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Sondaggi significativi. Non è la prima volta che i
sondaggi indicano, dopo le elezioni di gennaio dello scorso anno, il partito
del presidente Mahmoud Abbas in rimonta sulla formazione di Ismail Haniyeh, ma
la forbice delle preferenze non era mai stata così larga. La Birzeit è un ente
finanziato dall’Autorità Nazionale palestinese, i cui funzionari sono più
vicini al Fatah che ad Hamas, ma l’università palestinese è stata anche la
prima a segnalare l’ascesa di Hamas nei consensi in vista delle elezioni del
2006. Quindi non c’è motivo di non valutare con attenzione il dato politico che
emerge dall’indagine condotta dai ricercatori dell’università fondata negli
anni Venti. Soprattutto in questo momento, mentre sembra sbloccata la
trattativa per l’istituzione del governo di unità nazionale, in attuazione degli
accordi della Mecca siglati da Hamas e Fatah, con la tutela del re saudita
Abdullah, il 9 febbraio scorso. Il fatto che siano passati più di 20 giorni
senza che l’esecutivo, al quale parteciperanno Hamas, Fatah ed esponenti di
altri gruppi palestinesi, abbia visto la luce indica che alla Mecca non sono
state appianate tutte le differenze, anche se il fatto che l’economista
palestinese Salam Fayyad abbia accettato l'incarico chiave di ministro delle
Finanze nel prossimo governo è un buon segno.
Blocco politico. La popolazione quindi, almeno al
momento, sembra voltare le spalle al movimento islamista che, dopo la morte di
Yasser Arafat, ha rotto quel patto non scritto per il quale il rais avrebbe
comandato sempre e comunque. Anzi Hamas ha lavorato per incassare nel 2006 tutto
il lavoro fatto in passato, nell’ombra, nel tessuto sociale palestinese, mentre
i dirigenti di Fatah si arricchivano con i fondi della comunità internazionale.
La popolazione era dalla loro parte e, pur essendo i palestinesi un popolo
tendenzialmente laico, avevano premiato il lavoro di chi si era davvero
occupato di loro. La delusione dei palestinesi dunque è stata grande, visto che
in più di un anno di governo le condizioni di vita sono peggiorate, in
particolare nella Striscia di Gaza, dove Hamas domina incontrastata. Il blocco
degli aiuti internazionali, imposto al governo palestinese dall’Unione europea
e degli Stati Uniti dopo la vittoria di Hamas, ha contribuito in maniera
determinante alla situazione attuale. Tanto quanto l’assoluto rifiuto d’Israele
di trattare con un movimento che, più per motivi ideologici che pratici, si
ostina a non voler riconoscere l’esistenza dello Stato ebraico. Tutte
giustificazioni efficaci per Hamas, ma la popolazione palestinese ha sofferto
troppo e, dopo la tragedia della Seconda Intifada, non si può permettere il
lusso di patire anche la fame.
Oltre alla fame, l’inquinamento. Un
rapporto presentato nei giorni scorsi da Samir al-Afifi, direttore del Palestinian
Environmental Friends Association, un’organizzazione non governativa
finanziata tra gli altri dalle Nazioni Unite, ha disegnato un quadro desolante
della qualità della vita della popolazione civile a Gaza, la zona del mondo con
il rapporto più alto tra densità abitativa e spazio a disposizione. Non solo
una prigione a cielo aperto, sovraffollata di ‘detenuti’, ma anche una bomba
ambientale. Secondo al-Afifi infatti, che ha studiato l’inquinamento a Gaza per
10 anni, la costa della Striscia di Gaza, in particolare nella zona di Rafah,
è
molto a rischio, sia per la balneazione che per la pesca. Per non parlare della
mancanza di energia elettrica, cibo, medicinali e tutto il resto. Ecco perché
la popolazione palestinese è allo stremo e, pur essendo consapevole che è
l’embargo a determinare questa situazione, vuole voltar pagina, cedendo per
certi versi al ricatto della comunità internazionale che prima ha voluto le
elezioni (le più trasparenti del Medio Oriente e non solo), ma ha poi rifiutato
il risultato sgradito. Christian Elia