La festa nell'ospedale di Emergency dopo il rilascio del giornalista italiano.
Dal nostro inviato
Enrico Piovesana
“Sto bene. Grande Gino, grazie, grazie!”. Daniele Mastrogiacomo abbraccia forte
Gino Strada all'ingresso dell'ospedale di Emergency di Lashkargah, dove è arrivato
alle 18.35 ora afgana, poco dopo le 15 in Italia.
Le sue prime parole da uomo
libero dopo due settimane esatte passate “sotto la custodia”dei talebani di mullah
Dadullah. Il suo arrivo ha seguito di
poco la partenza della contropartita per la sua liberazione: cinque talebani,
fino a poco prima detenuti nel carcere di Pol-i-Charki, alla periferia di Kabul.
Lunedì mattina sono arrivati a Lashkargah su un volo speciale organizzato da Emergency.
Indossa un abito tradizionale afgano, verde, e un
lunghì, il tipico turbante pashtun. Lo staff di Emergency è elettrizzato: “Sta bene,
sta meglio di come sembrava in video”, urlano nel telefono comunicando la bella
notizia alla sede di Emergency a Milano.
"Ho avuto paura di morire". Daniele Mastrogiacomo entra in casa, circondato da tutti quelli che in queste
ore lo stavano aspettando con impazienza e che ora gli mettono in mano un telefono
per chiamare casa, la moglie Luisella e i figli, e la redazione di Repubblica,
il suo direttore Ezio Mauro. Si siede per parlare al telefono, un altro abbraccio
con Gino Strada. “Sono stato in quindici prigioni diverse, sempre incatenato mani
e piedi. Ho avuto paura di morire”, racconta. Gli chiedono dell'interprete afgano,
Adijmal Naskhbandi, “arrestato” insieme a lui lo scorso 5 marzo. “L'ho visto andare
via libero”, risponde Mastrogiacomo.
Così non è stato per Sayyed Agha, l'autista
ucciso venerdì mattina perché accusato di essere “una spia”. Ancora telefonate,
i giornalisti si scatenano. Gino Strada ormai è afono: “Siamo felici, ci sarà
tempo per parlare domani, adesso importa solo che Daniele sia qui”. Il chirurgo si
lascia finalmente andare dopo la tensione e le notti in bianco. Sorride, rilassato.
“Ho fumato tre pacchetti di sigarette al giorno”, racconta. Strada ha seguito
personalmente le ultime concitate fasi della trattativa con Dadullah, condotta
a stretto contatto con Ettore Sequi, l’ambasciatore italiano a Kabul. “In Italia
– spiega il medico – la percezione della realtà afgana è distorta. E' difficile,
ad esempio, poter credere ai ‘contatti’ che il governo Karzai vanta a Lashkargah,
quando lo stesso governatore di quella zona si è da tempo trasferito a Kabul per
problemi di sicurezza. I talebani rifiutano di trattare con questa gente. Sin
da subito il mullah Dadullah, ha dichiarato che avrebbe trattato solo attraverso
Emergency. La nostra organizzazione si è guadagnata qui una grande credibilità
e la fiducia di tutti grazie al proprio lavoro e alla propria neutralità. E’ grazie
a questa fiducia che i talebani si sono fidati di noi”.
Lo staff di Emergency
prepara un té, tutti si abbracciano, tutti urlano nei loro telefoni. E' stata
dura. E' bello vedere Daniele libero. Domani tutti tornano al loro lavoro, a quel
centro chirurgico che è sempre pieno di pazienti, come anche gli altri due ospedali
– a Kabul e nella valle del Panjshir – che Emergency gestisce. Domani. Stasera
è il momento della gioia.