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Lavoratori segregati. In Malesia
ci sono circa due milioni e 800mila lavoratori stranieri, per la
maggior parte indonesiani, ma anche bengalesi, nepalesi, indiani e
vietnamiti. Occupati soprattutto nel settore dell'edilizia,
nell'industria e nelle piantagioni, i lavoratori migranti
rappresentano circa il 12 percento della forza lavoro di tutto il
paese: una risorsa che arricchisce la Malesia, ma anche, secondo il
governo, i principali responsabili dell'ondata di violenza che ha
fatto impennare il tasso di criminalità del 40 percento nel
2006. Una soluzione, secondo il governo, consisterebbe nel limitare
fisicamente la libertà di movimento di questi lavoratori,
affinché non possano più andare in giro a commettere
reati. Il controverso disegno di legge prevede quindi che i
lavoratori stranieri, al termine del loro orario di lavoro, debbano
rimanere chiusi nelle loro abitazioni: fatiscenti baracche situate
all'interno o in prossimità dei cantieri e delle piantagioni
in cui lavorano. Non potrebbero lasciarle nemmeno nel loro giorno di
riposo, a meno di non avere un'autorizzazione scritta del datore di
lavoro che, a sua volta, dovrebbe registrare e trasmettere alla
polizia tutti i movimenti dei suoi dipendenti. Un regime di
apartheid, dunque, che non ha mancato di suscitare polemiche.
Gli abusi sui
migranti. Le leggi malesi,
infatti, sono lacunose e inadeguate a proteggere realmente i
lavoratori immigrati. I datori di lavoro, ad esempio, hanno facoltà
di trattenere i passaporti dei loro dipendenti stranieri, rendendo
per loro molto più difficile (se non impossibile) sottrarsi
agli eventuali abusi, allo sfruttamento e ai ritmi massacranti cui
sono sottoposti. Non esiste un salario minimo garantito per legge,
come non esistono provvedimenti che impongano ai datori di lavoro di
concedere giorni di riposo ai loro dipendenti. Molte organizzazioni
denunciano che le donne indonesiane, domestiche nelle case malesi,
sono frequentemente ridotte alla schiavitù sessuale, mentre ai
lavoratori migranti è fatto divieto di sposarsi. E forse, a
breve, non potranno più nemmeno fare una passeggiata senza un
permesso ufficiale. Cecilia Strada