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Imboscata. “Gli
insorti hanno attaccato un convoglio dell'Ua a un incrocio non
lontano dall'aeroporto – continua Abdulle – ma i colpi di mortaio
hanno mancato l'obiettivo, colpendo un ristorante vicino. Quando sono
arrivato sul posto, dopo aver chiesto alla polizia di scortarmi,
c'erano solo cadaveri e resti di corpi sparsi per la strada”. Le
truppe dell'Ua, giunte in Somalia per supportare il governo di
transizione, hanno ricevuto la stessa accoglienza riservata nel 1993
alle truppe dell'Onu e ai marines americani. A condurre gli attacchi
di martedì, presumibilmente, sarebbero stati uomini delle
Corti islamiche, cacciate da Mogadiscio lo scorso dicembre
dall'avanzata delle truppe somalo-etiopi. Il comando dell'Ua, che a
breve dovrebbe riuscire a schierare 4.000 uomini nel Paese (finora ne
sono arrivati 1.200), ha reso noto che gli attacchi non
influenzeranno il lavoro dei propri uomini. Ma la popolazione rimane
scettica.
Alleanze. L'Ua non
ha né gli uomini né il mandato per affrontare i
problemi, visto che è in Somalia per addestrare esercito e
polizia. “Se sono qui solo per addestrare i somali, 4.000 uomini
sono troppi – continua Albadri – mentre se devono garantire la
sicurezza, sono troppo pochi”. Schierati nelle maggiori città,
da Kismayo a Baidoa, i “berretti verdi” avrebbero già
cambiato strategia a séguito degli attacchi di martedì.
“La maggior parte degli effettivi è stata richiamata a
Mogadiscio dal sud”, conferma Abdulle. In città il caos
durerà ancora a lungo, nonostante le truppe etiopi non
sembrino in procinto di ritirarsi. “Si è creata una sorta di
alleanza tra i miliziani e gli insorti, perché entrambi hanno
l'obiettivo di indebolire il governo – conclude Albadri – da una
parte i miliziani fanno i loro comodi, dall'altra gli uomini delle
Corti non li fermano, perché vogliono far vedere alla gente
come il governo l'abbia abbandonata”.Matteo Fagotto