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Tutti delusi. I critici televisivi hanno dato valutazioni differenti, considerando anche l'eventualità
di una sorta di 'stanchezza' verso il tema. Ma era interessante soprattutto vedere
come sarebbe stata rappresentata una pagina dolorosa della storia recente italiana,
dove l'adesione emotiva alla sofferenza delle famiglie si sarebbe scontrata necessariamente
con l'aspetto politico della fallimentare missione in Iraq. Questo mancava nel
film. Chi si aspettava infatti una glorificazione tout court della partecipazione
italiana alla missione in Iraq è rimasto deluso, perché non è mancato l'elemento
critico nei confronti dell'avventura irachena, spesso definita dal protagonista
Raoul Bova e compagni tutto “tranne che una missione di pace”. Non a caso tra
i credits si scorge il riferimento al libro Diario da Nassirya, fine di un'illusione, di Marco Calamai. L'autore, ex funzionario civile della Coalizione, aveva denunciato
tutti gli errori di valutazione e le decisioni in mala fede che avevano caratterizzato
l'arrivo dei liberatori in Iraq. Altrettanto però è rimasto deluso chi si aspettava
un ripensamento della partecipazione italiana, una riflessione sull'errore politico,
ormai ammesso da tutti coloro che guardano serenamente ai risultati ottenuti,
di imbarcarsi nell'invasione del paese. Tutti delusi insomma, ma qualcosa questa
fiction ha comunque detto.
Lutto senza riflessione. Ha detto per esempio che, ancora una volta, l'opinione pubblica italiana non
viene ritenuta capace di accostarsi al tema senza il filtro dell'emotività. Si
potrebbe dire che il film voleva limitarsi a raccontare il dolore struggente di
tutte le famiglie italiane che hanno perso un fidanzato, un padre, un fratello
nell'attentato del 12 novembre 2003. E in questo senso nessuno avrà trovato nulla
da ridire. Il problema però è un altro, e ha a che fare con la prospettiva con
la quale si guarda a un certo tipo di eventi luttuosi che riguardano l'Italia.
Il problema infatti, non è provare o meno dolore e solidarietà umana per tutti
coloro che sono morti e per tutti i loro cari, ma è avere il coraggio intellettuale
di capire per colpa di chi sono morti. E in questo la fiction è gravemente lacunosa,
perché è troppo facile scaricare le colpe sull'arabo 'brutto e cattivo'. La responsabilità
della morte dei militari italiani è anche e soprattutto del governo italiano dell'epoca.
E questo aspetto è stato totalmente cancellato dal racconto.
Vittime senza responsabilità? In tutta la fiction gli italiani sembrano le vittime di una sorta di sistema
universale avverso a loro e alla loro umanità. L'ufficiale inglese, alla fine
colluso con il traffico di reperti archeologici, e i terroristi, gli iracheni
corrotti e una parte della popolazione civile ostile, tutto insomma assemblato
ad arte per far passare un unico messaggio: noi ci siamo andati in missione di
pace, armati delle migliori intenzioni e ci siamo scontrati con un gioco più grande
di noi, contro il quale avevamo solo la nostra 'arte di arrangiarci' per difenderci.
Ma il governo italiano ha le sue responsabilità in quello che è accaduto. Un esempio
su tutti: la posizione del deposito delle armi nella base Maestrale. L'inchiesta
di RaiNews24 Eroi senza medaglie, a cura di Sigfrido Ranucci e Maurizio Torrealta, ha mostrato un video inedito
nel quale si udiva l’esplosione del deposito di munizioni dopo l’esplosione del
camion carico di tritolo. Il fatto che nei cadaveri di alcuni dei militari morti
a Nassirya siano stati rinvenuti proiettili in dotazione all’esercito italiano,
porta alla conclusione che alcuni sono morti a causa dell’esplosione delle munizioni,
tenute in un luogo non abbastanza lontano dagli alloggi e soprattutto troppo vicino
all'ingresso della base, e per questo subito colpito dal camion-cisterna degli
attentatori, come conferma a PeaceReporter il generale Fabio Mini, che sulla missione irachena ha svolto compiti di verifica
e controllo.
Memoria e verità. Lo stesso dicasi per gli aiuti umanitari, che nel film hanno un ruolo centrale.
La scena madre è quella di una donna incinta salvata dall'intervento di una donna
volenterosa dall'Italia. Così come l'arrivo dell'acqua a Nassirya è possibile
grazie allo zelo e al senso pratico degli italiani, che si battono contro l'ottusa
burocrazia statunitense e britannica che blocca gli aiuti umanitari. Ancora una
volta la memoria dei caduti si sarebbe onorata maggiormente denunciando gli sperperi
dei fondi della missione italiana a Nassirya, denunciati con dovizia di particolari
da un'inchiesta dell'Espresso di qualche mese fa. La povera Claudia Pandolfi,
medico di frontiera, si trova a lavorare in una struttura fatiscente e senza strumenti
non solo, come dice giustamente lei, “perché con i soldi di una bomba si salverebbero
tanti bambini”, ma anche perché i soldi della cooperazione italiana sono stati
spesi in interventi non prioritari come la ristrutturazione dello stadio di Nassirya
e la ricostruzione virtuale del museo di Baghdad. Christian Elia
Parole chiave: iraq, italia, nassirya, raoul bova, fiction, carabinieri, antica babilonia