La revoca delle sanzioni economiche internazionali rilanciano il mercato in Libia
di William
Maclean*
Liberati
dalle sanzioni i libici si precipitano nei negozi. Beni di consumo
per lungo tempo rinnegati stanno andando a ruba, e ciò da
quando le riforme di mercato e l’incremento del petrodollaro sono
riusciti a trasformare coloro che possiedono sufficienti risparmi in
consumatori compulsivi.
Arriva
il consumismo. Nella costosa Gergaresh Street di Tripoli,
espatriati e libici benestanti visitano le boutique per sperperare 80
dinari (circa 40 euro) per un paio di jeans, 1.300 dinari per
attrezzatura da ginnastica e 250 dinari per dei flaconi di profumo.
Scintillanti fuoristrada e rumorose motociclette ostruiscono le
strade un tempo assonnate di Tripoli, la capitale ora dimora di una
dozzina di nuovi hotel privati e di diversi centri commerciali.
“L’economia è stata stagnante per anni ma adesso la
situazione si sta riprendendo”, dice Salah Ismail mentre si gode
una serata al bar Ewan, situato nella sofisticata Ben Ashour Street.
La folle
mania d’acquisto è stata incitata dal venir meno delle
sanzioni in conseguenza di importanti decisioni prese dal governo
libico nel 2003: lo stato nord africano ha posto fine ad un appalto
per la produzione di armi di distruzione di massa.
Le
riforme, volte a cerare una diversificazione nell’economia
allontanandola dal petrolio ed incentivando le imprese private, hanno
giovato al benessere di questo paese, membro dell’Opec con un
esportazione di petrolio pari a 6 milioni. Ma rispetto a cinque anni
fa, ora anche i libici meno abbienti possono usufruire di una
scelta più ampia sia nel cibo che negli oggetti per la casa.
“E’ un momento eccitante”, dice Ismail, diplomato in management
presso il Monitor Group, una società di consulenza
statunitense che assiste il governo nelle riforme.
Coccolato
e formaggio. I libici dicono che le sfacciate ostentazioni di
ricchezza sono tuttora viste con disprezzo, sebbene sia benvenuta la
possibilità di acquistare prodotti elettronici cinesi a basso
costo e modesti lussi come il cioccolato ed il formaggio. Il leader
libico Muammar Gheddafi osserva questo tendenza all’acquisto e
non apprezza tutto ciò che vede: per lui l’incremento delle
vendite non è niente più che la conseguenza di
un’economia dipendente dal petrolio nella quale i libici si
adagiano in modo parassitario sulla loro eredità di
idrocarburi.
“Venite
ingannati dai salari, i salari del petrolio. Ieri sono stato a Sheba
(una città della Libia). Oh, i negozi, i mercati, i bar, i
ristoranti e i negozi di fotografia, era tutto molto seducente! Tutta
la redditività del mondo di cui un persona potrebbe mai avere
bisogno era presente a Sheba”, ha detto l’anno scorso. “Ma
chi compra questi prodotti? Nessuno, eccetto coloro che percepiscono
salari provenienti dalla Banca Centrale, dal Tesoro e dal petrolio.
Tutto ciò costituisce una finta prosperità.” Gheddafi
vorrebbe che i negozi reinvestissero i loro profitti in fabbriche che
garantiscono impieghi duraturi fabbricando beni che le persone sono
risoluti a comprare. Uomini
d’affari riformisti e i consulenti occidentali di Gheddafi
concordano con il suo punto di vista, ma sostengono anche che gli
investitori necessitano innanzitutto della certezza che le riforme di
mercato dureranno. Alcuni
ricordano le precedenti svolte repentine da parte di un governo che
primeggia nel campo dell’impulsività e dello spreco. I
riformisti si lamentano del fatto che i loro piano sono bloccati da
persone influenti che possiedono contatti redditizi con i monopoli di
stato.
Le
riforme reggeranno? Non c’è alcun dubbio sul potenziale
della Libia. Con un guadagno di più di 30 bilioni di dollari
all’anno provenienti dal petrolio, nel 2007 la Libia ha messo da
parte 19 bilioni di dollari per la spesa pubblica, dando il via ad
una competizione nel campo degli appalti tra imprese edili straniere.
“Potremmo essere una nuova Dubai”, dice Abdullah Fellah, gestore
di un mulino, riferendosi al commercio nel golfo che sta riducendo
significativamente la sua dipendenza dal petrolio. “Nessuno
straniero vuole investire finchè non investono i libici.
Abbiamo bisogno del know-how e delle capacità manageriali”,
dice, mentre sorseggia un caffé seduto nell’ingresso di un
albergo pieno di uomini d’affari e turisti europei.
I segni del
cambiamento abbondano. Ad Al-Shatt ad est di Tripoli, in un nuovo
complesso di ristoranti di pesce, i libici si buttano voracemente
sulle loro cene. Nel centro della città nuovi alberghi privati
offrono stanze con una connessione diretta ad internet. Nella Green
Squame di Tripoli, un pilota della African Airlines usa un portatile
per tenere una video chiamata con i suoi parenti che si trovano a
migliaia di miglia di distanza, e ciò grazie alla connessione
senza fili offerta dal bar dove è seduto.
Nasser
Abdulkarim, gestore di una gioielleria nelle stradine della città
vecchia di Tripoli, sostiene che per lui la fine delle sanzioni ha
significato la possibilità di andare in Asia per commerciare.
“Sono contento che adesso godiamo di questa libertà. Credo
che questa tendenza continuerà”.