14/03/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Si avvicina il voto, ma il risultato è scontato e gli oppositori sono in carcere
“Sfortunatamente la storia ci insegna che non possiamo aspettarci che le prossime elezioni parlamentari in Siria saranno libere e trasparenti” ha dichiarato il portavoce del dipartimento di Stato Usa, Sean Mc Cormack.

Anwar al BunniImmobilismo. La consultazione per il rinnovo del parlamento siriano è prevista per il 22 aprile e nei mesi successivi ci sarà il referendum per la carica di presidente, ma nessuno in Siria si fa illusioni: il parlamento rimarrà saldo nelle mani del Baath e della coalizione del Syrian Socialist National Party, mentre il presidente sarà Bashar al Assad, per altri sette anni.
Bashar al Assad aveva promesso riforme politiche per superare il regime dittatoriale del padre ma, finora, non ci sono stati sviluppi in direzione del pluralismo e della libertà d'espressione. In Siria i principali partiti delle opposizioni curda e islamica sono fuorilegge, quindi la competizione elettorale è un fatto tutto interno al regime. Nonostante la certezza del risultato, con l'avvicinarsi della consultazione, le autorità hanno aumentato la pressione contro i dissidenti, arrestando un gran numero di attivisti per i diritti umani e civili accusati di vicinanza al movimento dei Fratelli Musulmani.

Michel KiloPrigionieri di coscienza. Sono almeno dieci gli attivisti per i diritti umani arrestati nel maggio 2006, per aver aderito alla dichiarazione Beirut-Damasco, un documento firmato da centinaia di siriani e libanesi, che chiedono la normalizzazione delle relazioni tra i due paesi e la fine delle ingerenze di Damasco sul Libano. Tra i dissidenti più noti e più duramente attaccati dal regime, Michel Kilo e Anwar al Bunni. Kilo, giornalista e scrittore arrestato nel maggio 2006, lamenta di essere stato maltrattato e tenuto in condizioni miserevoli. Non molto diversa è la vicenda dell'attivista per i diritti umani Anwar al Bunni, la figura simbolo dei diritti umani nel Paese.
Al Bunni e la sua famiglia sono stati a più riprese arrestati e minacciati, ma anche dal carcere il dissidente non ha rinunciato a lottare e sta usando il processo contro di lui come una tribuna da cui denunciare i suoi accusatori.

Cavilli e codicilli. L'arma principale del regime contro gli oppositori è l'Art. 150 del codice penale militare, che consente la “detenzione temporanea, fino a cinque anni, per chi pubblica articoli politici o discorsi che promuovano un partito o uno dei movimenti banditi”. Questa norma si scontra con l'Art. 38 della Costituzione siriana, per il quale “ogni cittadino ha il diritto di esprimere liberamente le proprie opinioni attraverso ogni mezzo di espressione”, e anche con la Convenzione Internazionale per i Diritti Civili, ratificata da Damasco nel 1969, che stabilisce il diritto di associazione e la libertà di circolazione. Questi ultimi diritti sono ancora oggi lettera morta: chiunque in Siria può essere arrestato per reati di opinione e qualsiasi riunione non autorizzata rischia di trasformarsi in una retata. Non solo, molti attivisti si sono visti negare il permesso di lasciare il Paese per partecipare a incontri e conferenze, tra loro anche il fratello di al Bunni, Akram. Altri oppositori arrestati lo scorso maggio sono stati rilasciati in settembre, ma da allora il regime li ha seguiti e controllati strettamente, trattenendo il qualche caso i loro figli o altri parenti. É il caso di Mahmoud Issa, Kamal al Libwani, Khalil Hussein e Suleyman Shummar, che Amnesty International e il Syrian Committee for Human Rights considerano ad alto rischio di ri-arresto. Il regime li tiene sulla corda, per arrestarli di nuovo al primo segnale di attività.

red

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