
L’inviato di Repubblica, Daniele Mastrogiacomo – di cui non
si hanno più notizie da domenica sera, quando era giunto a Kandahar da
Kabul – è stato "arrestato" dai talebani (questo il termine usato dal portavoce
talebano Qari
Yousef Ahmadi) assieme ai suoi due interpreti afgani e, pare, anche
assieme a due donne afgane. La sua cattura sarebbe avvenuta nel
villaggio di Agmal, distretto di Garmser,
a sud di Lashkargah, capitale della provincia
meridionale
di Helmand.
I talebani, che in questa regione fanno capo al mullah
Dadullah, li hanno presi prigionieri perché stavano entrando, senza
autorizzazione, nella zona delle piantagioni di papaveri da oppio
controllate
dai talebani.
Mastrogiacomo e i due afgani sarebbero stati portati in una
locale base dei talebani per essere interrogati dallo stesso Dadullah. Sono accusati
di essere spie dei britannici. Tutte le
loro attrezzature, telefoni, computer e macchine fotografiche, sono stati
sequestrati.
(clicca per ingrandire)

Questo riferiva già questa mattinata la
Bbc, parlando però di un giornalista britannico di nome John Nichol e del
vicino distretto di Nad Ali. I
nomi dei due afgani citati dalla
Bbc, Ajmal e Syed Agha, coinciderebbero però - secondo fonti di
La Repubblica - con quelli
degli interpreti di Mastrogiacomo.
Questa zona, sulla sponda ovest del fiume Helmand, è una
distesa unica di campi di papavero, separati dai terrapieni che arginano i
canali d’irrigazione e punteggiati da piccoli villaggi contadini di povere case
di argilla, sui cui tetti stanno appostate le guardie armate talebane con il
compito di tenere lontani poliziotti e ficcanaso di qualsiasi specie.
Proprio in questa zona, la scorsa primavera, PeaceReporter aveva condotto un
reportage sull’oppio.
Ne riproponiamo un estratto.
Per la gente di qui
l’oppio non è il diavolo, il male, bensì l’unico bene, l’unica fonte di
sopravvivenza. Chiunque possieda un appezzamento di terra fertile più grande di
un orto lo coltiva a papaveri. Basta fare un giro fuori da Lashkargah, al di là
del fiume Helmand, per rendersene conto: tutti i campi, ma proprio tutti, sono
stati seminati a oppio. Anche quello di Nizab: quarant’anni, magro come un
chiodo, intento a strappare con il falcetto le erbacce che infestano i germogli
dei papaveri. “In famiglia siamo venti persone. Con quello che ricavo dalla
vendita dell’oppio riesco appena a sfamare i miei figli. Guardate qui – dice
sfilando una scarpa di gomma tutta rotta a uno dei bambini che gli stanno
intorno – non ho nemmeno i soldi per vestirli! Se non fosse per l’oppio
moriremmo di fame, perché non c’è altro: non potremmo certo campare con quel
che danno al mercato per il grano o il cotone, un decimo di quello che pagano
per l’oppio”.
Un altro disegno dei
cartelloni ritrae giovani afgani che si drogano fumando oppio. Ormai
l’Afghanistan sta diventando paese consumatore, oltre che produttore. “Lo so
che l’oppio uccide la gente – dice Nizab – e non solo nei vostri paesi, ora
anche qui da noi. Non è colpa mia se ci sono persone che hanno i soldi per
drogarsi: io di soldi non ne ho e per dar da mangiare ai miei figli sono
costretto a coltivare questa roba. Magari potessi riuscirci facendo altro! Se
il cotone e il grano rendessero come l’oppio, cambierei subito coltura. Se ci
fossero altri lavori da poter fare per vivere, non ci penserei due volte. Ma
qui non c’è niente altro che questo: tariak, oppio”, dice Nizab indicando il
campo attorno a sé e oltre.
“Ho visto i manifesti
in città e ho sentito dire in giro che arriveranno i poliziotti e anche i
soldati inglesi a distruggere i nostri campi: che vengano pure, noi li
aspettiamo! Difenderemo a costo della vita i nostri campi, perché tanto se ci
tolgono anche questo, moriremo lo stesso: di fame! Se con i soldi dell’oppio i
talebani ci si comprano le armi per me va bene, perché sono loro che
difenderanno i nostri campi. Adesso è meglio che ve ne andiate prima che
qualche…guardiano vi spari dalle colline laggiù”.