07/03/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Daniele Mastrogiacomo sarebbe stato rapito dai talebani a sud di Lashkargah
Daniele MastrogiacomoL’inviato di Repubblica, Daniele Mastrogiacomo – di cui non si hanno più notizie da domenica sera, quando era giunto a Kandahar da Kabul – è stato "arrestato" dai talebani (questo il termine usato dal portavoce talebano Qari Yousef Ahmadi) assieme ai suoi due interpreti afgani e, pare, anche assieme a due donne afgane. La sua cattura sarebbe avvenuta nel villaggio di Agmal, distretto di Garmser, a sud di Lashkargah, capitale della provincia meridionale di Helmand.
I talebani, che in questa regione fanno capo al mullah Dadullah, li hanno presi prigionieri perché stavano entrando, senza autorizzazione, nella zona delle piantagioni di papaveri da oppio controllate dai talebani.
Mastrogiacomo e i due afgani sarebbero stati portati in una locale base dei talebani per essere interrogati dallo stesso Dadullah. Sono accusati di essere spie dei britannici. Tutte le loro attrezzature, telefoni, computer e macchine fotografiche, sono stati sequestrati. 
 
(clicca per ingrandire) 
Questo riferiva già questa mattinata la Bbc, parlando però di un giornalista britannico di nome John Nichol e del vicino distretto di Nad Ali. I nomi dei due afgani citati dalla Bbc, Ajmal e Syed Agha, coinciderebbero però - secondo fonti di La Repubblica -  con quelli degli interpreti di Mastrogiacomo.
Questa zona, sulla sponda ovest del fiume Helmand, è una distesa unica di campi di papavero, separati dai terrapieni che arginano i canali d’irrigazione e punteggiati da piccoli villaggi contadini di povere case di argilla, sui cui tetti stanno appostate le guardie armate talebane con il compito di tenere lontani poliziotti e ficcanaso di qualsiasi specie.
Proprio in questa zona, la scorsa primavera, PeaceReporter aveva condotto un reportage sull’oppio.
Ne riproponiamo un estratto.
 
 
Contadini nei campi della zona (Foto E.Piovesana)Per la gente di qui l’oppio non è il diavolo, il male, bensì l’unico bene, l’unica fonte di sopravvivenza. Chiunque possieda un appezzamento di terra fertile più grande di un orto lo coltiva a papaveri. Basta fare un giro fuori da Lashkargah, al di là del fiume Helmand, per rendersene conto: tutti i campi, ma proprio tutti, sono stati seminati a oppio. Anche quello di Nizab: quarant’anni, magro come un chiodo, intento a strappare con il falcetto le erbacce che infestano i germogli dei papaveri. “In famiglia siamo venti persone. Con quello che ricavo dalla vendita dell’oppio riesco appena a sfamare i miei figli. Guardate qui – dice sfilando una scarpa di gomma tutta rotta a uno dei bambini che gli stanno intorno – non ho nemmeno i soldi per vestirli! Se non fosse per l’oppio moriremmo di fame, perché non c’è altro: non potremmo certo campare con quel che danno al mercato per il grano o il cotone, un decimo di quello che pagano per l’oppio”.
Un altro disegno dei cartelloni ritrae giovani afgani che si drogano fumando oppio. Ormai l’Afghanistan sta diventando paese consumatore, oltre che produttore. “Lo so che l’oppio uccide la gente – dice Nizab – e non solo nei vostri paesi, ora anche qui da noi. Non è colpa mia se ci sono persone che hanno i soldi per drogarsi: io di soldi non ne ho e per dar da mangiare ai miei figli sono costretto a coltivare questa roba. Magari potessi riuscirci facendo altro! Se il cotone e il grano rendessero come l’oppio, cambierei subito coltura. Se ci fossero altri lavori da poter fare per vivere, non ci penserei due volte. Ma qui non c’è niente altro che questo: tariak, oppio”, dice Nizab indicando il campo attorno a sé e oltre.
“Ho visto i manifesti in città e ho sentito dire in giro che arriveranno i poliziotti e anche i soldati inglesi a distruggere i nostri campi: che vengano pure, noi li aspettiamo! Difenderemo a costo della vita i nostri campi, perché tanto se ci tolgono anche questo, moriremo lo stesso: di fame! Se con i soldi dell’oppio i talebani ci si comprano le armi per me va bene, perché sono loro che difenderanno i nostri campi. Adesso è meglio che ve ne andiate prima che qualche…guardiano vi spari dalle colline laggiù”.
 

Enrico Piovesana

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