22/03/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli islamici organizzano la resistenza, Mogadiscio precipita verso la guerra civile
Almeno 22 morti, decine di feriti e combattimenti in ogni angolo di Mogadiscio. Queste le ultime notizie dalla capitale somala, dove imperversano gli scontri tra le truppe somalo-etiopi e i miliziani che mirano a spartirsi il controllo della città. “La situazione sta rapidamente peggiorando, assomiglia sempre più alla guerra civile degli anni '90 – dichiara a PeaceReporter il giornalista Abukar Albadri  -. Gli ospedali sono stracolmi di feriti, i trasporti sono fermi, l'elettricità non funziona, le linee telefoniche neanche. Le strade sono tutte bloccate, la gente non può neanche scappare dalla città”. In una situazione sempre più instabile, le Corti islamiche tentano di mobilitare la popolazione per una guerra totale contro le truppe somalo-etiopi.

Una famiglia somala mostra i resti di un proiettile di mortaio Scontri. “I combattimenti tra truppe etiopi e insorti sono cominciati stamane verso le 5.00 e sono proseguiti fino alle 8.30 circa – riferisce a PeaceReporter il giornalista della Reuters Sahal Abdulle –. Gli etiopi hanno esploso razzi katiusha e colpi di cannone sulle case, senza neanche avvertire i civili, provocando un numero imprecisato di morti e decine di feriti”. Al momento ci sono tre fronti aperti in città e il quadro della situazione è molto incerto. “Tra le vittime ci sono almeno cinque soldati, non è chiaro se etiopi o somali - continua Abdulle -. I cadaveri di due di loro sono stati trascinati per le strade, prima di venire bruciati. Un segno di come la popolazione sia psicologicamente stanca di una situazione in cui gli insorti e le truppe somalo-etiopi combattono dentro la città, non risparmiando ospedali né aree residenziali”. Le truppe ugandesi, facenti parte della missione di peacekeeping dell'Unione Africana, possono fare ben poco, anche perché finora i contingenti promessi dagli altri stati africani tardano ad arrivare. “Al momento in Somalia abbiamo 1.500 soldati ugandesi, tutti schierati a Mogadiscio – conferma a PeaceReporter Paddy Ankunda, il portavoce della missione – mentre non si sa quando arriveranno gli altri contingenti (che dovrebbero portare il numero delle unità a circa 4.000, ndr)”.

Corti. L'instabilità generale sta favorendo il ritorno delle Corti islamiche, cacciate lo scorso dicembre proprio dalle truppe somalo-etiopi. “Gli scontri di mercoledì sono stati organizzati da membri delle Corti – continua Albadri – le quali stanno prendendo il controllo delle parti della città che il governo non può controllare. L'esercito somalo è piccolo e mal equipaggiato e buona parte dei soldati è minorenne, quindi è facile per gli insorti infiltrarsi dentro le Forze Armate”. Le Corti starebbero tentando di fomentare la popolazione contro il sempre più impopolare governo. Come se non bastasse, lo spettro di una guerra tra clan per il controllo della città si fa sempre più concreto. “Le truppe somale di stanza a Mogadiscio vengono quasi tutte dal Puntland, la regione del presidente Abdullahi Yusuf – rivela Albadri -. La gente teme che Yusuf voglia disarmare solo i miliziani dei clan rivali, lasciando invece le armi agli uomini a lui vicini. Se lo scenario dovesse essere questo, c'è il rischio che la popolazione insorga per davvero”.

Un soldato ugandese dell'Unione Africana Presagi.
Anche a causa del disinteresse della comunità internazionale, il governo somalo non riesce a far fronte ai problemi. La sicurezza rimane così nelle mani delle truppe etiopi, che tardano a ritirarsi e a lasciare alle truppe dell'Ua il controllo della città, come promesso da settimane. “Gli etiopi controllano ancora tutti i punti strategici”, conferma Albadri. Il governo vorrebbe organizzare un meeting di riconciliazione tra le parti ad aprile, ma “al momento non ci sono le condizioni di sicurezza minime per tenerlo – conclude Abdulle –. Il problema è che più il governo aspetterà per risolvere questa situazione, e più la città precipiterà in un clima da guerra civile, come negli anni '90”. L'episodio dei cadaveri dei soldati trascinati per le vie e bruciati, lo stesso trattamento riservato nel 1993 ai marines statunitensi uccisi nella battaglia di Mogadiscio, è un sinistro presagio. 

Matteo Fagotto

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