02/03/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Un sondaggio indica il crollo nei consensi di Hamas
I sondaggi, si sa, sono fatti per essere smentiti. Nonostante l’adagio induca alla prudenza, resta rilevante il dato reso noto ieri dal centro studi dell’Università Birzeit: se si andasse alle urne oggi, secondo un sondaggio condotto tra la popolazione palestinese nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, Fatah otterrebbe il 45 percento delle preferenze, Hamas il 33 percento.
 
da sinistra: mahmoud abbas, khaled meschaal e ismail haniyeh Sondaggi significativi. Non è la prima volta che i sondaggi indicano, dopo le elezioni di gennaio dello scorso anno, il partito del presidente Mahmoud Abbas in rimonta sulla formazione di Ismail Haniyeh, ma la forbice delle preferenze non era mai stata così larga. La Birzeit è un ente finanziato dall’Autorità Nazionale palestinese, i cui funzionari sono più vicini al Fatah che ad Hamas, ma l’università palestinese è stata anche la prima a segnalare l’ascesa di Hamas nei consensi in vista delle elezioni del 2006. Quindi non c’è motivo di non valutare con attenzione il dato politico che emerge dall’indagine condotta dai ricercatori dell’università fondata negli anni Venti. Soprattutto in questo momento, mentre sembra sbloccata la trattativa per l’istituzione del governo di unità nazionale, in attuazione degli accordi della Mecca siglati da Hamas e Fatah, con la tutela del re saudita Abdullah, il 9 febbraio scorso. Il fatto che siano passati più di 20 giorni senza che l’esecutivo, al quale parteciperanno Hamas, Fatah ed esponenti di altri gruppi palestinesi, abbia visto la luce indica che alla Mecca non sono state appianate tutte le differenze, anche se il fatto che l’economista palestinese Salam Fayyad abbia accettato l'incarico chiave di ministro delle Finanze nel prossimo governo è un buon segno.
 
Blocco politico. La popolazione quindi, almeno al momento, sembra voltare le spalle al movimento islamista che, dopo la morte di Yasser Arafat, ha rotto quel patto non scritto per il quale il rais avrebbe comandato sempre e comunque. Anzi Hamas ha lavorato per incassare nel 2006 tutto il lavoro fatto in passato, nell’ombra, nel tessuto sociale palestinese, mentre i dirigenti di Fatah si arricchivano con i fondi della comunità internazionale. La popolazione era dalla loro parte e, pur essendo i palestinesi un popolo tendenzialmente laico, avevano premiato il lavoro di chi si era davvero occupato di loro. La delusione dei palestinesi dunque è stata grande, visto che in più di un anno di governo le condizioni di vita sono peggiorate, in particolare nella Striscia di Gaza, dove Hamas domina incontrastata. Il blocco degli aiuti internazionali, imposto al governo palestinese dall’Unione europea e degli Stati Uniti dopo la vittoria di Hamas, ha contribuito in maniera determinante alla situazione attuale. Tanto quanto l’assoluto rifiuto d’Israele di trattare con un movimento che, più per motivi ideologici che pratici, si ostina a non voler riconoscere l’esistenza dello Stato ebraico. Tutte giustificazioni efficaci per Hamas, ma la popolazione palestinese ha sofferto troppo e, dopo la tragedia della Seconda Intifada, non si può permettere il lusso di patire anche la fame.
 
Oltre alla fame, l’inquinamento. Un rapporto presentato nei giorni scorsi da Samir al-Afifi, direttore del Palestinian Environmental Friends Association, un’organizzazione non governativa finanziata tra gli altri dalle Nazioni Unite, ha disegnato un quadro desolante della qualità della vita della popolazione civile a Gaza, la zona del mondo con il rapporto più alto tra densità abitativa e spazio a disposizione. Non solo una prigione a cielo aperto, sovraffollata di ‘detenuti’, ma anche una bomba ambientale. Secondo al-Afifi infatti, che ha studiato l’inquinamento a Gaza per 10 anni, la costa della Striscia di Gaza, in particolare nella zona di Rafah, è molto a rischio, sia per la balneazione che per la pesca. Per non parlare della mancanza di energia elettrica, cibo, medicinali e tutto il resto. Ecco perché la popolazione palestinese è allo stremo e, pur essendo consapevole che è l’embargo a determinare questa situazione, vuole voltar pagina, cedendo per certi versi al ricatto della comunità internazionale che prima ha voluto le elezioni (le più trasparenti del Medio Oriente e non solo), ma ha poi rifiutato il risultato sgradito. 

Christian Elia

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