12/03/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Tra accuse e condanne, sono settimane movimentate nei rapporti tra Turchia e curdi
Direttamente o solo perché chiamato in causa, Abdullah Ocalan torna al centro dell'attenzione in Turchia. Il leader del Partito curdo dei lavoratori (Pkk), che sta scontando una condanna a vita per tradimento in un carcere di massima sicurezza nel mar di Marmara, secondo i suoi avvocati sarebbe in pericolo di vita perché sottoposto a un sistematico avvelenamento dalle autorità turche, che negano. In attesa di verifiche indipendenti che difficilmente arriveranno, altri eventi degli ultimi giorni fanno comunque pensare a un insolito nervosismo da parte di Ankara, che continua a usare il pugno duro nel reprimere il dissenso curdo e qualunque attacco all'identità turca, in un anno più che mai delicato per la Turchia.

Ocalan al momento dell'arrestoIl caso Ocalan. La scorsa settimana, gli avvocati del leader del Pkk hanno accusato Ankara di avvelenamento volontario, affermando di aver ritrovato tracce di stronzio e di cromo nei capelli dell'ex guerrigliero. Lunedì, il ministro della giustizia Cemil Cicek ha definito “pure bugie” le accuse del collegio difensivo, aggiungendo che “la Turchia è un Paese basato sul primato del diritto e se avesse voluto fare una cosa del genere, l'avrebbe fatta tempo fa”. Cicek ha però accettato di inviare una squadra di quattro medici sull'isola di Imrali, al largo di Istanbul, dove Ocalan è l'unico detenuto dal 1999. Ma Hursit Tolon, un ex generale turco che ha comandato i circa mille soldati che controllano l'isola-carcere, ha già definito inutile un esame medico per il leader curdo, perché a suo dire la prigione è talmente sicura da non poter permettere un avvelenamento e qualunque contatto fisico con Ocalan è vietato: tutto ciò che tocca Ocalan – dai piatti ai vestiti – sarebbe controllato, e il cibo che lui mangia viene assaggiato anche da una squadra speciale incaricata della sua sicurezza. Se viene avvelenato l'ex guerrigliero, ha detto il generale Tolon, sono avvelenate anche le sue guardie.

Una manifestazione curda a DiyarbakirLe condanne ai curdi. Sullo sfondo di questo mistero, la figura di Ocalan è entrata anche in due condanne emesse nei giorni scorsi contro dissidenti curdi. Martedì il numero uno del “Partito per una società democratica” (Dtp), un movimento che lotta per la concessione di maggiori diritti alla comunità curda, è stato condannato a sei mesi di reclusione solo per aver chiamato Ocalan “sayin”, cioè “signore”: una parola che secondo la corte implica rispetto per un uomo considerato un terrorista dalle autorità turche. Solo qualche giorno prima lo stesso politico, Ahmed Turk, era stato condannato insieme al suo vice a 18 mesi di prigione per aver distribuito opuscoli del loro partito in curdo (in Turchia il materiale politico può essere solo in turco). Sempre negli giorni, uno studente universitario curdo è stato condannato a 20 mesi per aver detto “Sono di origine curda; il Pkk è una conseguenza, non una causa” durante un programma televisivo a cui aveva partecipato l'anno scorso.

Anno elettorale. Secondo alcuni analisti turchi, queste rinnovate tensioni potrebbero essere spiegate con l'esigenza di rinvigorire la base curda, in un anno in cui il Paese voterà per il rinnovo del Parlamento, il prossimo novembre. “E' possibile che Turk abbia voluto chiamare Ocalan sayin per questo motivo, e per quanto riguarda Ocalan, trovo impossibile che la Turchia pensi di fare una cosa del genere: pensi che conseguenze ci sarebbero”, spiega a PeaceReporter una giornalista del quotidiano turco in lingua inglese Today's Zaman. Negli ultimi tempi, tra l'altro, dal leader curdo sono giunti auspici di pace tra le due comunità. Ma con la primavera e il disgelo alle porte, anche sul fronte sud-orientale le ostilità tra ribelli curdi e forze di sicurezza potrebbero riprendere.

Alessandro Ursic

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