stampa
invia
Scontri. “I combattimenti tra truppe etiopi e insorti sono cominciati
stamane verso le 5.00 e sono proseguiti fino alle 8.30 circa –
riferisce a PeaceReporter il giornalista della Reuters Sahal Abdulle –. Gli etiopi
hanno esploso razzi katiusha e colpi di cannone sulle case, senza
neanche avvertire i civili, provocando un numero imprecisato di morti e decine
di feriti”. Al
momento ci sono tre fronti aperti in città e il quadro della situazione
è molto incerto. “Tra le vittime ci sono almeno cinque soldati, non è
chiaro se etiopi o somali - continua Abdulle -. I cadaveri di due di
loro sono stati trascinati per le strade, prima di venire bruciati. Un
segno di come la popolazione sia psicologicamente stanca di una
situazione in cui gli insorti e le truppe somalo-etiopi combattono
dentro la città, non risparmiando ospedali né aree residenziali”. Le
truppe ugandesi, facenti parte della missione di peacekeeping
dell'Unione Africana, possono fare ben poco, anche perché finora i
contingenti promessi dagli altri stati africani tardano ad arrivare.
“Al momento in Somalia abbiamo 1.500 soldati ugandesi, tutti schierati
a Mogadiscio – conferma a PeaceReporter Paddy Ankunda, il portavoce
della missione – mentre non si sa quando arriveranno gli altri
contingenti (che dovrebbero portare il numero delle unità a circa
4.000, ndr)”.
Presagi. Anche a causa del disinteresse della comunità internazionale,
il governo somalo non riesce a far fronte ai problemi. La sicurezza
rimane così nelle mani delle truppe etiopi, che tardano a ritirarsi e a
lasciare alle truppe dell'Ua il controllo della città, come promesso da
settimane. “Gli etiopi controllano ancora tutti i punti strategici”,
conferma Albadri. Il governo vorrebbe organizzare un meeting di
riconciliazione tra le parti ad aprile, ma “al momento non ci sono le
condizioni di sicurezza minime per tenerlo – conclude Abdulle –. Il
problema è che più il governo aspetterà per risolvere questa
situazione, e più la città precipiterà in un clima da guerra civile,
come negli anni '90”. L'episodio dei cadaveri dei soldati trascinati
per le vie e bruciati, lo stesso trattamento riservato nel 1993 ai
marines statunitensi uccisi nella battaglia di Mogadiscio, è un
sinistro presagio. Matteo Fagotto