08/03/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



In tutto il Medio Oriente i governi si lanciano si lanciano sul nucleare, tra baratti e tensioni
“Loro dissero che se avessimo rinunciato al programma nucleare ci sarebbe stato un aiuto a riconvertire le conoscenze sul nucleare in un programma che ne prevedesse un uso pacifico. Ma ciò non è accaduto. Dovremmo essere un modello da seguire, ma la Libia è risentita perché le promesse fatte da Usa e Gran Bretagna non sono state mantenute”.

il colonnello gheddafiMancato pagamento. Così ha detto, il 3 marzo scorso, il colonnello Muammar Gheddafi, durante un'intervista concessa alla Bbc, in occasione del 30° anniversario dell'istaurazione del suo regime. Gheddafi non ha voluto dire se il mancato mantenimento di queste promesse comporterà la ripresa del programma nucleare libico, ma il messaggio che il vecchio dittattore voleva mandare è giunto forte e chiaro: ormai il nucleare è una sorta di mercato delle vacche politico, dove tutti i paesi del Medio Oriente e del Nord Africa giocano a spararla più grossa per ottenere un tornaconto, economico o politico.
Parlare semplicemente di proliferazione nucleare nella regione è infatti riduttivo. In pochi mesi, a partire dall'autunno dello scorso anno, quasi tutti i paesi dell'area hanno annunciato di voler avviare programmi di sviluppo per la produzione di energia nucleare a scopo pacifico. Ha cominciato il Marocco, nel settembre 2006, seguito dall'Algeria e dall'Egitto, poi dalla Tunisia e dalla Giordania, passando per il Consiglio di Cooperazione del Golfo Persico, che raduna sotto il suo logo Oman, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Kuwait, Qatar e soprattutto Arabia Saudita, paese che in passato si era sempre caratterizzato per l'assoluta contrarietà a progetti di proliferazione nucleare nella regione.
Ma come si spiega questa corsa all'atomo? E come si spiega questa specie di effetto domino nella regione sulla questione?

il re saudita abdullahTensioni religiose. Una delle possibili chiavi di lettura della vicenda può essere l'aspetto indicato da Gheddafi, cioè la minaccia di dare avvio a un programma nucleare per intimorire i grandi della Terra che, in tutt'altre faccende affaccendati, non sentono il bisogno di altre potenze nucleari in giro per l'area più calda e delicata del pianeta. Quindi l'ammiccamento a una sorta di baratto: io sospendo il programma nucleare, tu mi sommergi di finanziamenti e sovvenzioni. Questo discorso vale per alcuni paesi, ma non per tutti. I paesi sunniti, Arabia Saudita in testa, hanno tutto l'interesse a tutelarsi dal fatto che l'Iran, oltre che una potenza politica, diventi anche una potenza nucleare, capace di rappresentare un modello di riferimento per tutti gli sciiti che nei paesi sunniti rappresentano un elemento d'instabilità politica. Un altro elemento ancora è quello del tentativo di diversificare, per paesi come gli Emirati Arabi Uniti, un'economia basata unicamente sul mercato del greggio che, com'è noto, non durerà per sempre.

il re giordano abdallah IIAffari atomici. Motivi politici, economici e strategici quindi, che concorrono tutti a far salire la tensione in una zona già rovente di suo. Ma questa considerazione interessa e preoccupa alcuni, non tutti. La Russia per esempio che, dalla caduta del Muro di Berlino, è alla continua ricerca di un ruolo internazionale che pare poter arrivare proprio dalla fornitura di tecnologia e materie prime. A settembre del 2006, il re del Marocco Mohammed VI annuncia di aver siglato un accordo con l'azienda russa Atomstroiexport, che fornirà al regno la competenza necessaria a sviluppare un proprio programma nucleare. A febbraio scorso, il presidente russo Vladimir Putin ha avuto un incontro con il re saudita Abdullah nel quale i due leader hanno preso accordi per la fornitura da parte di Mosca dell'appoggio per lo sviluppo del programma nucleare saudita. Un bell'affare per le casse di Mosca, ma non sono solo i russi a beneficiare della corsa al nucleare mediorientale. La Francia ad esempio, nel dicembre 2006, ha stipulato lo stesso tipo di accordo con la Tunisia.

Christian Elia

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