26/01/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Reportage da un campo profughi e da una base della guerriglia Karen, tra Myanmar e Thailandia
scritto per noi da
Eva Pedrelli
 
“I soldati dell’esercito governativo entrarono nel mio villaggio. Chi era nei campi come me riuscì a fuggire nella giungla. I militari circondarono la mia casa e appiccarono il fuoco. I miei genitori bruciarono vivi. Il giorno dopo andammo a cercare le ossa per sotterrarle”. Così racconta Eh Doh, 15 anni. Vive nel campo profughi di Mae La, in Thailandia e aspetta con ansia che cominci il suo tirocinio militare nell'Unione Nazionale Karen (KNU). “Qui ho la possibilità di studiare ma, appena avrò il diploma, combatterò per difendere tutti i Karen”, spiega Eh.

I ribelli del movimento armato separatista KNU da cinquataquattro anni sono in lotta con il governo del Myanmar (ex Birmania) per l’autonomia dello stato Karen. Nell’ultima settimana il generale Bo Mya, leader del Knu, ha incontrato il primo ministro Khin Nyunt e l’ex premier della giunta Than Shwe per formalizzare i negoziati sul cessate il fuoco. Il 10 dicembre scorso, infatti, le due parti avevano raggiunto un accordo verbale ma, di fatto, gli attacchi da parte dell’esercito governativo sono continuati.

Durante quest’ultimo mese nei soli due distretti Karen di Taungoo e Pa-pun sono scomparse oltre trecento persone, mentre altre tremila sono state cacciate dai loro villaggi. I soldati del Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo (come si fa chiamare la giunta al potere in Myanmar) hanno bruciato le case di centinaia di famiglie, costringendole a rifugiarsi nella giungla.
I ribelli non hanno intenzione di abbandonare le armi e di accontentarsi dell’autonomia limitata e controllata proposta loro dal governo. “I soldati dell’SPDC sono malnutriti e male addestrati. Quando li catturiamo, sono stremati e impauriti. Se devono scegliere di rientrare in Birmania o rifugiarsi in Thailandia, scelgono sempre la seconda opzione”, dichiara il Maggiore Ksha Ka Lu. E aggiunge: “Anche questo ci dà la forza di continuare. La situazione deve cambiare. La gente è stanca e i dittatori non possono durare in eterno.”

Sulle montagne, nella giungla, vicino al confine con la Thailandia, si trovano i campi militari delle brigate del KNU. In ogni base, fatta di capanne di bamboo, vivono una cinquantina di soldati e da qui difendono il loro stato dagli attacchi dell’SPDC. Ma le finanze scarseggiano nel KNU. Così, in ciabatte e con fucili arrugginiti, giovani e, spesso, bambini affrontano le ben più equipaggiate milizie del governo, che a suon di colpi di mortaio attaccano i campi dalle montagne.
Si svegliano prima dell’alba. Nel freddo infilano mezze divise e si radunano all’alzabandiera per intonare l’inno nazionale Karen, da anni bandito dal governo. Con vecchie ricetrasmittenti cercano di intercettare la posizione del nemico. Un pugno di riso intriso di acqua e di pesce e poi spariscono nella foresta pregando che il loro dio li protegga ed eviti loro di saltare su una delle migliaia di mine antiuomo che infestano la regione.

Il 23 dicembre scorso, i Karen hanno festeggiato l’arrivo del nuovo anno, secondo le loro credenze il 2743. I festeggiamenti si sono tenuti al campo My Aye Bu del Battaglione 202 della settima Brigata del KNU. La gente è arrivata dai villaggi improvvisati nella giungla e dai campi profughi passando il fiume Moei per ascoltare il discorso del capo storico Bo Mya: “I negoziati con il governo per il cessate il fuoco sono cominciati ma potrebbero durare anche due anni. Chi di voi è rifugiato nella giungla o nei campi profughi, non deve ritornare ai propri villaggi perché la situazione è ancora tesa ed è molto pericoloso.” Il generale ha poi sottolineato: “Chiedo ai giovani di avere fede, onorare i caduti, mantenere alto il nome del popolo Karen, ricordando che non vale la pena di vivere in una nazione senza dignità”.

Mentre il Colonnello Khe Nay ricordava che la cerimonia si poteva svolgere in maniera pacifica grazie agli sforzi diplomatici del leader, che due settimane prima aveva raggiunto l’ accordo di cessate il fuoco verbale, nel campo del battaglione 18 colpi di mortaio cadevano dal cielo sulla gente. Bo Mya dichiarava ai giornalisti che si auspicava che i futuri incontri con i rappresentanti del regime, si svolgessero in territorio neutrale, a Bangkok. La giunta ha risposto negativamente a questa richiesta, sottolineando che “i disaccordi vanno risolti in casa”, nella capitale birmana Yangon. Il 22 gennaio una delegazione di 21 membri del KNU ha lasciato Yangon dopo cinque giorni di trattative, ma non è ancora chiaro se il cessate il fuoco sia stato firmato o meno.

Categoria: Profughi
Luogo: Thailandia