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Il fatto. In una mattina del gennaio 2002, a Juneau era in programma un evento che per
gli standard del posto, capitale dell'Alaska ma pur sempre una città di 30mila
abitanti, era decisamente elettrizzante: passava di là la fiaccola olimpica dei
Giochi invernali di Salt Lake City, che sarebbero iniziati poche settimane dopo.
Il tedoforo correva tra due ali di folla, composta anche dagli studenti cittadini
in libera uscita grazie a un apposito permesso. C'erano le tv locali: quando passò
la telecamera John Frederick, studente dell'ultimo anno di liceo, issò lo striscione
canzonatorio. La preside Deborah Morse lo convocò per comunicargli una sospensione
di cinque giorni, perché quello era un messaggio a favore del consumo di droghe
e la politica del suo istituto era contro le droghe. Lui si difese dicendo che
la frase non aveva un significato particolare, l'aveva vista scritta su uno snowboard
e voleva semplicemente farsi due risate facendosi vedere in tv; però, a pensarci,
la faccenda gli puzzava di censura della libertà di espressione. In risposta,
il giovane si beccò altri cinque giorni di sospensione.
Le interpretazioni. I giudici della Corte Suprema sembrano divisi. In aula, domande retoriche e risposte
si sono alternate nel tentativo di capire meglio i termini della questione (lo
striscione è stato esposto in strada, ma era orario di lezione e il messaggio
turbava gli insegnamenti scolastici. Però in fondo è solo uno spinello... sarebbe
stato lo stesso se lo striscione avesse elogiato lo stupro? No, perché in quel
caso si sarebbe trattato di esortazione all'odio e al crimine violento. E così
via). In ballo, come ha detto il giudice Stephen Breyer, c'è ben più di uno striscione.
Se la corte dà ragione a Frederick, “di colpo gli studenti di tutte le scuole
metteranno alla prova i limiti alla libertà di espressone negli istituti”. Ma
un verdetto in favore della scuola “potrebbe davvero limitare questo diritto di
tutti”. La sentenza è prevista per giugno.Alessandro Ursic