La storia è già nota, e in breve dice quanto segue:
la Corte internazionale di giustizia dell'Aja, nel caso dell'accusa della BiH
[Bosnia Erzegovina] contro la Serbia e Montenegro per il genocidio in BiH
commesso durante la scorsa guerra ha deciso che: la Serbia non ha commesso il
genocidio in BiH; la Serbia non ha pianificato di eseguire il genocidio e non
ha istigato al genocidio; la Serbia non ha partecipato al genocidio; la Serbia
è responsabile di non aver impedito il genocidio a Srebrenica; la Serbia è
responsabile per non aver consegnato al Tribunale dell'Aja il generale Ratko
Mladic, accusato del genocidio di Srebrenica; la Serbia non ha l'obbligo di
pagare il risarcimento; la Serbia deve adottare la dichiarazione con la quale
riconoscerà di non aver impedito il genocidio di Srebrenica.
Nessun vincitore. Questi sono i fatti riportati in modo libero, tutto il
resto è interpretazione. Oggi in Serbia in molti credono che questa sentenza
sia motivo per festeggiare. Così si sente la maggior parte della gente.
Precedentemente, questa gente ogni giorno veniva convinta che non ci fosse
nemmeno alcun motivo per l'accusa. I più moderati, i più sobri e i più
razionali non vedono alcun motivo per festeggiare. Anzi. In Bosnia ed
Erzegovina in molti credono che la sentenza sia del tutto frustrante, ingiusta
e persino vergognosa. Così anche in Serbia la pensa la maggior parte della
gente. Anch'essa era stata anticipatamente preparata con una forte offensiva
dei media “orientati patriotticamente ”. Coloro i quali fino a ieri non erano
proprio convinti che il Tribunale potesse accusare la Serbia per il genocidio
in BiH, pubblicamente erano quasi considerati nemici dello Stato.
Contemporaneamente, anche in Bosnia oggi esiste una minoranza di coloro i quali
a mente fredda analizzano la decisione del Tribunale. Le compiute mancanze
grazie alle quali la decisione che è stata presa non è differente, in molti le
individuano prima di tutto nel proprio cortile, e solo in seguito su altri
fronti.
A seconda del luogo dal quale si analizza “la storica decisione del Tribunale”,
il giorno dopo si leggono anche i titoli dei media. I media al servizio degli
interessi serbi nei titoli sottolineano “la finale innocenza della Serbia”,
mentre gli altri potenziano la parte di decisione dove si riconosce
l'importante fatto internazional-giuridico: la Serbia è il primo Stato ad
essere condannato per aver violato la Convenzione sull'impedimento e sulla
mancata punizione del crimine di genocidio. I team legali di entrambe le parti,
dopo la sentenza, hanno cercato di mettere in primo piano i propri meriti per
la sentenza, attribuendo in modo aggressivo a se stessi “il successo” nel
rappresentare l'accusa, o la difesa. Le loro prime dichiarazioni sono
politicamente più contenute e più bilanciate rispetto alle dichiarazioni di
alcuni funzionari statali e politici. Gli avvocati della Serbia festeggiano
dimostrando di aver vinto, invece il team legale della BiH afferma di “non
essere del tutto insoddisfatto”. Contemporaneamente la foto dove i capi dei
team legali di entrambe le parti, Radoslav Stojanovic e Sakib Softic, si
stringono cordialmente la mano con dei grandi sorrisi dopo la sentenza ha fatto
il giro di tutto il mondo!
Voglia di chiudere i conti dell’Ue. Riguardo l'accusa, da tutte le parti
ci sono infinite dichiarazioni varie e differenti. Negli esiti di queste
dichiarazioni, in alcuni casi persino anche molto bizzarre e al di fuori del
contesto dell'intera storia, ci sono alcuni denominatori comuni. Questi
denominatori comuni sono: Il caso dell'accusa è finito con un'evidente
“saggezza” che le istituzioni della comunità internazionale dimostrano sin
dall'inizio della guerra sui territori della ex Jugoslavia. Questa “saggezza”
è
che la conclusione deve essere sempre la seguente: non c'è un colpevole
esclusivo né una vittima esclusiva delle “parti in guerra”. La soluzione
politico-legale deve essere in armonia con un detto popolare: “Salvare capra e
cavoli”. La guerra in BiH è terminata in armonia con questa posizione,
l'Accordo di Dayton è stato scritto in armonia con questa posizione, lo stato
della BiH è organizzato in armonia con questa posizione ed era illusorio
aspettarsi che l'ultima decisione riguardo l'intera vicenda sarebbe stata
diversa. A qualsiasi osservatore esterno un po' serio è del tutto chiaro che
l'Unione europea desidera assicurare alla decisione dell'Aja lo status di
“chiusura della pagina bellica sui Balcani”. La prima reazione di Havier Solana
riguardo a ciò è più che chiara. Egli dice che la “sentenza contribuirà alla
chiusura del dibattito sulla drammatica storia che è stata dolorosa e dannosa
per molti...” E aggiunge ancora più precisamente che “la più alta corte al
mondo, alla fine, ha chiuso questa pagina”.
Troppo dolore. Personalmente, dubito che sia la fine e che la pagina sia
chiusa. Per i cittadini della BiH che un tempo furono gli assoluti sostenitori
della proclamazione d'esistenza di una giustizia mondiale, questa giustizia
internazionale non esiste più già da tempo. Inoltre gli è più che chiaro che la
giustizia e la politica non hanno alcun legame reciproco. L'interesse che si
chiama politica, è più forte di tutto il resto. Persino anche di quello che
hanno vissuto loro stessi. La decisione della Corte dell'Aja sarebbe stata la
creazione di nuova norma legale nei rapporti internazionali. Quale persona
intelligente avrebbe potuto credere che nel caso della Bosnia si sarebbe creata
una norma legale che un domani avrebbe riguardato i grandi e i potenti? Che
stupidità! Ci si poteva aspettare che la comunità internazionale, del tutto presa
dalla situazione in Serbia e in particolare dalla questione del Kosovo, avrebbe
preso una decisione che avrebbe ulteriormente destabilizzato la situazione che
c'è là? Che stupidità! Un fatto molto
importante nell'intera storia è la pace relativa che caratterizza entrambe le
parti il giorno seguente alla lettura della sentenza. La gente non è uscita per
le strade, e questo non sarebbe stato strano per ambo le parti. I motivi,
naturalmente, sarebbero stati del tutto opposti, gli uni per festeggiare, gli
altri per protestare. La storia, con una significativa enfasi, però è come se
rimanesse all'interno del dominio di ragionevoli reazioni e analisi. Qualsiasi
altra cosa sarebbe stata dannosa.
Dalla parte bosniaca solo adesso esce piano in superficie la domanda: cosa
abbiamo ottenuto e cosa abbiamo perso con tutto ciò? È sintomatico ed è amaro
il commento del professore di Sarajevo che dice: “E' cinico che proprio la BiH
con la sua accusa abbia affrancato la Serbia dall'accusa di genocidio. Non
sarebbe stata tolta questa ipoteca se la BiH avesse valutato in modo più saggio
che nel mondo in cui viviamo la decisione non sarebbe potuta nemmeno essere
diversa”.
E’ finita, o no? Infine, i motivi per festeggiare in Serbia? Appena si
saranno ripresi si vedrà che non ce ne sono. Nella molto ufficiale “Politika”,
la caporedattrice nel primo commento il giorno dopo la sentenza ha scritto:
“Comunque con la sentenza della più rispettabile Corte internazionale siamo
diventati parte di una qualche storia ufficiale e sentenziata di genocidio. Con
ciò nemmeno la nostra innocenza davanti alla giustizia internazionale è del
tutto completa...”
Dal punto di vista sul cosa fare dopo, suddetto commento è ancora più
provocatorio: “La sentenza dell'Aja ha risolto anche la natura del
crimine di
Srebrenica. Per il resto del mondo questo sarà per sempre un genocidio.
Il
crimine di Srebrenica è stato commesso dai serbi, da individui,
dell'altra
parte della Drina, e la Serbia in questo, dice la corte, non ha preso
parte. Né
aiutato, né istigato. Ma per il destino collettivo serbo in questi
territori
comunque non può essere insignificante che i vicini della Bosnia
useranno a
proprio vantaggio questa sentenza come un'ottima base per la radicale
delegittimazione dell'esistenza della Republika Srpska”. Il senso
delle conseguenze, insieme al disaccordo sulle sfumature riguardo
l'interpretazione della storia dell'Aja, in questa citazione è
diagnosticato in
modo esatto e logico. Non è stato risolto ancora niente, e nemmeno si è
giunti
al termine.