10/03/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



In corso la conferenza internazionale sulla sicurezza a Baghdad: tra attesa e scetticismo
Inizia oggi a Baghdad la conferenza internazionale sulla sicurezza a Baghdad, cui partecipano Stati Uniti, Onu, i paesi confinanti l'Iraq -in particolare Siria e Iran-, la Lega Araba e il governo iracheno. Dall'incontro si attende la fine delle ingerenze siriane e iraniane nel paese, ma anche una nuova direzione politica che posa arginare le violenze settarie delle milizie.

Conferenza. Prima ancora dell'apertura della conferenza i distinguo non mancano: gli Stati Uniti hanno fatto sapere che non negozieranno con Damasco e Teheran, ma approfitteranno del vertice per rinnovare le accuse contro di loro. Moqtada Sadr ha dichiarato che il governo iracheno non è stato in grado di proteggere i civili dalle violenze confessionali e ha indicato il ritiro statunitense come condizione per la stabilizzazione del Paese. Il segretario della Lega Araba, Amr Mussa, invece, ha dichiarato di volere un calendario per il ritiro delle truppe Usa, lo scioglimento di tutte le milizie e il mantenimento di un Iraq unito. Un piano che la coalizione sciita dell'Alleanza Irachena Unificata ha bocciato senza mezzi termini. Con queste premesse, la conferenza iniziata oggi potrebbe concludersi con un nulla di fatto ma, al di là delle dichiarazioni di principio, qualcosa si sta muovendo e le aspettative sono molte. Il clima della politica irachena, oltretutto, è inquinato dai timori per i mandati d'arresto che sono stati emessi contro politici e capi tribali iracheni, di cui non sono stati diffusi i nomi. I politici incriminati sono accusati di coinvolgimento in azioni di terrorismo. Voci di corridoio ritengono che i destinatari facciano parte del partito filo-iraniano, Sciri e della coalizione sunnita, Iraqi Accord Front.

Adnan Al DulaimiUna coalizione non confessionale? Mercoledì scorso il leader dell'Iraqi Accord Front, Adnan Al Dulaimi, ha annunciato la formazione di un nuovo gruppo politico, formato assieme alla coalizione Iraqi National List, guidata dall'ex premier sciita, Iyad Allawi. Il nome del nuovo gruppo è Iraqi National Front e si porrà come alternativa al governo di Al Maliki, cercando di erodere il suo sostegno in parlamento. Secondo fonti anonime citate dal quotidiano Azzaman, in quest'ultima coalizione potrebbero entrare anche l'Iraqi Front For National Dialogue, un partito filo baathista guidato da Salah al Mutlak, e altri gruppi sunniti. Ma l'acquisto più significativo è certamente quello del partito sciita Fadhila, annunciato venerdì da Nadim Al Jabri. Fadhila, un partito di ispirazione Sadrista molto diffuso nel sud del Paese, si è ritirato dall'Iraqi United Alliance indebolendo la coalizione sciita di Al Maliki. ”Questa decisione -ha spiegato Al Jabri- esprime la certezza che l'attuale situazione politica in Iraq richiede una ristrutturazione della vita politica basata sulla cittadinanza e su programmi politici migliori per tutti gli iracheni”. Il politico sciita ha spiegato che “Il primo passo per salvare l'Iraq è smantellare tutti i blocchi parlamentari basati sull'appartenenza confessionale e impedire la creazione di coalizioni simili nel futuro, perché questo porterà solo alla divisione tra gli iracheni”.

Nancy PelosiWashington. A Washington nel frattempo si amplia la frattura tra il presidente Bush e il Congresso guidato dai democratici, la cui portavoce, Nancy Pelosi, spinge contro la linea del presidente chiedendo il ritiro delle truppe dall'Iraq entro il 2008. I democratici, che hanno la maggioranza al Congresso, puntano a porre dei limiti allo stanziamento di 93 miliardi di dollari che Bush ha chiesto per l'Iraq, oltre a impedire la spedizione di altri settemila soldati come rinforzi. L'amministrazione repubblicana però è decisa a proseguire sulla sua linea, anche a costo di porre il veto sulla mozione democratica. Dan Bartlett, consigliere del presidente, ha dichiarato che la proposta di ritiro “è artificiosa e precipitosa” e che “sfortunatamente, si basa sulla politica di Washington e non tiene conto delle condizioni sul terreno in Iraq”. La posizione democratica trova però una sponda nell'esercito: il generale Petraeus, capo della missione in Iraq, ha recentemente dichiarato che “le azioni militari sono necessarie per migliorare la sicurezza, ma non sono sufficienti.”. Petraeus ha aggiunto che “Occorre anche una via politica” indicando nell'apertura del dialogo con i gruppi ribelli e i paesi confinanti, una condizione essenziale strappare l'Iraq dalla morsa della guerra civile.
 

Naoki Tomasini

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