02/03/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Governo e ribelli Lra ai ferri corti, ma si continua a trattare
Sei mesi e nulla di fatto. Dopo la fine della tregua tra esercito e ribelli del Lord’s Resistance Army, scaduta a fine febbraio, le parti sono tornare tecnicamente in guerra, anche se una ripresa del conflitto sembra al momento improbabile. Ma sia tra i mediatori che tra i soggetti della crisi ugandese l’impazienza e la frustrazione sono palpabili, e al momento costituiscono i maggiori pericoli per una ripresa della guerra.
 
Esercito ugandeseCrisi. Dopo un inizio più che promettente, i colloqui di pace per porre fine a una guerra durata 20 anni e che ha fatto più di 25 mila vittime si sono arenati. Prima è arrivato il rifiuto dei ribelli di raccogliersi nei campi allestiti nel Sudan meridionale (dove il Lra ha le proprie basi) per ragioni di sicurezza, poi sono stati gli scontri degli ultimi mesi avvenuti nella regione, e di cui le parti si sono accusate a vicenda, a minare i colloqui di pace. Infine, a far naufragare definitivamente le trattative è arrivata la decisione dei ribelli di non riconoscere più le autorità sudanesi come mediatrici e la richiesta di spostare le trattative in Kenya o in Italia, richiesta che ha fatto imbestialire il presidente ugandese Yoweri Museveni. Ora, sia l’esercito ugandese che il Lra assicurano che risponderanno al fuoco se provocati, segno che nessuna delle due parti vuole essere accusata di aver ripreso le ostilità. Ma a questo punto le vie d’uscita alla crisi ugandese si stanno assottigliando sempre più.
 
Mandati. Secondo le ultime notizie, i ribelli avrebbero definitivamente abbandonato i campi di raccolta sudanesi, suscitando i timori dell’esercito che teme una nuova offensiva. Già altre volte infatti il Lra avrebbe approfittato delle tregue sancite per avviare i colloqui per riarmarsi e riprendere con maggior vigore il conflitto. C’è da dire che però, stavolta, i ribelli non sembrano in grado di potersi opporre con efficacia alle Forze Armate ugandesi, viste le numerose perdite subite nei mesi precedenti alla proclamazione della tregua. Ma, pur così indeboliti, i ribelli continuano a non cedere, soprattutto sul punto che ai loro leader sta più a cuore: lo stralcio delle incriminazioni contro il leader ribelle Joseph Kony e tre suoi consiglieri davanti alla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità.
 
Il leader del Lra, Joseph KonyDiffidenza. Anche su quest’ultimo punto, mesi di trattative non hanno portato a risultati apprezzabili. Da una parte la Cpi non accetta di bloccare i procedimenti in cambio della pace, dall’altra il governo ugandese si dice disponibile ma preferisce continuare a utilizzare i mandati di cattura (già emessi) come strumento di pressione. Governo e ribelli rimangono fermi, in attesa che l’altro faccia il primo passo: un atteggiamento che si è già riscontrato in passato, in occasione di precedenti colloqui, e che difficilmente un cambio di mediatore potrebbe modificare. Se oggi l’Uganda non può ancora dirsi tornata in guerra, di certo la strada verso la pace si è fatta più difficile. 

Matteo Fagotto

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