stampa
invia
Crisi. Dopo un inizio più che promettente, i colloqui di pace per
porre fine a una guerra durata 20 anni e che ha fatto più di 25 mila vittime si
sono arenati. Prima è arrivato il rifiuto dei ribelli di raccogliersi nei campi
allestiti nel Sudan meridionale (dove il Lra
ha le proprie basi) per ragioni di sicurezza, poi sono stati gli scontri degli
ultimi mesi avvenuti nella regione, e di cui le parti si sono accusate a
vicenda, a minare i colloqui di pace. Infine, a far naufragare definitivamente
le trattative è arrivata la decisione dei ribelli di non riconoscere più le
autorità sudanesi come mediatrici e la richiesta di spostare le trattative in
Kenya o in Italia, richiesta che ha fatto imbestialire il presidente ugandese
Yoweri Museveni. Ora, sia l’esercito ugandese che il Lra assicurano che risponderanno al fuoco se provocati, segno che
nessuna delle due parti vuole essere accusata di aver ripreso le ostilità. Ma
a
questo punto le vie d’uscita alla crisi ugandese si stanno assottigliando
sempre più.
Diffidenza. Anche su quest’ultimo punto, mesi di trattative non
hanno portato a risultati apprezzabili. Da una parte la Cpi non accetta di
bloccare i procedimenti in cambio della pace, dall’altra il governo ugandese si
dice disponibile ma preferisce continuare a utilizzare i mandati di cattura
(già emessi) come strumento di pressione. Governo e ribelli rimangono fermi, in
attesa che l’altro faccia il primo passo: un atteggiamento che si è già
riscontrato in passato, in occasione di precedenti colloqui, e che
difficilmente un cambio di mediatore potrebbe modificare. Se oggi l’Uganda non
può ancora dirsi tornata in guerra, di certo la strada verso la pace si è fatta
più difficile. Matteo Fagotto