scritto per noi da
E. Roberta Petrillo
Per capire il chi è
dell’Albania del 2007 non basta osservare la nuova Tirana colorata
da Edi Rama, sindaco socialista appena rieletto. L’Albania ha mille
volti e spesso uno è il contrario dell’altro. A una Tirana
che ha scelto di guardare avanti e di rinnovarsi sia nell’estetica
che nella politica, si oppone il resto di un paese che appare
immobile su se stesso. Viaggiare verso il sud del paese, percorrendo
la statale che collega Tirana a Saranda è uno dei modi per
cogliere l’identità contraddittoria di questo paese dell’est
con gli occhi rivolti ad ovest.
Confine sud. Blerina ventiseienne di
Tepelene, villaggio a un centinaio di chilometri da Girocastro a sud
dell’Albania, ha scelto di trasferirsi a Durazzo. “A Tepelene le
strade non hanno nome -racconta- tutti conoscono tutti e se invii una
lettera lì stai certa che la posta sarà in grado di
recapitartela: ognuno di noi sa dove trovare gli altri. E’ un
paese piccolo, non c’è lavoro e di inverno è
isolato”. Blerina è andata via, perché nelle campagne
lo sviluppo promesso da Berisha al momento della sua elezione, nel
2005, non è ancora arrivato. In queste aree la disoccupazione
elevatissima spinge la gente a emigrare in Grecia, distante un
centinaio di chilometri, o in Italia. “Tepelene è
ferma. Niente è cambiato rispetto a venti anni fa. Dopo la
laurea ho capito che non potevo restare lì. Parlo inglese,
capisco l’italiano, ho studiato. Avevo bisogno di provare a vivere
in una città, di lavorare, di sentirmi europea”.
Blerina, come tanti suoi
amici, è emigrata. In questi anni il sud
dell’Albania è soggetto allo spopolamento più
imponente a cui abbia mai assistito la giovane repubblica balcanica.
Da queste parti, alcuni villaggi sono raggiungibili soltanto
percorrendo vecchie mulattiere e solo qualche immigrato di ritorno
possiede un fuoristrada: l’unica auto in grado di sfidare le strade
divelte, le deviazioni improvvise e i percorsi tortuosi.
Aspettare in corridoio. Gli altri usano il mulo e
intanto aspettano la costruzione del famoso corridoio 8. Un progetto
infra-strutturale mastodontico che dovrebbe collegare l’Albania con
il resto d’Europa. Il corridoio 8 viene considerato da molti come
un braccio verso occidente e verso lo sviluppo, ma sono pochissimi
quelli che conoscono le strategie politiche che i due schieramenti
candidati hanno messo in campo per uscire dall’isolamento
infrastrutturale ed economico. Uno degli aspetti più evidenti
della lenta transizione albanese è proprio la necessità
di affrancarsi dal passato e dalle forme di militanza attiva che
caratterizzavano il passato.
Oltre la facciata. Nessuno degli schieramenti in campo
rappresenta una reale alternativa all’altro. E’ per questo che le
ultime elezioni locali, nei villaggi come nel resto del paese non
sono state un avvenimento partecipato. Il voto di soltanto il 48 percento
degli aventi diritto dimostra che la priorità da queste parti
non è la politica. “Mio padre è socialista- racconta
Omela- io sono per i democratici. In fondo cosa ha fatto Rama per
Tirana oltre a ridipingere la città?. Tirana sarà anche
più bella ma noi continuiamo a non avere corrente elettrica,
la gente se può emigra e nessuno pensa a chi resta nelle
campagne e nei villaggi”. Molti giovani considerano
Edi Rama un populista. Il restyling di Tirana non è servito a
sopire i dubbi dell’elettorato e la bassissima affluenza alle urne
delle ultime elezioni ne è stata una conferma.
Un paese sospeso. Soltanto il 48 percento
dell’elettorato ha deciso di votare. La campagna politica centrata
sulla denigrazione sistematica della coalizione avversaria ha
by-passato le reali urgenze del paese. La crisi energetica, l’alto
tasso di disoccupazione, la questione delle minoranze sono questioni
rimaste sospese e rispetto alle quali nessuno delle due coalizioni ha
dimostrato di avere progettualità definite. Sullo sfondo, un paese,
che come racconta Arben “in campagna elettorale ha dato più
importanza al gossip riguardante le foto di Edi Rama nudo pubblicate
da un quotidiano di Tirana, piuttosto che al clima di incertezza che
continua a respirarsi nel paese”.