14/03/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



La fiction sull'attentato a Nassirya delude tutti, soprattutto la verità
Quello che risalta con maggior evidenza a proposito della fiction 'Nassirya, per non dimenticare' è che non ha scatenato le polemiche che si potevano attendere, al punto che Canale 5, negli ascolti, è stato superato da un'altra fiction trasmessa dalla Rai.

un militare italiano davanti a quel che resta della base maestrale a nassirya dopo l'attentatoTutti delusi. I critici televisivi hanno dato valutazioni differenti, considerando anche l'eventualità di una sorta di 'stanchezza' verso il tema. Ma era interessante soprattutto vedere come sarebbe stata rappresentata una pagina dolorosa della storia recente italiana, dove l'adesione emotiva alla sofferenza delle famiglie si sarebbe scontrata necessariamente con l'aspetto politico della fallimentare missione in Iraq. Questo mancava nel film. Chi si aspettava infatti una glorificazione tout court della partecipazione italiana alla missione in Iraq è rimasto deluso, perché non è mancato l'elemento critico nei confronti dell'avventura irachena, spesso definita dal protagonista Raoul Bova e compagni tutto “tranne che una missione di pace”. Non a caso tra i credits si scorge il riferimento al libro Diario da Nassirya, fine di un'illusione, di Marco Calamai. L'autore, ex funzionario civile della Coalizione, aveva denunciato tutti gli errori di valutazione e le decisioni in mala fede che avevano caratterizzato l'arrivo dei liberatori in Iraq. Altrettanto però è rimasto deluso chi si aspettava un ripensamento della partecipazione italiana, una riflessione sull'errore politico, ormai ammesso da tutti coloro che guardano serenamente ai risultati ottenuti, di imbarcarsi nell'invasione del paese. Tutti delusi insomma, ma qualcosa questa fiction ha comunque detto.

i funerali di stato riservati alle vittime di nassiryaLutto senza riflessione. Ha detto per esempio che, ancora una volta, l'opinione pubblica italiana non viene ritenuta capace di accostarsi al tema senza il filtro dell'emotività. Si potrebbe dire che il film voleva limitarsi a raccontare il dolore struggente di tutte le famiglie italiane che hanno perso un fidanzato, un padre, un fratello nell'attentato del 12 novembre 2003. E in questo senso nessuno avrà trovato nulla da ridire. Il problema però è un altro, e ha a che fare con la prospettiva con la quale si guarda a un certo tipo di eventi luttuosi che riguardano l'Italia. Il problema infatti, non è provare o meno dolore e solidarietà umana per tutti coloro che sono morti e per tutti i loro cari, ma è avere il coraggio intellettuale di capire per colpa di chi sono morti. E in questo la fiction è gravemente lacunosa, perché è troppo facile scaricare le colpe sull'arabo 'brutto e cattivo'. La responsabilità della morte dei militari italiani è anche e soprattutto del governo italiano dell'epoca. E questo aspetto è stato totalmente cancellato dal racconto.

il rottame del camion carico di tritolo che ha colpito la base maestraleVittime senza responsabilità? In tutta la fiction gli italiani sembrano le vittime di una sorta di sistema universale avverso a loro e alla loro umanità. L'ufficiale inglese, alla fine colluso con il traffico di reperti archeologici, e i terroristi, gli iracheni corrotti e una parte della popolazione civile ostile, tutto insomma assemblato ad arte per far passare un unico messaggio: noi ci siamo andati in missione di pace, armati delle migliori intenzioni e ci siamo scontrati con un gioco più grande di noi, contro il quale avevamo solo la nostra 'arte di arrangiarci' per difenderci. Ma il governo italiano ha le sue responsabilità in quello che è accaduto. Un esempio su tutti: la posizione del deposito delle armi nella base Maestrale. L'inchiesta di RaiNews24 Eroi senza medaglie, a cura di Sigfrido Ranucci e Maurizio Torrealta, ha mostrato un video inedito nel quale si udiva l’esplosione del deposito di munizioni dopo l’esplosione del camion carico di tritolo. Il fatto che nei cadaveri di alcuni dei militari morti a Nassirya siano stati rinvenuti proiettili in dotazione all’esercito italiano, porta alla conclusione che alcuni sono morti a causa dell’esplosione delle munizioni, tenute in un luogo non abbastanza lontano dagli alloggi e soprattutto troppo vicino all'ingresso della base, e per questo subito colpito dal camion-cisterna degli attentatori, come conferma a PeaceReporter il generale Fabio Mini, che sulla missione irachena ha svolto compiti di verifica e controllo.
L’avvocato Francesca Conte, legale di una delle famiglie delle vittime, quella del caporale scelto Alessandro Carrisi, dichiara che quest’ultimo è morto proprio a causa della deflagrazione delle stesse munizioni dell’esercito italiano, come anche altre famiglie delle vittime. Ma di tutto questo non c'è traccia nella fiction di Canale 5. Ogni volta che si solleva questo genere di osservazioni si viene accusati di essere anti-italiani e di non rispettare il dolore delle famiglie dei caduti. Ma è proprio nell'appurare e denunciare eventuali responsabilità che si rispetta la loro memoria.

una camerata della base dopo l'esplosione, dove era affissa una bandiera fascistaMemoria e verità. Lo stesso dicasi per gli aiuti umanitari, che nel film hanno un ruolo centrale. La scena madre è quella di una donna incinta salvata dall'intervento di una donna volenterosa dall'Italia. Così come l'arrivo dell'acqua a Nassirya è possibile grazie allo zelo e al senso pratico degli italiani, che si battono contro l'ottusa burocrazia statunitense e britannica che blocca gli aiuti umanitari. Ancora una volta la memoria dei caduti si sarebbe onorata maggiormente denunciando gli sperperi dei fondi della missione italiana a Nassirya, denunciati con dovizia di particolari da un'inchiesta dell'Espresso di qualche mese fa. La povera Claudia Pandolfi, medico di frontiera, si trova a lavorare in una struttura fatiscente e senza strumenti non solo, come dice giustamente lei, “perché con i soldi di una bomba si salverebbero tanti bambini”, ma anche perché i soldi della cooperazione italiana sono stati spesi in interventi non prioritari come la ristrutturazione dello stadio di Nassirya e la ricostruzione virtuale del museo di Baghdad.
L'elenco potrebbe continuare, passando per esempio sullo scarso realismo della raffigurazione dei militari italiani come un corpo unico e compatto di 'italiani brava gente'. Non è così, e non potrebbe esserlo, se non in un mondo di fantasia com'è quello della fiction. A Nassirya c'era il buon padre di famiglia, ma c'era anche chi teneva in camerata una bandiera fascista, come testimoniato da una serie di foto circolate in rete dopo l'attentato subito. Questa è la vita, dove nessuno è esente da colpe e dove tutti hanno le loro responsabilità. Resta il dolore dei familiari e la morte dei militari italiani, che rappresenta una goccia nel mare della mattanza quotidiana in Iraq, dove hanno già perso la vita decine di migliaia di iracheni. Ma l'unico modo per onorare davvero la memoria di chi ha perso la vita in Iraq è raccontare la verità, mettendo davanti alle loro responsabilità coloro che hanno il potere di decidere della vita e della morte degli altri.

Christian Elia

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