Scirtto per PeaceReporter da
Silvye Coyaud
Nel gennaio scorso, il Ministero degli Esteri ha deciso che per il 2006
non avrebbe versato alcun contribuito al Cgiar. Gli italiani stanno
tutti zitti, ma proprio tutti. Perché sono d’accordo? Non ci posso
credere. E nemmeno PeaceReporter può.
Il Cgiar. Il Cgiar è il Consiglio
internazionale per la ricerca agronomica, un incrocio tra un’Ong e un
pronto soccorso gestito da scienziati che non diventano mai famosi,
né miliardari. Al massimo, dopo aver sfamato milioni di persone,
ricevono un premio, il World Food Prize di cui nessuno parla.
Il Consiglio coordina quindici centri di ricerca tra cui le banche del
germoplasma, quelle del riso, del mais, del frumento e di altre piante
ancora, e queste raccolgono e custodiscono le varietà esistenti, le
coltivano per averne sempre semi utilizzabili, ne provano nuovi ibridi
per scoprire i più adatti all’ambiente di destinazione e – per me, la
cosa essenziale – tengono conto del sapere, della cultura dei
contadini, cioè spesso delle contadine, ai quali le distribuiscono
gratuitamente dopo averle “rodate in loco”.
Il Consiglio mobilita i suoi specialisti per aiutare gli agricoltori
dei 64 paesi membri, quasi tutti poveri, e anche gli altri, nei casi
d’emergenza. Che non mancano mai.
Dopo lo tsunami del 26 dicembre 2004,
i terreni lungo le coste sono rimasti intrisi d’acqua di mare. Serviva
un riso resistente al sale. Non perché mancassero i soccorsi. Ma perché
la gente potesse tornare alla propria terra, lavorarla come prima.
Ridiventare autonoma, riprendersi la vita, insomma.
Partita dal Kenya, una ruggine del frumento – una specie di muffa che
distrugge le colture di grano, s’è propagata nel corno d’Africa e due
mesi fa ha attraversato il mar Rosso, è arrivata nello Yemen, e
prosegue attraverso il Medioriente verso il Pakistan e l’India: i due
grandi produttori di grano, e l’India ormai primo esportatore al mondo,
dove nelle campagne e nelle città già si susseguono le rivolte contro
gli aumenti costanti della farina e dei generi alimentari di prima
necessità.
A un vertice di Nairobi, tre anni fa, il Cgiar aveva chiesto
ai paesi donatori uno sforzo speciale, non c’è stato. Perché alcune
superpotenze vogliono “privatizzare” le banche, a loro dire ciò
favorirebbe lo sviluppo di sementifici e dell’economia locale. Da
allora, i ricercatori suppliscono con la militanza, la mobilitazione
degli agronomi, fra le decine di migliaia che hanno formato nel tempo.
Alcuni di questi ricercatori, li conosco, fanno parte dei miei “miti”.
C’è Gurdev Kush, un indiano. Ha una storia personale meravigliosa, ma
quello che conta è che negli anni Sessanta ha creato un riso tozzo e
robusto: a compensare la modesta statura dava chicchi con una
generosità mai vista prima. Il cibo più mangiato della storia
umana.
C’è Pedro Sanchez, il cubano che ha scoperto come certi arbusti
africani catturano l’azoto nelle radici e lo condividono con quelle del
mais o della cassava dei campi attorno ai quali vengono piantati.
Sostituiscono i fertilizzanti i quali, ora che non sono più
sovvenzionati - per non distorcere il “mercato”! - a una contadina
africana costano 60 volte il prezzo pagato dagli agricoltori europei.
Poi c’è Salvatore Ceccarelli, dell’Icarda, la banca dei semi di Aleppo,
e i suoi colleghi – tanti italiani - specialisti delle piante
alimentari per le terre aride e semiaride che lavorano insieme ai
contadini in Iraq, Pakistan, Sudan, Eritrea, Etiopia…
Anche qui s’è parlato degli “obiettivi del millennio” elencati dalle
Nazioni Unite, primo dei quali sconfiggere la fame nel mondo. Forse gli
italiani stanno zitti perché credono che per contribuire al Cgiar il
ministero degli Esteri avrebbe dovuto svenarsi e non se lo poteva
permettere. Non è così. Il Cgiar costa poco. Nel 2005 riceveva 450
milioni di dollari, da confrontare con i 330 miliardi di sovvenzioni
versate dai paesi ricchi (Ocse) ai propri agricoltori. Quell’anno la
Norvegia ha dato al Cgiar 12,5 milioni; l’Olanda 24,1; il Canada 36,4 e
la Gran Bretagna 44,2. E l’Italia? Così poco che tra il 2003 e il 2005
il precedente ministro s’era vergognato e aveva aumentato la quota da 4
a 7,5 milioni, ma sempre facendo slittare di qualche mese il pagamento,
per cui “saltare” il 2006 è stato uno scherzo, un giocchetto contabile.
Nel frattempo il Cgiar che ci contava aveva iniziato progetti e adesso
li ha dovuti cancellare.
Alle Nazioni Unite l’attuale ministro ha parlato di pace e di
solidarietà tra i popoli. Forse pensa che dalle siccità, dalle terre
esauste, dalla fame della gente e delle greggi, sorgono conflitti solo
in Ruanda.