stampa
invia
Nell’estate del 1994 partecipai a un gruppo pacifista cristiano di quattro persone
che si occupava di archiviare rapporti sulle condizioni dei diritti umani a Jeremie,
nella parte meridionale di Haiti. Al mio arrivo, trascorsi un giorno a Port au
Prince, in attesa di prendere il traghetto diretto alla minuscola città costiera
di St. Helene. Quel giorno, desiderosa di essere d’aiuto, mi unii ad alcune ragazze
che trasportavano degli enormi recipienti pieni d’acqua destinati a un vicino
centro nell’orribile Cite Soleil di Port au Prince, sul ciglio di un burrone.
Quasi da subito cominciarono a tremarmi le braccia. Quando arrivammo alla piazzola
di cemento, dove i recipienti di plastica per l’acqua erano allineati per essere
poi portati via da degli automezzi, buttai per terra il mio con un esausto “Hurrah”,
ma poi mi trovai ad assistere con orrore alla sua rottura. Le ragazze accorsero
cercando di salvare un po’ della preziosa acqua. "Si ou cache verite, ou enterre
dlo": il proverbio haitiano dice che nascondere la verità è come cercare di seppellire
dell’acqua. La verità stava sgorgando fuori. Per tutta quell’estate vidi donne
trasportare acqua sulla testa, camminando per miglia su per le colline. Un giorno
la mia amica Madame Ti Pa quasi svenne per la fatica.
Madame Ti Pa lottava per mantenere tre bambini: Natasha, di 8 anni, Petiarson,
di 2 anni, e Patricia, di solo 1 anno. Natasha era orfana: i suoi genitori erano
rimasti uccisi quando la nave Neptune, troppo carica di persone, si era rovesciata
al largo della costa di Haiti. Madame Ti Pa aveva trovato Natasha che vagava per
strada in lacrime e l’aveva portata a casa con sé. Natasha avrebbe potuto usufruire
di aiuti economici per frequentare una scuola, ma Madame Ti Pa non si poteva permettere
di comprarle una divisa, calze e scarpe. E non aveva neanche denaro a sufficienza
per dar da mangiare ai suoi bambini in modo adeguato. I bambini erano malnutriti
e spesso febbricitanti. Ma anche in queste condizioni cantavano, ridevano e si
coccolavano tra di loro, chiaramente sensibili alla viva spontaneità di Madame
Ti Pa.
Le strade collinose di St. Helene erano rocciose e frastagliate, dure da percorrere
per ruote, scarpe e piedi nudi. Oltre St. Helene, un sentiero conduceva a una
elegante strada lastricata da splendide pietre chiamate adoken, ornata da splendidi alberi, fiori e piante, che attraversava la parte più ricca
di Jeremie.
I membri del nostro gruppo pacifista cristiano si affrettavano lungo questo tragitto
due mattine alla settimana per mettersi in contatto radio con Port au Prince.
Le suore alla Casa del Buon Pastore ci lasciavano usare la loro attrezzatura.
E dopo era piacevole chiacchierare con loro, sempre gentili, e farsi raccontare
dei progressi nella cooperativa agraria che stavano portando avanti. Sessantacinque
famiglie erano supportate dalle donne che coltivavano i campi vicino alla casa
delle suore.
Un giorno, Madame Ti Pa mi chiese di andare con lei dalle suore per parlare della
possibilità di partecipare al progetto. Una donna di Port au Prince le aveva scritto
una lettera di raccomandazione; quando Madame Ti Pa me la mostrò, gli occhi le
brillavano di speranza. Poi mi chiese un pezzo di sapone: non aveva potuto fare
il bucato per settimane, il sapone era diventato un lusso.
Con la lettera alla mano, vestita con una gonna e una camicetta pulite, Madame
Ti Pa mi venne a prendere e ci incamminammo vero la Casa del Buon Pastore. Quando
arrivammo alla strada elegante, Madame Ti Pa me ne raccontò la storia. Le pietre
adoken erano state ordinate dal presidente Jean Bertrand Aristide per costruire una
strada attraverso St. Helene, ma la spedizione ritardò e arrivò solo dopo il colpo
di stato. Le pietre furono allora confiscate e usate per coprire la strada, già
lastricata, che attraversava la parte più ricca della città. Gli abitanti di St.
Helene si sentirono delusi e ingannati.
Un’altra delusione era in serbo per Madame Ti Pa quando arrivammo alla Casa del
Buon Pastore. Suor Angeline le disse chiaramente che non era più possibile per
loro accettare altre donne nel progetto. Madame Ti Pa era solo una delle tante
che avevano implorato di poterne far parte.
Tornando a casa sulla strada adoken, Madame Ti Pa tremava di debolezza. Era a digiuno dal mattino precedente. Ripensai
al tono con cui avevo sentito dei macoutes affermare: “I poveri sono troppo pigri
e stupidi per portare avanti il paese. Vogliono solo imbrogliare e rubare”. Su
quella strada, perfino le pietre protestavano (Habakkuk 2: 9-11).
Cosa potevamo dire a della gente che aveva portato gli haitiani alla totale disperazione?
Alcuni giorni più tardi incontrai un uomo del quale si diceva che avesse commesso
i peggiori crimini: era accusato di furto, tortura e omicidio, eppure, dato che
possedeva una pistola, aveva potere. Usava questo potere contro la gente semplice
che non aveva niente e aspirava a poco più che il minimo indispensabile. E tuttavia,
mi chiesi, io venivo da un paese che aveva più in comune con lui o con le persone
che lui perseguitava?
Un brivido di freddo mi corse lungo la schiena quando ripensai a una simile consapevolezza
del potere dell’acqua, del potere delle armi e dell’opprimente potere della povertà
incontrati a Basra, in Iraq, nell’estate del 2000. Il nostro piccolo gruppo pacifista,
anche in questo caso eravamo quattro, voleva stabilirsi nella parte più povera
di questa città portuale nel sud dell’Iraq per studiare l’arabo e comprendere
meglio le condizioni di una zona distrutta dagli effetti delle sanzioni economiche
e dal dominio abusivo di una dittatura. Le prime parole che volevo imparare in
arabo erano “Non farlo!”: volevo poterle gridare ai ragazzi vivaci che, nel caldo
insopportabile, mettevano le mani a coppa, le immergevano nel canale di scarico
che scorreva lungo la strada e si versavano l’acqua in testa per rinfrescarsi
un po’. Alla fine dell’estate, io e i miei compagni qualche volta ci coprivamo
gli occhi con le mani e gridavamo “Ok, è il mio turno”, stringendo le labbra
mentre i ragazzi ci versavano l’acqua in testa. L’alternativa era svenire sotto
il sole cocente e la temperatura che raggiungeva i 60°.
Ogni mattina, nella famiglia presso la quale alloggiavo, Nadra, il cui nome significa
“eccezionale”, si alzava alle 4 e cominciava a strofinare ogni superficie nella
casa disordinatamente arredata. Il suo compito successivo consisteva nel rimuovere
una pietra, calare una pompa elettrica nel pozzo sottostante, e pompare un po’
della scorta d’acqua potabile a disposizione. Nadra era una delle poche persone
che si potevano permettere una simile attrezzatura. I membri del nostro gruppo
non bevevano l’acqua pompata in questo modo per paura di prendere infezioni mortali.
Bevevamo acqua minerale, spendendo di più per due giorni d’acqua in bottiglia
per noi di quanto Nadra spendesse per tutta la sua famiglia per un mese. Ecco
che si vede l’ordine di beccata: gli americani si prendono acqua depurata in bottiglia,
una famiglia irachena nelle grazie del regime si può permettere al massimo di
pompare un po’ d’acqua più o meno potabile, e i poveri rimangono quelli più esposti
e vulnerabili alle malattie provocate dall’acqua.
Di nuovo, la memoria mi riporta a una scena di doloroso conflitto a causa dell’acqua.
Mi ricordo di un tempo in cui la nostra amica Caoihme Butterly era entrata tra
le squallide rovine di Jenin Camp nella Striscia di Gaza, nell’aprile del 2002,
trasportando due pesanti pacchi da sei bottiglie d’acqua. Immediatamente, un gruppo
di bambini le corsero incontro per salutarla. “Caoihme, Caoihme!”, gridavano.
Caoihme è una donna alta. Li sovrastava, tenendo l’acqua preziosa. Vidi i suoi
occhi riempirsi di lacrime quando i ragazzini, rosi dalla frustrazione, cominciarono
a litigare gli uni con gli altri cercando di afferrare il suo carico per portare
una bottiglia a casa alla loro famiglia.
Mi chiedo come se la passi Natasha, l’orfana di 8 anni che ho incontrato a St.
Helene. È una giovane donna di 18 anni con occhi luminosi e uno splendido sorriso?
Si ricorda di quando aspettava fuori dalla sua casa, ogni mattino, per corrermi
incontro e salutarmi quando uscivo? Spero che non si ricordi di un mattino in
cui stette accucciata per terra e non si volse quando la chiamai. Andai verso
di lei, chiedendomi se avevo forse fatto qualcosa il giorno prima che l’aveva
offesa. Avvicinandomi, vidi dei sassolini che le scintillavano sulle labbra. Natasha
non mi era corsa incontro perché stava mangiando terra.
“Non puoi seppellire l’acqua”, dicevano i nostri amici haitiani. “E non puoi
seppellire la verità.” La rivista britannica The Lancet calcola che più di 100.000
civili iracheni sono morti a causa della guerra. La malnutrizione dei bambini
sta crescendo ed epidemie di malattie come epatite e colera scoppiano regolarmente.
Dopo 18 mesi di guerra e occupazione statunitense, i pozzi contaminati causano
malattie provocate dall’acqua; i fiumi sono così inquinati che nemmeno gli animali
possono berci; la mancanza di elettricità fa sì che cibo e medicine non possano
essere conservati. A causa del caos e della corruzione nell’occupazione USA, gli
iracheni hanno disperatamente bisogno di lavoro, servizi e sicurezza.