18/03/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Un Paese diviso dalla morte di un super-eroe, martire dell'onnipotenza Usa
Scritto per noi da
Mario Baccigalupi* 
 
Capitan America
La morte del sogno americano. Ne ha viste tante di guerre, Capitan America. Prima della fine che Marvel sembra avergli riservato, il personaggio ha attraversato 50 anni di conflitti, con particolare riferimento a quelli che hanno visto protagonisti gli Stai Uniti, dalla II guerra mondiale in poi. Nato nel 1941, come estremo sostegno alle ragioni interventiste, “Cap” (per gli amici) ha trovato il suo humus in un contesto molto diverso da quello delle incarnazioni più "liberal" dei fumetti Marvel, dagli anni '60 in poi, quando negli albi dell'Uomo Ragno o di Hulk trovarono posto tematiche come la droga, le contestazioni giovanili e persino un certo grado di antimilitarismo. Tuttavia, nonostante il suo alter-ego, Steve Rogers, avesse partecipato ad un pericoloso esperimento pur di diventare un supersoldato al servizio degli States, Capitan America non ha incarnato solo la visione naif di un'america conservatrice e reazionaria, ma anche la delusione di tutti coloro che hanno sostenuto il sogno americano solo per risvegliarsi bruscamente. Per questo nel '74,  ad un anno dalla fine della “sporca guerra”, gli sceneggiatori preferirono per il vecchio Rogers  avventure da eremita sotto la nuova identità di Nomad, in un viaggio tra i mille problemi del paese di cui, per decenni, vestì con orgoglio la bandiera.

La copertina di 'Civil War'Un problema d'identità. La sua morte, oggi, marca ancor più la distanza dalla leggerezza delle storie Marvel più datate: già una volta Cap fu tolto di scena, sepolto in un blocco di ghiaccio sul fondo dell'oceano, con un artificio narrativo più vicino ad una favola di Andersen che alla fredda cronaca dei nostri tempi. Il suo corpo riverso in una pozza di sangue, invece, sembra rubato dalla più sordida delle realtà, e poco importa se dietro all'attentato (Rogers viene freddato da un cecchino e finito con due colpi ravvicinati) c'è la mano dell'ormai vetusto arcinemico Teschio Rosso, perchè lo scenario della tragedia è fin troppo politico, soprattutto se si considera l'usuale leggerezza dei prodotti seriali. Difatti, le storie proposte in questi ultimi anni, al di là del calo di vendite, hanno visto i supereroi affrontare problematiche cruciali per la loro stessa esistenza, anche quando sembrava che su di loro fosse stato detto tutto, soprattutto dopo il disincantato e geniale The Watchman di Alan Moore. Invece, con la miniserie “Civil war” (2006), pesante come un macigno fin dal titolo, il problema dell'identità diventa simbolo morale e ideologico dei moderni Usa, pur mantenendo una certa ambiguità di fondo: il contenzioso sul cosiddetto SuperHero Registration Act, che nel fumetto permetterebbe al governo di registrare le identità dei vigilanti mascherati, richiama da vicino un'america ancora confusa tra libertà personale e libertà collettiva. Anche sulle ragioni del sacrificio di Capitan America,  che del provvedimento governativo era un'accanito oppositore, resta dunque un ragionevole dubbio: per cosa combatteva Steve Rogers, che dopo il Watergate si era dato alla macchia per la vergogna? Libertà per tutti o libertà di agire senza restrizioni diplomatiche? È strano a dirsi ma anche a lui, eroe di carta, hanno tolto le parole di bocca con un fucile da cecchino, e non sapremo mai se il vecchio e scomodo soldato avesse ancora qualcosa da dire. Prima - forse - di un'eventuale resurrezione.

Parole chiave: stati uniti, capitan america, marvel, civil war
Categoria: Costume, Media
Luogo: Stati Uniti
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