02/03/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



I nostri servizi segreti sanno che la guerra si estenderà all'ovest. Ma il governo fa finta di niente
Il rappresentanti del governo italiano continuano a tranquillizzare l’opinione pubblica ripetendo che le nostre truppe in Afghanistan non verranno mandate a combattere contro i talebani nel sud del paese, rimanendo nelle province occidentali dove la guerra non c’è e non ci sarà.
Martedì 27 febbraio però si è tenuto un incontro riservato tra i rappresentanti dei servizi segreti militari dei paesi Nato maggiormente impegnati in Afghanistan. Tra questi c’erano anche gli italiani. Dalla riunione è emerso un quadro ben diverso sul futuro contesto in cui si troveranno ad operare i nostri soldati. Un contesto di guerra. I servizi alleati danno infatti per scontato che nei prossimi mesi i talebani porteranno la guerra anche nell’ovest.
 
Soldati italiani nell'ovestLa guerra nell’ovest è già arrivata. Una prospettiva confermata il giorno dopo, mercoledì, dalle dichiarazioni rese dagli stessi talebani all’agenzia di stampa britannica Reuters, cui il mullah Hayatullah Khan ha rivelato che mille kamikaze sono già stati inviati nelle regioni settentrionali e occidentali del paese dove presto entreranno in azione.
Del resto, l’estensione del conflitto alle regioni finora tranquille, come quelle occidentali, è già un dato di fatto. La bomba di ieri nella città occidentale di Farah (3 civili morti e 50 feriti), la mina esplosa al passaggio di un convoglio Isaf spagnolo nella provincia di Herat (una soldatessa morta e due feriti), quella scoppiata al passaggio di un mezzo della polizia afgana nella provincia di Farah (4 agenti morti), l’incursione di 300 talebani in un distretto della stessa provincia di Farah: un’escalation di attacchi che dimostra che i talebani hanno già rivolto la loro attenzione alle zone dove si trovano le truppe italiane.
 
Soldati italiani a HeratO combattere o tornare a casa. Nei prossimi mesi il governo Prodi non potrà più nascondersi dietro un dito rifiutandosi di mandare i nostri soldati in guerra al sud, perché sarà la guerra ad arrivare dai nostri soldati nelle province occidentali. A quel punto la scelta sarà chiara: o combattere, o tornare a casa. La scappatoia del “restare sì, ma esclusivamente a scopi umanitari” – provocatoriamente rilanciata ieri dal senatore a vita Francesco Cossiga – non sarà più praticabile. Per i nostri alleati della Nato la scelta “non belligerante” di Roma rappresenta già ora un insulto, un atteggiamento inaccettabile. Nei prossimi mesi, con l’intensificarsi e l’estendersi del conflitto alle zone di nostra competenza, le pressioni di Washington e Bruxelles affinché anche l’Italia faccia “il suo dovere” in Afghanistan si faranno sempre più insistenti. Dire di no, come fatto finora, diventerà sempre più difficile. Soprattutto se la linea guida del governo continuerà ad essere “il rispetto delle alleanze” e non quello dell’articolo 11 della nostra Costituzione. 

Enrico Piovesana

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