22/03/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Bolivia, i coltivatori e i produttori della foglia di coca hanno costituito un comitato per tutelare il nome della pianta dalle operazioni commerciali di alcune grandi multinazionali
Scritto per noi da 
Rocco Vazzana 
 
Sembra uno scherzo e invece si tratta di una nuova battaglia sudamericana. I coltivatori e i produttori della foglia di coca boliviani hanno costituito un comitato per tutelare il nome della pianta plurimillenaria dalle operazioni commerciali di alcune grandi multinazionali.
 
Evo Morales al palazzo delle Nazioni Unite mentre mostra una foglia di cocaIn particolare, il comitato boliviano accusa la CocaCola Company di trarre profitti dall’utilizzo del nome della pianta nel suo marchio. I coltivatori ritengono che la foglia di coca sia parte integrante del patrimonio culturale boliviano e, in quanto tale, chiedono che questo patrimonio sia tutelato come se fosse un prodotto tipico locale, come avviene ad esempio per lo champagne e per altri prodotti alimentari.
Per i boliviani, la foglia della coca rappresenta una pianta sacra che viene utilizzata nel paese da tempi antichissimi a scopi terapeutici e religiosi. Il Comitato ha dunque presentato una risoluzione all’Assemblea Costituente, che ha il compito di riscrivere la costituzione, in cui si afferma che “la pianta millenaria” rappresenta “una tangibile tradizione culturale e una risorsa naturale, economica, strategica, bioenergetica e rinnovabile del paese”, chiedendo che “le multinazionali che adottano il nome della coca all’interno del loro marchio commerciale, rinuncino all’utilizzo del nome della pianta sacra per vendere i loro prodotti”.
 
Un progetto unitario. L’iniziativa dei coltivatori, che si sono riuniti per tre giorni a Sucre, a sud-est di La Paz, è pienamente condivisa dal presidente boliviano Evo Morales, da tempo impegnato nell’ambizioso progetto di riabilitare l’immagine della foglia di coca. Il Comitato, infatti, ha anche chiesto alle Nazioni Unite di depenalizzare la coltivazione della pianta, visto che, a parere dei richiedenti, è solo un semplice stimolante, utilizzato da secoli dai boliviani per combattere il mal di montagna e la fame, e dalle comunità indigene nel contesto di cerimonie religiose. Fin dal suo insediamento, avvenuto nel dicembre del 2005, il presidente Morales, ex cocalero della regione del Chapare, ha fatto pressioni sulla comunità internazionale perché alla Bolivia fosse consentito di esportare i prodotti ricavati dalla coca, come tè, farmaci e liquori. Gli Stati Uniti, da sempre, osteggiano le richieste del paese andino, liquidando la questione della coca boliviana come mera scusa per favorire il narcotraffico. Per Morales invece, “il narcotraffico si combatte proprio razionalizzando la produzione della foglia di coca”, impedendo la sua trasformazione in cocaina.
“Sono costernata”, ha detto Margarita Teran, del Comitato per la coca, “dal fatto che la CocaCola possa vendere la sua bevanda in tutto il mondo, mentre alla Bolivia è negata la possibilità di esportare i prodotti ricavati dalla pianta”.
 
La difesa. Dal canto suo, la CocaCola si difende affermando, in una dichiarazione ufficiale, che il suo marchio, “il più redditizio e riconosciuto al mondo”, è tutelato anche dalla legge boliviana. La corporation ribadisce inoltre tutte le dichiarazioni già rilasciate in passato, volte a negare l’utilizzo della cocaina tra gli ingredienti della sua più nota bevanda. Desta qualche perplessità, invece, il silenzio della multinazionale sulla questione principale, il dubbio cioè che tra i vari componenti della bevanda gassata, sia presente la foglia di coca.