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Agguato. Chamisa
è stato aggredito domenica, nei pressi dell'aeroporto internazionale
della capitale Harare, mentre si stava recando ad un forum
internazionale in programma a Bruxelles. “Sono arrivato all'aeroporto
30 minuti prima del decollo, nella macchina di un amico – prosegue – Ma
poco prima di entrare nel terminal sono stato aggredito da otto uomini,
senza uniformi, che hanno cominciato a picchiarmi con dei bastoni.
Alcuni di loro avevano anche delle pistole. Ho provato a proteggermi la
testa con le mani, ma non c'è stato nulla da fare. Alcune donne che
stavano assistendo alla scena hanno provato a sottrarmi agli
aggressori, non ce l'hanno fatta, ma almeno hanno potuto chiamare
aiuto. E' arrivata una folla di gente che ha messo in fuga gli
aggressori, scappati a bordo di due automobili. Nessuno è riuscito a
fermarli. Ora sono qui in ospedale, con una frattura al cranio”. Il
fatto che gli assalitori non indossassero uniformi non ha permesso di
identificarli, ma per Chamisa “è ovvio che chi ha fatto questo ha agito
con la protezione delle autorità. Non è un'operazione da criminali
comuni”.
Accuse. “Il
governo ha accusato l'opposizione di attività sovversive e
provocatorie, ma finora non ci sono prove a riguardo – dichiara a PeaceReporter Bill Saidi, direttore del quotidiano Standard –
In almeno due casi è stata la polizia a condurre i pestaggi, ma in
altri sono stati uomini non in uniforme, che si sospetta possano
appartenere alla Central Intelligence Organisation (i servizi
segreti locali, ndr). Ma anche di questo non si hanno prove certe”. Il
giro di vite contro l'opposizione, che ha scatenato le proteste della
comunità internazionale, per Saidi è “il tentativo di intimidire
l'opposizione in vista delle elezioni del prossimo anno. Mugabe spera
che buona parte dei candidati del Mdc non si presentino
neppure, visto il clima”. Ma Chamisa non è dello stesso parere: “Mugabe
è debole, perciò ricorre a questi metodi. Ma il popolo è con noi e
questo è molto incoraggiante”.
Matteo Fagotto
Parole chiave: zimbabwe, mugabe, chamisa, tsvangirai, inflazione, crisi, repressione