Stretti tra la miseria e la mafia giapponese, i senzatetto di Osaka rivendicano il loro diritto all'esistenza
Scritto per noi da
Fabio Ghelli

Nagata San mi mostra la foto sul tesserino rilasciato dall'ufficio di collocamento:
"ho una brutta cera - dice - non sono più quello d'una volta". L'uomo che mi siede
accanto di fronte al monumentale ingresso del municipio di Osaka porta una sdrucita
giacca a vento sopra lo zaino in cui serba le sue cose; il primo sole di marzo
non scalda a sufficienza per rinunciare ad una coperta. "Bevo troppo", prosegue
Nagata San, "bevo perché...", ride, "non mi si rizza più. Sarà il freddo a dormire
sempre all'aperto". Anche Yamada San beveva molto; dopo essere stato "sfrattato"
dalla sua tenda nel parco di Nagai Koen è finito per strada. Due giorni di sbornia
e il suo cuore non ha retto; aveva da poco passato i 50 anni. Ciò che accomuna
Yamada San e Nagata San - oltre al bere e al non avere una casa - è un'improbabile
lotta contro i personaggi senza volto che ci osservano dalle finestre della "fortezza"
municipale. Lo sgombero che ha abbattuto la tenda di Yamada San era finalizzato
a far largo ad un evento sportivo, la cui pubblicità campeggia adesso benigna
sulla teste dei guardiani che presidiano l'ingresso in un lungo cordone umano.
Gli uomini e le donne che si sono dati appuntamento oggi a Nakanoshima - il cuore
neoclassico di Osaka - non sono qui per difendere il diritto ad un alloggio, bensì
quello ben più fondamentale all'esistenza giuridica, al voto, al nome stesso di
"cittadini".
Il limbo del Kamagasaki. Nagata San e gli altri nojukusha (senza fissa dimora) che siedono pazientemente
di fronte al cordone di polizia provengono dall'area di Kamagasaki, un nome passato
alla storia (insieme a quello di Sanya, a Tokyo) come sinonimo di miseria, violenza
e degrado umano. Kamagasaki è da oltre 30 anni il quartier generale dello "Yoseba",
il caporalato incaricato dalle aziende di pescare ogni mattina un adeguato numero
di braccia tra la folla dei lavoratori a giornata che affollano i centri di reclutamento.
"Negli anni del boom, questi uomini", mi dice un attivista, "sono stati la spina
dorsale della nostra crescita economica; sono loro che hanno costruito tutto ciò
che ci circonda, modellando il volto del Giappone contemporaneo". Tra gli anni
'60 e gli anni '70 la popolazione di Kamgasaki - formata in gran parte da braccianti
fuggiti alle campagne per tentare fortuna nel paradiso della città - ha raggiunto
quota 35 mila. Con il progressivo declino dei cantieri edili e il conseguente
periodo di crisi, molti sono stati costretti ad abbandonare i propri alloggi,
iniziando ad assemblare il reticolo di tende e prefabbricati che cosituisce il
nucleo dell'attuale comunità.
Un 'impaccio' per l'amministrazione comunale. Nel 1990 - prima ancora che la "bolla" economica giapponese deflagrasse sui
mercati internazionali - la gente di Kamgasaki, vessata dalle angherie della yakuza
(la mafia giapponese) e dell'amministrazione cittadina, è esplosa in una serie
di proteste, terminate con un bilancio di 13 morti e oltre 60 feriti. Da allora
Kamagasaki è divenuta un "centro di contenimento" del disagio sociale, una sorta
di limbo per la fluttuante massa di "dropouts" - per lo più anziani lavoratori
incapaci di abbandonare l'area - che la città ha più volte tentato di cancellare
dal proprio tessuto urbano. "I luoghi come Kamagasaki", mi spiega il Professor
Hiroshi Ikeda, membro della Associazione Nazionale per lo Studio dello Yoseba,
"sono lo specchio più fedele della nostra società; ciò a cui assistiamo oggi",
prosegue il Professore, "è un processo di 'yosebizzazione' dell'intero mondo del
lavoro, la cui tendenza alla precarietà non rappresenta che un'evoluzione del
'caporalato' ". In questa fase è naturale che gli uomini come Nagata San, la cui
opera non ha più alcuna utilità per la parte "buona" della società, finiscano
per rappresentare un'imbarazzante impaccio per la pubblica amministrazione. Di
qui la decisione del comune di "porre ordine" nella Babele di Kamgasaki; quattro
mesi fa una campagna mediatica ha suscitato il pubblico scandalo dopo aver rivelato
che un caseggiato della zona ospita - secondo il catasto - circa 3 mila residenti.
La ragione di tale anomalia è di pubblico dominio: molti abitanti di Kamagasaki
non hanno alcuna fissa dimora, ma necessitano d'un attestato di residenza per
ottenere i sussidi dell'assisitenza sociale, nonché effettuare una regolare iscrizione
presso gli uffici di collocamento; onde far fronte a tale necessità, da 20 anni
a questa parte un padrone di casa accondiscendente permette a chi lo desidera
di registrarsi sotto un domicilio fittizio. La sola alternativa è quella di accordarsi
con la yakuza, la quale può concedere ai richiedenti un alloggio nominale in cambio
del 60 per cento dei loro introiti. L' "intollerabile anomalia" in uso a Kamgasaki
era da tempo nota agli ufficiali del comune, i quali hanno atteso fino ad oggi
per ricondurre l'intera situazione alla normalità.
La delusione dopo quatto ore di attesa. Per Nagata San e gli altri "irregolari" questo significa la perdita del sussidio
comunale, nonché l'esclusione dal diritto di voto; un gruppo di nojukusha ha pertanto
deciso di fare causa al comune, avocando l'incostituzionalità d'un provvedimento
che inibisce di fatto l'esercizio d'un diritto fondamentale. La sentenza del tribunale
ha dato ragione ai senza-tetto, la cui gioia s'è però presto esaurita all'annuncio
d'un ricorso in appello del comune; esperienze precedenti - spiegano i manifestanti
- dimostrano che in varie occasioni un verdetto di primo grado è stato ribaltato
in virtù di ingerenze politiche sulla corte d'appello. Le persone che da oltre
4 ore attendono di fronte al municipio esigono una presa di posizione del sindaco
sulla sentenza, un intervento pubblico che garantisca la trasparenza della procedura
legale in corso. Un impiegato comunale scende tra la folla ad annunciare che il
consiglio ha sospeso il provvedimento per un periodo di tre settimane. Brusio
di disappunto, qualcuno grida "impostori!". Poi, all'improvviso si sparge la voce
che il sindaco ha rilasciato un'intervista televisiva in cui annuncia che il comune
andrà avanti per la sua strada; il brusio si trasforma in un urlo e i manifestanti
tentano l'assalto al palazzo. La polizia, rimasta immobile fino a quel punto,
si getta sulla folla: alcuni minuti di tafferugli, poi il gruppo dei manifestanti
ripiega, e il cordone si rinsalda. Nagata San osserva da un lato della piazza,
gli occhi lucidi: "come fanno", dice, "come fanno a togliere qualcosa a noi, noi
che non abbiamo mai avuto niente?".