24/03/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Il dibattito sulle responsabilità della tratta divide ancora il mondo
Venticinque marzo 1807: la Gran Bretagna è la prima nazione europea a mettere fuorilegge la schiavitù, creando un precedente fondamentale per la fine della tratta degli schiavi, praticata dalle principali potenze europee sin dall'inizio del '500. A pochi giorni dal duecentesimo anniversario dell'evento, il dibattito sui costi e le responsabilità della schiavitù torna a farsi aspro: da una parte si accusa le nazioni europee di non aver fatto abbastanza per riparare al danno, dall'altra si sottolinea come alla tratta degli schiavi abbiano partecipato anche le comunità africane.

Numeri. In circa 350 anni, sono stati decine di milioni gli africani che, principalmente dal golfo di Guinea, furono imbarcati per finire a lavorare nelle piantagioni dell'America Latina. Una tratta che, secondo la maggior parte degli storici, avrebbe contribuito in maniera determinante allo sviluppo capitalistico dei Paesi europei coinvolti (non solo Gran Bretagna, ma anche Portogallo, Spagna, Francia e Olanda), oltre che alla stagnazione demografica dell'Africa e alla spoliazione delle sue preziose materie prime. Città inglesi come Bristol e Liverpool, diventate tra i principali porti europei durante l'età moderna, devono gran parte della loro fortuna al commercio degli schiavi. Per questo molti stati africani chiedono alle nazioni europee compensazioni adeguate per le sofferenze subite e per il mancato sviluppo dei loro territori.

Scuse.
Pochi giorni fa, il premier britannico Tony Blair è tornato sulla questione schiavitù, definendola “inaccettabile” e chiedendo nuovamente perdono per i misfatti compiuti dalla Gran Bretagna. Dichiarazioni che, oltre a non soddisfare buona parte dei leader africani, non convincono neanche Molefi Kete Asante, professore del Dipartimento di Studi Afro-Americani alla Temple University. “Le dichiarazioni di Blair sono un primo passo – riferisce a PeaceReporter – ma la mia opinione è che qualsiasi scusa dovrebbe includere una promessa di risarcimento per l'Africa”. Non sono poche le associazioni che, soprattutto in Africa, si battono per ottenere compensazioni economiche dai Paesi europei e dagli Stati Uniti per la loro partecipazione alla tratta. “Ovviamente il danno è impossibile da quantificare – continua Asante – per questo il risarcimento dovrebbe essere più che altro un atto morale dovuto, un tentativo di riparare il danno fatto. E' importante sottolineare che l'Africa non ha  debiti di alcun tipo nei confronti dell'Europa”.

La fortezza di Elmina in Ghana Colpe. Le responsabilità nel commercio degli schiavi non ricadono però solamente sugli europei: molti studiosi ricordano infatti come anche gli africani, in qualità di intermediari o di “cacciatori”, abbiano partecipato alla tratta. Un fatto ricordato recentemente anche dal presidente ghanese John Kufuor, che ha invitato a non nascondere le colpe di chi, anche in Africa, ha preso parte al commercio di anime. Una visione condivisa però solo in parte da Asante: “il numero degli africani che hanno lucrato sulla tratta degli schiavi è assolutamente trascurabile – conclude – inoltre sono stati gli europei a organizzare il traffico, costruendo le fortezze per raccogliere gli schiavi e le navi per trasportarli. Sarebbe come dire che i collaborazionisti iracheni sono responsabili dell'invasione del loro Paese da parte degli Usa, o che le colpe maggiori dell'apartheid sono dei pochi neri che lavoravano nella polizia e nei servizi segreti sudafricani”. Le celebrazioni per l'anniversario si concluderanno il 25 marzo, con una marcia simbolica che si fermerà davanti a Westminster. Il dibattito, invece, durerà ancora a lungo.

Matteo Fagotto

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