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Conferenza. Prima ancora
dell'apertura della conferenza i distinguo non mancano: gli Stati
Uniti hanno fatto sapere che non negozieranno con Damasco e Teheran,
ma approfitteranno del vertice per rinnovare le accuse contro di
loro. Moqtada Sadr ha dichiarato che il governo iracheno non è
stato in grado di proteggere i civili dalle violenze confessionali e
ha indicato il ritiro statunitense come condizione per la
stabilizzazione del Paese. Il segretario della Lega Araba, Amr Mussa,
invece, ha dichiarato di volere un calendario per il ritiro delle
truppe Usa, lo scioglimento di tutte le milizie e il mantenimento di
un Iraq unito. Un piano che la coalizione sciita dell'Alleanza
Irachena Unificata ha bocciato senza mezzi termini. Con queste
premesse, la conferenza iniziata oggi potrebbe concludersi con un
nulla di fatto ma, al di là delle dichiarazioni di principio,
qualcosa si sta muovendo e le aspettative sono molte. Il clima della
politica irachena, oltretutto, è inquinato dai timori per i
mandati d'arresto che sono stati emessi contro politici e capi
tribali iracheni, di cui non sono stati diffusi i nomi. I politici
incriminati sono accusati di coinvolgimento in azioni di terrorismo.
Voci di corridoio ritengono che i destinatari facciano parte del
partito filo-iraniano, Sciri e della coalizione sunnita, Iraqi Accord
Front.
Una coalizione non confessionale?
Mercoledì scorso il leader dell'Iraqi Accord Front, Adnan
Al Dulaimi, ha annunciato la formazione di un nuovo gruppo politico,
formato assieme alla coalizione Iraqi National List, guidata dall'ex
premier sciita, Iyad Allawi. Il nome del nuovo gruppo è Iraqi
National Front e si porrà come alternativa al governo di Al
Maliki, cercando di erodere il suo sostegno in parlamento. Secondo
fonti anonime citate dal quotidiano Azzaman, in quest'ultima
coalizione potrebbero entrare anche l'Iraqi Front For National
Dialogue, un partito filo baathista guidato da Salah al Mutlak, e
altri gruppi sunniti. Ma l'acquisto più significativo è
certamente quello del partito sciita Fadhila, annunciato
venerdì da Nadim Al Jabri. Fadhila, un partito di ispirazione
Sadrista molto diffuso nel sud del Paese, si è ritirato
dall'Iraqi United Alliance indebolendo la coalizione sciita di Al
Maliki. ”Questa decisione -ha spiegato Al Jabri- esprime la
certezza che l'attuale situazione politica in Iraq richiede una
ristrutturazione della vita politica basata sulla cittadinanza e su
programmi politici migliori per tutti gli iracheni”. Il politico
sciita ha spiegato che “Il primo passo per salvare l'Iraq è
smantellare tutti i blocchi parlamentari basati sull'appartenenza
confessionale e impedire la creazione di coalizioni simili nel
futuro, perché questo porterà solo alla divisione tra
gli iracheni”.
Washington. A Washington nel
frattempo si amplia la frattura tra il presidente Bush e il Congresso
guidato dai democratici, la cui portavoce, Nancy Pelosi, spinge
contro la linea del presidente chiedendo il ritiro delle truppe
dall'Iraq entro il 2008. I democratici, che hanno la maggioranza al
Congresso, puntano a porre dei limiti allo stanziamento di 93
miliardi di dollari che Bush ha chiesto per l'Iraq, oltre a impedire
la spedizione di altri settemila soldati come rinforzi.
L'amministrazione repubblicana però è decisa a
proseguire sulla sua linea, anche a costo di porre il veto sulla
mozione democratica. Dan Bartlett, consigliere del presidente, ha
dichiarato che la proposta di ritiro “è artificiosa e
precipitosa” e che “sfortunatamente, si basa sulla politica di
Washington e non tiene conto delle condizioni sul terreno in Iraq”.
La posizione democratica trova però una sponda nell'esercito:
il generale Petraeus, capo della missione in Iraq, ha recentemente
dichiarato che “le azioni militari sono necessarie per migliorare
la sicurezza, ma non sono sufficienti.”. Petraeus ha aggiunto che
“Occorre anche una via politica” indicando nell'apertura del
dialogo con i gruppi ribelli e i paesi confinanti, una condizione
essenziale strappare l'Iraq dalla morsa della guerra civile.Naoki Tomasini