Almeno 150 morti (ma stando all'ambasciatore tedesco a Kinshasa le vittime potrebbero
essere 600), un numero imprecisato
di feriti e l'intero processo politico del dopoguerra rimesso in
discussione. Gli scontri che, da giovedì scorso, hanno opposto
l'esercito agli uomini dell'ex-vicepresidente ed ex-ribelle
Jean-Pierre Bemba rischiano di destabilizzare il gigante Congo,
uscito da una guerra che in cinque anni ha provocato 4 milioni di
morti. L'opinione di Jason Stearns, analista esperto di Africa
centrale dell'International Crisis Group.
Scontri. I combattimenti esplosi nella capitale
Kinshasa giovedì, provocati dal rifiuto delle centinaia di
uomini della guardia personale di Bemba di consegnare le armi, come
chiesto dall'esercito la settimana prima, hanno avuto un effetto
dirompente nel panorama politico congolese: Bemba, uscito sconfitto
dal
ballottaggio presidenziale dello scorso ottobre, si è
rifugiato nell'ambasciata sudafricana, braccato da un mandato di
cattura per alto tradimento emesso dalla giustizia congolese. I suoi
uomini, usciti sconfitti dal confronto con le Forze Armate, si sono
in buona parte arresi volontariamente. Ma quella del presidente
Joseph Kabila potrebbe rivelarsi una vittoria di Pirro: isolato nella
capitale Kinshasa, dove la maggioranza della popolazione sostiene
Bemba, così come in tutto l'ovest del Paese, Kabila potrebbe
dover affrontare la rabbia della popolazione, già ai ferri
corti con il nuovo esecutivo a pochi mesi dal suo insediamento.
Divisioni. “L'opposizione è
debole e marginalizzata, in
Parlamento e nelle amministrazioni provinciali non ha praticamente alcun potere
nonostante Bemba al
ballottaggio abbia ottenuto il 42 percento delle preferenze –
dichiara Stearns a PeaceReporter – L'isolamento di Bemba
potrebbe incoraggiare i suoi sostenitori, che non si sentono
rappresentati dalla nuova amministrazione, a scendere per le strade.
Anche perché, se Bemba dovesse essere arrestato, difficilmente
un altro leader del suo peso potrebbe raccoglierne l'eredità”.
L'attuale quadro politico congolese rispecchia un sistema ben poco
democratico, con poche garanzie per chi esce sconfitto dalle urne. Il
fatto che Kabila e Bemba non siano riusciti ad accordarsi sulla
questione del disarmo (secondo la nuova Costituzione, Bemba ha
diritto solo a 15 guardie armate) lo dimostra. “Il governo ha
formalmente ragione, ma la situazione attuale deriva dal fatto che, a
fine transizione, sulla questione del disarmo non si è trovato
un accordo soddisfacente tra le parti – continua Sterns – accordo
che sarebbe comunque stato possibile raggiungere anche prima di
giovedì scorso. Il problema è che la questione è
stata manipolata dai falchi di entrambi gli schieramenti, decisi a
farla finita con gli avversari politici”.
Futuro. Gli incidenti lasciano una pesante
ipoteca sul futuro del Congo, uscito da poco da una devastante guerra
e le cui regioni orientali sono ancora infestate da gruppi armati che
ne minano la stabilità. Secondo Stearns, però, “non è
realistico pensare a una ripresa del conflitto. La guerra in Congo è
stata finanziata per anni da attori stranieri, comprese le nazioni
confinanti. Uno scenario del genere al momento non è
riproponibile, anche se non è da escludere l'organizzazione di
un colpo di stato contro Kabila”. Peccato che il Congo, ridotto
senza infrastrutture, con un'economia al collasso e con un processo
democratico avviato solo da pochi mesi, abbia bisogno di ben altro
per risollevarsi.