
che procede anche attraverso ricordi dolorosi e l'impossibilità di pensare il
futuro, compare la tortura. E' descritta in brevi pagine che sono pugni allo stomaco,
perchè sappiamo, come il contrabbandiere, che ancora e ancora il popolo iracheno
dovrà subirla.