17/04/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Aiuti negati
Scirtto per PeaceReporter da
Silvye Coyaud 
 
Nel gennaio scorso, il Ministero degli Esteri ha deciso che per il 2006 non avrebbe versato alcun contribuito al Cgiar. Gli italiani stanno tutti zitti, ma proprio tutti. Perché sono d’accordo? Non ci posso credere. E nemmeno PeaceReporter può.
 
Il Cgiar. Il Cgiar è il Consiglio internazionale per la ricerca agronomica, un incrocio tra un’Ong e un pronto soccorso gestito da scienziati che non diventano mai famosi, né miliardari. Al massimo, dopo aver sfamato milioni di persone, ricevono un premio, il World Food Prize di cui nessuno parla.
Il Consiglio coordina quindici centri di ricerca tra cui le banche del germoplasma, quelle del riso, del mais, del frumento e di altre piante ancora, e queste raccolgono e custodiscono le varietà esistenti, le coltivano per averne sempre semi utilizzabili, ne provano nuovi ibridi per scoprire i più adatti all’ambiente di destinazione e – per me, la cosa essenziale – tengono conto del sapere, della cultura dei contadini, cioè spesso delle contadine, ai quali le distribuiscono gratuitamente dopo averle “rodate in loco”.  
Il Consiglio mobilita i suoi specialisti per aiutare gli agricoltori dei 64 paesi membri, quasi tutti poveri, e anche gli altri, nei casi d’emergenza. Che non mancano mai.
 
Dopo lo tsunami del 26 dicembre 2004, i terreni lungo le coste sono rimasti intrisi d’acqua di mare. Serviva un riso resistente al sale. Non perché mancassero i soccorsi. Ma perché la gente potesse tornare alla propria terra, lavorarla come prima. Ridiventare autonoma, riprendersi la vita, insomma.
Partita dal Kenya, una ruggine del frumento – una specie di muffa che distrugge le colture di grano, s’è propagata nel corno d’Africa e due mesi fa ha attraversato il mar Rosso, è arrivata nello Yemen, e prosegue attraverso il Medioriente verso il Pakistan e l’India: i due grandi produttori di grano, e l’India ormai primo esportatore al mondo, dove nelle campagne e nelle città già si susseguono le rivolte contro gli aumenti costanti della farina e dei generi alimentari di prima necessità.
 
A un vertice di Nairobi, tre anni fa, il Cgiar aveva chiesto ai paesi donatori uno sforzo speciale, non c’è stato. Perché alcune superpotenze vogliono “privatizzare” le banche, a loro dire ciò favorirebbe lo sviluppo di sementifici e dell’economia locale. Da allora, i ricercatori suppliscono con la militanza, la mobilitazione degli agronomi, fra le decine di migliaia che hanno formato nel tempo. Alcuni di questi ricercatori, li conosco, fanno parte dei miei “miti”.
 
C’è Gurdev Kush, un indiano. Ha una storia personale meravigliosa, ma quello che conta è che negli anni Sessanta ha creato un riso tozzo e robusto: a compensare la modesta statura dava chicchi con una generosità mai vista prima. Il cibo più mangiato della  storia umana.
C’è Pedro Sanchez, il cubano che ha scoperto come certi arbusti africani catturano l’azoto nelle radici e lo condividono con quelle del mais o della cassava dei campi attorno ai quali vengono piantati. Sostituiscono i fertilizzanti i quali, ora che non sono più sovvenzionati - per non distorcere il “mercato”! - a una contadina africana costano 60 volte il prezzo pagato dagli agricoltori europei.
Poi c’è Salvatore Ceccarelli, dell’Icarda, la banca dei semi di Aleppo, e i suoi colleghi – tanti italiani - specialisti delle piante alimentari per le terre aride e semiaride che lavorano insieme ai contadini in Iraq, Pakistan, Sudan, Eritrea, Etiopia…
 
Anche qui s’è parlato degli “obiettivi del millennio” elencati dalle Nazioni Unite, primo dei quali sconfiggere la fame nel mondo. Forse gli italiani stanno zitti perché credono che per contribuire al Cgiar il ministero degli Esteri avrebbe dovuto svenarsi e non se lo poteva permettere. Non è così. Il Cgiar costa poco. Nel 2005 riceveva 450 milioni di dollari, da confrontare con i 330 miliardi di sovvenzioni versate dai paesi ricchi (Ocse) ai propri agricoltori. Quell’anno la Norvegia ha dato al Cgiar 12,5 milioni; l’Olanda 24,1; il Canada 36,4 e la Gran Bretagna 44,2. E l’Italia? Così poco che tra il 2003 e il 2005 il precedente ministro s’era vergognato e aveva aumentato la quota da 4 a 7,5 milioni, ma sempre facendo slittare di qualche mese il pagamento, per cui “saltare” il 2006 è stato uno scherzo, un giocchetto contabile. Nel frattempo il Cgiar che ci contava aveva iniziato progetti e adesso li ha dovuti cancellare.
Alle Nazioni Unite l’attuale ministro ha parlato di pace e di solidarietà tra i popoli. Forse pensa che dalle siccità, dalle terre esauste, dalla fame della gente e delle greggi, sorgono conflitti solo in Ruanda.