Jessica Long*
Va bene, va bene!! Il segreto è svelato... Sono, sfortunatamente, non canadese.
In effetti sono americana di una piccola città chiamata Olympia, nello stato di
Washington, circa tre ore a sud del confine canadese. Ma shhh... Non ditelo! Forse
se sapeste del disagio che queste tre ore di distanza mi hanno causato negli ultimi
sei anni non mi giudichereste così duramente per questa piccola bugia.

Rappresento quel 7 percento di americani che vanno in viaggio all'estero ogni
anno. Solitamente, sarei orgogliosa di appartenere a questa statistica. Tuttavia,
avendo girato il mondo per la maggior parte durante gli anni dell'amministrazione
Bush, mi rendo conto di come la mia nazionalità sia la prima causa di stress durante
i miei viaggi. Ho imparato che essere americani è qualcosa di cui non si può più
essere fieri, anche soltanto se si ha una minima conoscenza delle questioni globali.
In effetti io mi vergogno della mia nazionalità. Ma aspettate un momento... prima
che io venga affiancata da un patriota ostinato con dieci stickers in rilievo“Uniti
noi siamo” che gli abbelliscono il Suv, lasciatemi dire questo: comprendo il valore
dell'orgoglio nelle opportunità, nell'eguaglianza e nella giustizia, ma NON nel
nazionalismo per se stesso! Ed è questa la posta in gioco qui: l'ideologia insulare
americana. Viaggiare all'estero mi ha permesso di assumere una nuova prospettiva
riguardo questa deviata immagine americana auto-costruita. Sono grata per le mie
opportunità, la mia libertà e il mio tenore di vita, ma mi vergogno della corruzione
del mio governo, dell'ignoranza del mio popolo e dell'egoismo neo-coloniale della
mia nazione. Ma non è necessario che siate degli estremisti di sinistra per essere
d'accordo con me. E' sufficiente andare all'estero perché ci venga ricordato il
disprezzo globale per la nostra nazione.
Non soltanto non è più sicuro essere americani all'estero, non è più tollerato!
La maggioranza degli americani che incontro durante i miei viaggi ricorre alla
mia stessa bugia: “Sono, ehm... canadese.” Rinneghiamo la nostra nazionalità per
evitare gli sguardi torvi, le prese in giro, le lezioni e alle volte la violenza
degli altri stranieri. Negli ultimi sei anni, sono stata due volte in Africa,
spedita nel sud-est asiatico e in America centrale e ho vissuto per un breve periodo
in Europa per un totale di dodici nazioni diverse. Soprattutto, una cosa mi è
diventata chiara: il mondo ci odia. E se tutto il mondo odia la nostra nazione,
non vi pare che potremmo anche domandarci il perché? Come sostiene l'ospite di
talk show radiofonici e autore di successo Michael Medved, il disprezzo globale
verso gli americani deriverebbe dalla “loro” gelosia, dalle “loro” agende anti-capitalistiche
dal “loro” disprezzo per la nostra “tossica cultura pop”. Okay, questo spiega
i sentimenti degli estremisti islamici, degli idealisti francesi e dei marxisti
latino-americani. E il resto del mondo? Medved ammette che “il disprezzo verso
gli americani ha raggiunto le proporzioni di una pandemia”, giungendo “agli estremi
del globo”. E' possibile che il comunismo e la gelosia siano tanto contagiosi?
Non se si guarda all'Europa occidentale, il cui tenore di vita è alimentato dagli
sforzi capitalistici... Allora perché?

Un'indagine svolta dal Pew Research Center e citata su The Economist sfida le
ragioni percepite da Medved riguardo al disprezzo nei confronti degli americani.
Lo studio ha evidenziato come l'Olanda, la Spagna, la Cina e la Germania fossero
le prime quattro nazioni che non vedono l'America favorevolmente. Ad eccezione
della Cina, questi paesi anti-americani NON sono economicamente precari, né culturalmente
conservatori o indulgenti verso il comunismo. E dunque possiamo davvero dare la
colpa all'invidia, al marxismo e alla cultura popolare? Lo standard di vita di
Olanda, Spagna e Germania è tra i più alti d'Europa. Sono inoltre considerati
di cultura liberale nel modo di confrontarsi con la “cultura pop” straniera e
non sono rinomati per le loro ragioni anti-capitalistiche. In Inghilterra e in
Canada quasi la metà della popolazione vede negativamente l'America. Questo è
estremamente allarmante in quanto si tratta di due dei nostri maggiori alleati.
Lo studio ha messo in luce che al contrario India e Polonia ci apprezzano! Oh...
ma aspettate! C'è una spiegazione. Dal 1947 al '91 l'India ha attraversato un
periodo di socialismo e isolamento economico alimentato dal pensiero anti-capitalista
e anti-americano. Un articolo pubblicato su The Futurist suggerisce che sia stato
a causa dei fallimenti dell'economia indiana, associato al fatto che gli indo-americani
sono demograficamente l'etnia più prolifica degli Stati Uniti, ad averli condotti
a ribellarsi al socialismo e ad abbracciare gli ideali americani. Analogamente,
anche Polonia e Russia che sono a favore dell'America, fanno ciò a causa della
loro mancanza di fede nel regime comunista che cadde nel 1991. Una volta acquisite
la conclusione della guerra fredda e il crollo dell'Unione Sovietica, sappiamo
bene perché alcuni ci apprezzano. Ma non perché gli altri ci odiano. Perché quest'odio?
Che ci crediate o no, non possiamo dare interamente la colpa all'amministrazione
Bush per tutto questo. Piuttosto dobbiamo condannare l'ideologia insulare che
isola i cittadini americani dal resto del mondo: gli americani non viaggiano.
Gli americani non sanno. E ancora peggio non gliene importa. Pretendiamo di girare
il mondo, mentre le statistiche mostrano che lo conosciamo molto poco, se mai
ne sappiamo qualcosa.
Secondo la Commissione Europea del Turismo, solo il 18 percento degli americani
possiede un passaporto. Questo non prende in considerazione il numero di cittadini
in via di naturalizzazione. Quando confrontiamo questi numeri con la percentuale
del 41 percento di canadesi che possiedono un passaporto, noi statunitensi risultiamo
ancora più isolati dal punto di vista culturale rispetto ai nostri fratelli che
stanno più a nord. Inoltre, gli australiani che possiedono un passaporto sono
il triplo degli americani. Così, non possiamo dare la colpa della nostra scarsità
di viaggi e di interesse verso il mondo alle nostre dimensioni geografiche o alla
nostra collocazione. Noi non ci spostiamo perché la nostra ideologia insulare
implica che non ne sentiamo il bisogno. E' una profonda e radicata convinzione
americana che “noi siamo la migliore nazione del mondo”, e “istintivamente nel
giusto” se non “salvatori” in ogni nostro intervento nel mondo. Se ci si basa
su questa mentalità, vi è ben poca necessità o interesse a conoscere le altre
nazioni. Nel 2006, una indagine commissionata dal National Geographic ha rivelato
che l'85 percento dei giovani americani (età 18-24) non erano in grado di localizzare
l'Iraq o Israele su di una cartina, il 90 percento non sapeva dove fosse l'Afghanistan.
Il 75 percento degli americani non è in grado di individuare la Thailandia, persino
dopo lo tsunami del 2004, altamente pubblicizzato.

Nel 2002, una diversa indagine geografica fu fatta negli Stati Uniti, in Canada,
Francia, Germania, Italia, Giappone, Messico, Svezia e Gran Bretagna. I cittadini
americani offrirono la prestazione peggiore ad eccezione del Messico che realizzò
un punteggio di poco inferiore. Questo non è solamente un riflesso del nostro
sistema educativo, è anche un riflesso della nostra ideologia. Come mai? Perché
solo il 30 percento degli americani ritiene che sia importante dare informazioni
anche sulla localizzazione degli stati esteri di cui si parla nei telegiornali.
Cosa dicono queste statistiche al resto del mondo? Semplicemente, che mentre gli
americani non hanno nessun problema nel cercare di dirigere il mondo, abbiamo
davvero poca esperienza di come questo funzioni. E' in questa condizione di ignoranza
che giustifichiamo le nostre guerre, le relazioni commerciali e azioni politiche
in un mondo che sta rapidamente globalizzandosi. Senza voler essere ottusi e volgari,
i pericoli dello stereotipo americano stanno nel fatto che siamo visti contemporaneamente
come globalmente ignoranti e culturalmente egocentrici. Questa è la nostra rovina.
Douglas Richardson, direttore esecutivo dell' Association of American Geographers
in Washington D.C. concorda sul fatto che la conoscenza della geografia sia cruciale
per adempiere alle proprie funzioni in un mondo in rapida globalizzazione. Vi
ricordate del crollo dell'impero romano? Non sto suggerendo un simile destino,
ma semplicemente sostenendo che gli americani dovrebbero allontanarsi dall'ideologia
insulare nel momento in cui dobbiamo metterci in gara con gli altri popoli del
mondo in uno svelamento globale delle carte. Dobbiamo prendere parte all'arena
globale come individui ben informati acculturati e dalla mente aperta se vogliamo
mantenere una qualsiasi forma di decenza internazionale che forse abbiamo perso.
Se così non sarà, siate preparati ad allevare una timida generazione apologetica
che guarderà in basso ogni volta che dirà, “sono americano.”