Quando Karel Phil Erari, un prete protestante di mezza età, ha iniziato il sermone,
i suoi centocinquanta fedeli, per lo più uomini, non sono riusciti a trattenere
il sorriso. “Le ragazze di Papua vi mandano un messaggio”, ha esordito il parroco.
“Chiedono a tutti i maschi papuasi di sposare le giovani della loro terra

, per amore dei posteri”. In realtà non era così singolare che Karel lanciasse
questo appello nel primo
meeting (lo scorso fine settimana) dei papuasi emigrati nella capitale indonesiana Jakarta:
gli originari della Papua occidentale, metà ovest della Nuova Guinea, temono per
la sopravvivenza delle oltre trecento tribù che abitano questa parte dell’isola.
Dopo l’indipendenza dall’Olanda ottenuta nel 1962 e la successiva annessione
all’Indonesia un anno più tardi, una delle popolazioni più varie del pianeta –
per lingua e tradizioni – è stata vittima del conflitto tra esercito indonesiano
e Movimento per la Papua libera (Opm), che tuttora lotta per l’indipendenza della
regione. In quarant’anni di guerra sono morte migliaia di persone su un totale
di circa 1 milione di abitanti.
Continue violazioni dei diritti. “Temiamo la perdita della nostra cultura, ma soprattutto di non sopravvivere
a Papua”, ha dichiarato Leonard Imbiri, segretario generale del Consiglio culturale
papuaso che ha partecipato al meeting. Gli scontri non riguardano solo i militari e i ribelli separatisti. L’Esercito
ha continuato a compiere esecuzioni extragiudiziali, torture, stupri e rapimenti
a danno dei civili. Pochi giorni fa, il 7 dicembre, è stato il quarto anniversario
della tragedia di Abepura, dove in diversi raid della polizia tre studenti furono uccisi e altri cento vennero torturati. Amnesty International ha denunciato l’impunità di quei crimini: “La polizia non ha collaborato per
fare giustizia e i testimoni hanno subito intimidazioni. Solo due dei 25 colpevoli
sono stati citati in giudizio. I processi sono iniziati con un grave ritardo nel
maggio scorso, ma i poliziotti sotto accusa sono ancora in servizio”. Dopo Abepura
le violenze non sono cessate: nel 2002 la Commissione nazionale sui diritti umani,
Komnas HAM, ha registrato assassini, stupri, sparizioni, torture e arresti arbitrari
a danno di decine di abitanti di vari villaggi. Migliaia di contadini, inoltre,
sono stati costretti a rifugiarsi in campi profughi, dove 42 persone sono decedute
per fame e stenti.
Il 2004. E poi di nuovo abusi nell’ultimo anno. Il 17 agosto 2004 l’esercito ha lanciato
un’offensiva nel distretto di
Puncak Jaya per stanare un gruppo armato legato all’Opm. Moltissime case sono andate distrutte
e centinaia di civili hanno cercato rifugio nella giungla. Un mese dopo, il 14
settembre, un prete è stato ucciso a colpi di arma da fuoco. La versione ufficiale
dice che l’uomo è stato la vittima collaterale di una battaglia tra soldati e
guerriglieri, ma non è escluso che possa essere stato giustiziato nella sua parrocchia
dai militari. Il 12 ottobre e il 12 novembre ci sono state le imboscate da parte
di ignoti rispettivamente contro un convoglio di muratori e contro quello di un’organizzazione
umanitaria.
La testimonianza di Survival. A Papua il malcontento e la sfiducia verso il governo centrale crescono di giorno
in giorno. Jakarta trascura i papuasi e li emargina dal punto di vista, politico,
economico e culturale. “Le tribù della Papua occidentale – dice Francesca Casella
di
Survival - sono vittime di una politica di ‘trasmigrazione’ che muove masse di coloni
musulmani indonesiani verso la regione per farli mischiare ai papuasi, che sono
invece cristiani o animisti. Il governo indonesiano vuole così togliere loro il
controllo economico e politico del territorio. A chiedere l’indipendenza, inoltre,
non sono solo i ribelli, ma anche molti movimenti pacifici che sono stati perseguitati
dalle autorità”. Nel ‘69 si tenne un referendum farsa sull’indipendenza della
regione e il risultato - a causa del controllo indonesiano - fu a favore dell’annessione
all’Arcipelago. Infatti fu permesso di votare a soltanto 1.025 papuasi, alcuni
dei quali si trovarono con un’arma puntata alla nuca.
Miseria della popolazione e ricchezza di risorse. La Papua occidentale è una terra con molte risorse

naturali: minerali preziosi, petrolio, gas naturale e legname. Nonostante ciò,
gran parte della popolazione vive ai limiti della sopravvivenza, perché queste
ricchezze vengono sfruttate dalle multinazionali straniere e dal governo indonesiano.
La compagnia americana Freeport McMoRan e l’inglese Rio Tinto, per esempio, controllano
la famosa ‘Grasberg’, la miniera d’oro e rame più grande del mondo. L’impatto
ambientale della Grasberg è devastante: questa si trova su montagne sacre per
le tribù locali che sono state costrette ad abbandonare le loro terre una volta
iniziate le estrazioni. I detriti della miniera poi arrivano fino a valle.
Le concessioni del 2001, che hanno dato alla Papua occidentale l’autonomia e
hanno permesso ai nativi di godere dell’80 per cento dei profitti della vendita
dei minerali e dei prodotti agricoli, non sembrano aver migliorato la situazione.
I papuasi non hanno accesso a un’educazione base e a cure mediche adeguate e negli
ultimi anni sono sempre di più quelli che si ammalano di Aids: nel distretto di
Sorong lo scorso anno il 17 per cento delle prostitute aveva contratto il virus
dell’ Hiv.
Il fantasma Timor Est. Per quanto riguarda il conflitto, inoltre, non si può ben sperare per il futuro:
“Dopo che Timor Est è diventata indipendente dall’Indonesia – aggiunge Francesca
Casella di Survival - quest’ultima ha intensificato la repressione delle aspirazioni separatiste
di Papua”. Nel 2004 Timbun Silaen, capo della polizia a Timor Est durante gli
spargimenti di sangue, ha assunto lo stesso incarico a Papua. E qui sarebbe arrivato
anche Eurico Guterres, il leader della milizia anti-indipendentista accusato di
una serie di stragi contro i timorensi.