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Ottimismo
di governo. Con queste
ottimistiche parole, il premier iracheno Nouri al-Maliki ha presentato il 27
febbraio scorso, nel corso di una conferenza stampa, il disegno di legge
approvato dal Consiglio dei Ministri sulla ripartizione dei proventi del
commercio del petrolio. Adesso la palla passa al Parlamento, dove l’iter della
legge si preannuncia tutt’altro che facile, anche se alla stesura del testo
hanno partecipato più o meno tutti i partiti rappresentati nell’Assemblea
nazionale. Il governo ritiene che la legge possa essere approvata entro la fine
di maggio prossimo, come dichiarato dal vice Primo Ministro Barham Salih,
ma troppi sono gli interessi in ballo,
e non solo iracheni. La ratio della legge è sostanzialmente quella
dell’equa, o presunta tale, distribuzione alle tre anime principali della
società irachena (curdi, sunniti e sciiti) delle ingenti risorse economiche che
il business dell’estrazione e della vendita del greggio garantiscono. Come ha
spiegato lo stesso premier, la ripartizione sarà gestita dal governo centrale
e
si baserà su un criterio demografico. Una ripartizione delle ricchezze che
tenga conto della composizione della popolazione irachena nelle 18 province
nelle quali è diviso l’Iraq. Questo criterio è finalizzato ad accontentare in
particolare i sunniti, visto che abitano in maggioranza i territori più poveri
del paese. Ma rispetta anche, più o meno, il fatto che i sunniti stessi
rappresentano la minoranza della popolazione irachena, e questo significa che
otterranno meno soldi degli sciiti e dei curdi.
Un paese
sconvolto.
Il problema di
fondo però è che l’Iraq, dall’invasione della Coalizione internazionale
nel
2003, è stato completamente stravolto. Si calcola che, al momento, ci
siano
circa un milione di sfollati interni e un milione di rifugiati
all’estero.
Quindi è piuttosto difficile disegnare una mappa reale degli equilibri
etnici e
confessionali nel paese, almeno fino a quando la tensione non sarà
calata,
consentendo un progressivo rientro dei profughi, al quale dovrebbe
seguire un
censimento ex novo. Tutte cose irrealizzabili nell’Iraq di oggi. Altro
elemento
critico della legge è quello che prevede l’istituzione di un Consiglio
Federale
del petrolio e del gas e di una compagnia petrolifera nazionale, che
garantiscano la gestione centralizzata del settore strategico
dell’energia. Questo organismo da chi sarà eletto? A chi risponderà?
Coloro i
quali vedono nell’esecutivo di Baghdad un fantoccio della Coalizione,
nel caso
in cui il Consiglio risponda al governo, non si sentirebbero comunque
rappresentati. E gli stessi curdi, che pure rappresentano un gruppo
favorevole
al rovesciamento del regime di Saddam, non amano l’idea di veder
ridotta la
loro autonomia gestionale nel settore petrolifero, che si sono di fatto
guadagnati dopo la prima guerra del Golfo, all’inizio degli anni
Novanta.
Conflitto
d’interessi. Autonomia che
diventa importante soprattutto in chiave di stipula di nuovi contratti. Proprio
l’autorità regionale curda, nei mesi scorsi, ha firmato un accordo con la
compagnia petrolifera norvegese Dno e, prima di accettare il disegno di legge,
voleva la certezza assoluta che il contratto non sarebbe stato messo in
discussione. Ancora i curdi sono alla finestra in attesa di conoscere l’esito
della contesa con gli arabi sunniti e sciiti per il controllo della città mista
di Kirkuk, che cambierebbe non poco gli equilibri economici del paese. “Una
commissione di esperti indipendenti giudicherà la congruenza di questo tipo di
accordi in caso di contenzioso”, ha dichiarato ancora Salih, ma non è detto che
la soluzione possa essere così semplice. Anche perché non è stato chiarito il
tipo di accordo che i governi regionali, dei quali si è formato solo quello
curdo, potranno stipulare con le compagnie petrolifere internazionali, compresa
l’italiana Eni. Il rischio è che, in un paese occupato, i rapporti di forza
siano troppo sbilanciati per avere delle trattative eque. Questo vuol dire che,
pur raggiunto l’accordo all’interno del governo, e magari anche in Parlamento,
la legge potrebbe non essere accettata da tutti gli iracheni, molti dei quali
la riterrebbero una svendita degli interessi nazionali alle compagnie
petrolifere internazionali.Christian Elia
Parole chiave: iraq, petrolio, guerra, legge irachena sul petrolio, nouri al-Maliki