20/03/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Il campo evangelico Usa condanna le torture e riconosce l'effetto serra. Ma su questi temi le opinioni non sono omogenee
Etichettato da anni come la base conservatrice di George W. Bush, lo zoccolo duro che sostiene l'attuale amministrazione Usa e ne influenza le scelte in materia di politica sociale ed estera, il mondo evangelico statunitense inizia a mostrare crepe una volta invisibili, dividendosi tra pragmatici e irriducibili. Nelle ultime settimane, questa crescente spaccatura si è manifestata su due temi finora tabù per i teo-con: l'effetto serra e le critiche al modo in cui l'amministrazione Bush sta conducendo la guerra al terrorismo.

Condanna della tortura. In un'assemblea tenuta lo scorso fine settimana nel Minnesota, la National Association of Evangelicals (Nae) – un'associazione ombrello di diversi gruppi, con oltre 30 milioni di membri – ha condannato gli abusi commessi dalle forze armate Usa in Iraq e in Afghanistan, che hanno “oltrepassato il confine di ciò che è legalmente e moralmente plausibile”, rendendo il Paese ipocrita agli occhi del mondo musulmano. “Le leggi statunitensi e la dottrina militare vietano il ricorso alla tortura o al trattamento crudele e degradante. Tragicamente, nella guerra al terrorismo sono stati documentati casi del genere”, ha affermato la Nae con un comunicato finale. I leader evangelici si sono affrettati a precisare che tale presa di posizione non rappresenta una critica all'amministrazione Bush. “Siamo conservatore, su questo non ci piove”, ha detto il reverendo Rich Cizik, responsabile delle politiche a Washington della Nae, “e sosteniamo in modo incondizionato la guerra al terrorismo. Ma ciò non significa che la sosteniamo se effettuata con ogni mezzo”.

Cambi di posizione. Sono concetti che negli ultimi anni sono stati espressi da gruppi per la difesa dei diritti umani e osservatori internazionali. E dato che gli evangelici sono stati tra i più genuini sostenitori dell'invasione dell'Iraq e dell'immagine delle forze armate, alimentando il clima patriottico degli Stati Uniti post-11 settembre, queste parole rappresentano una specie di rivoluzione. Ma questo cambiamento non è l'unico: negli ultimi mesi, alcuni leader evangelici hanno improvvisamente abbracciato un tema ancora più caro all'America progressista e ancora più tabù per quella conservatrice: l'effetto serra.

Lotta interna sull'effetto serra. Le recenti dichiarazioni dei leader della Nae sul tema – anche il semplice riconoscimento che l'effetto serra è un problema causato dall'uomo, e non un'invenzione liberal per indebolire l'economia – sono forse il segno più evidente del fatto che qualcosa ha iniziato a muoversi, nel rapporto tra gli Usa e l'ambiente. Alla fine del 2006, un centinaio di importanti esponenti del mondo religioso conservatore ha firmato una “Iniziativa evangelica sul clima”, esortando all'azione per rovesciare la tendenza. Lo stesso Cizik ha ammesso di essersi “convertito” sull'effetto serra nel 2002, dopo aver ascoltato i discorsi di alcuni scienziati. La virata ambientalista non è stata però accettata da tutti, anzi. In una lettera aperta di qualche giorno fa, alcune decine di leader evangelici esterni alla Nae hanno chiesto a Cizik di smetterla di parlare dell'effetto serra, accusandolo di deviare l'attenzione dalle “grandi questioni morali del nostro tempo”, come l'aborto e l'omosessualità, classici tabù della destra religiosa.
Da questa lotta interna al campo evangelico, che negli Usa conta circa 60 milioni di persone, potrebbero cambiare anche gli equilibri politici statunitensi. E i candidati della campagna elettorale per le presidenziali del 2008, sia repubblicani sia democratici, stanno alla finestra per capire come approcciare questo sterminato serbatoio di voti, che improvvisamente sembra molto meno blindato di prima.

Alessandro Ursic

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