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Numeri. In circa 350 anni, sono stati decine di milioni gli africani
che, principalmente dal golfo di Guinea, furono imbarcati per finire a
lavorare nelle piantagioni dell'America Latina. Una tratta che, secondo
la maggior parte degli storici, avrebbe contribuito in maniera
determinante allo sviluppo capitalistico dei Paesi europei coinvolti
(non solo Gran Bretagna, ma anche Portogallo, Spagna, Francia e
Olanda), oltre che alla stagnazione demografica dell'Africa e alla
spoliazione delle sue preziose materie prime. Città inglesi come
Bristol e Liverpool, diventate tra i principali porti europei durante
l'età moderna, devono gran parte della loro fortuna al commercio degli
schiavi. Per questo molti stati africani chiedono alle nazioni europee
compensazioni adeguate per le sofferenze subite e per il mancato
sviluppo dei loro territori.
Colpe. Le responsabilità nel commercio degli schiavi non ricadono però
solamente sugli europei: molti studiosi ricordano infatti come anche
gli africani, in qualità di intermediari o di “cacciatori”, abbiano
partecipato alla tratta. Un fatto ricordato recentemente anche dal
presidente ghanese John Kufuor, che ha invitato a non nascondere le
colpe di chi, anche in Africa, ha preso parte al commercio di anime.
Una visione condivisa però solo in parte da Asante: “il numero degli
africani che hanno lucrato sulla tratta degli schiavi è assolutamente
trascurabile – conclude – inoltre sono stati gli europei a organizzare
il traffico, costruendo le fortezze per raccogliere gli schiavi e le
navi per trasportarli. Sarebbe come dire che i collaborazionisti
iracheni sono responsabili dell'invasione del loro Paese da parte degli
Usa, o che le colpe maggiori dell'apartheid sono dei pochi neri che
lavoravano nella polizia e nei servizi segreti sudafricani”. Le
celebrazioni per l'anniversario si concluderanno il 25 marzo, con una
marcia simbolica che si fermerà davanti a Westminster. Il dibattito,
invece, durerà ancora a lungo.
Matteo Fagotto