22/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La libertà sessuale: la situazione nei Paesi dell’Europa dell’Est
manifestazione per il rispetto dei diritti delle minoranze sessuali“La popolazione in Albania ha un atteggiamento marcatamente antiomosessuale. Gli ultimi sondaggi indicano che la stragrande maggioranza della gente ci considera persone malate. Se ci dichiariamo pubblicamente omosessuali non possiamo ottenere un lavoro decente e la nostra famiglia ci ripudia. Solo gli albanesi possono capire tutta la pesantezza dell’essere ripudiati dalla propria famiglia”.
 
Naser Almalek, 30 anni, è il segretario dell’Associazione degli Omosessuali Albanesi. L’unico dei membri del gruppo a rilasciare interviste, perché gli altri temono le discriminazioni e l’ostracismo della società albanese che comincia nei nuclei familiari e si estende come un virus a tutta la società civile del Paese delle Aquile. Bashkim Arapi, presidente della stessa associazione, non ha retto a questa pressione e, il 17 agosto del 2002, si è tolto la vita avvelenandosi. Al funerale, tranne pochi amici e il suo partner, non c’era nessuno, tanto meno qualcuno dei suoi parenti.
 
“Le famiglie di coloro che fanno parte della nostra associazione, di solito, preferiscono non sapere cosa fanno i figli”, racconta Almalek al quotidiano belgradese Danas, “se gli omosessuali tengono segreta la loro identità sessuale tutto è a posto. Le famiglie non li ripudiano. Appena qualcuno dichiara pubblicamente di essere gay la famiglia lo espelle”.
 
Durante il regime comunista di Enver Hohxa, la persecuzione degli omosessuali raggiunse il suo apice e, il pregiudizio sessuale, è una delle poche cose sopravvissute alla dittatura. Fino al 1995, l’articolo 135 del Codice Penale albanese, prevedeva pene detentive fino a 10 anni per atti omosessuali. Nel gennaio del 1995 l’omosessualità, se praticata tra maggiorenni consenzienti, è stata depenalizzata, ma in Albania la riforma del Diritto di Famiglia del 2003 è stata un’occasione persa. Nonostante il dibattito che si è creato nel Paese, la nuova normativa non prevede alcun riconoscimento per le coppie omosessuali.
 
“Quella del 1995 è stata la nostra più grande vittoria”, dice Almalek, ma il fatto che lui sia l’unico a poter parlare pubblicamente, per il timore del ripudio familiare e delle violenze, indica come la situazione non sia affatto soddisfacente. Anche perché qualcuno fa il furbo e tenta di ottenere un visto per l’espatrio fingendosi gay. Questo non aiuta il lavoro di Almalek che amaramente però sottolinea come siano “tempi difficili qui in Albania. Bisogna decidere: l’orgoglio o un visto. Non è una scelta facile”.
 
La situazione non è molto diversa in altri Paesi dell’area. La Bulgaria per esempio.
Negli anni Settanta, durante il regime, ci furono delle vere e proprie campagne di repressione dell’omosessualità. Negli anni Novanta un aiuto fondamentale alla lotta per il riconoscimento dei diritti dei gay è venuto dagli intellettuali del Paese.
 
Due esempi su tutti. Il primo è quello di Azis, cantante pop-folk che domina le classifiche di vendita in Bulgaria ed è solito esibirsi con una gonna, che ha reso pubblica la sua omosessualità. Il secondo esempio è quello di Marius Kurkinski, attore e produttore teatrale molto apprezzato in patria, che non ha mai nascosto la sua relazione con un uomo. L’impegno di celebrità come loro ha ottenuto un grande successo: nel giugno del 2002 il Parlamento bulgaro ha depenalizzato l’omosessualità.
 
Non bisogna illudersi che la situazione sia rosea, però. Desislava Petrova, come si legge in un report dell’Osservatorio sui Balcani dedicato alla condizione della comunità LGBT (lesbiche, gay, bisessuali, transgender e transessuali), è la presidente dell’associazione Gemini che si batte per i diritti dei gay in Bulgaria. Lei sostiene che si possano individuare tre tipologie di comportamento dei politici bulgari verso gli omosessuali.
 
“Alcuni di loro hanno una mentalità aperta e collaborano con noi”, racconta la Petrova, “altri collaborano esclusivamente perché vogliono adempiere alle richieste dell’Unione Europea, altri ancora ignorano completamente la nostra esistenza e si rifiutano finanche di parlare con noi al telefono. Tra questi alcuni adottano posizioni del tutto estreme, come quel parlamentare che, due anni fa, in Parlamento, ha mostrato una Bibbia e ci ha invitato a bruciare sul rogo”.
 
Monika Pisankanova, presiede l’associazione Bilitis, un centro per donne lesbiche e bisessuali. Insegnava Identità Sessuali alla New Bulgarian University di Sofia, fino a quando ha fondato l’associazione. La storia di Monika è indicativa delle difficoltà che incontra una persona che in Bulgaria voglia esprimere chiaramente la sua sessualità.
 
“Ero già sposata quando mi sono resa conto di desiderare di vivere anche con una donna”, racconta la Pisankanova all’Osservatorio sui Balcani, “non perché il mio matrimonio fosse fallimentare, ma perché ne avevo bisogno. Ho avuto una bambina da mio marito e, adesso, lei ha tre genitori: io, lui e la mia compagna. Non ho alcuna intenzione di nascondere il mio orientamento sessuale”.
 
La famiglia allargata di Monika però, per lo stato bulgaro, non esiste. Manca una norma su coppie delle stesso sesso. “In Bulgaria la legge non protegge la coppia di fatto”, dice la Pisankanova, “se desidero avere un figlio da crescere assieme alla mia partner non veniamo riconosciute come nucleo familiare. Noi omosessuali non abbiamo gli stessi diritti degli eterosessuali. Non possiamo acquistare una casa, non possiamo ereditare dal compagno”.
 
Alla totale assenza di tutela legale, comune peraltro alla stragrande maggioranza delle legislazioni del mondo, si sommano spesso discriminazioni nella vita di tutti i giorni.
“Abbiamo ricevuto una denuncia”, racconta la Petrova, “di un dipendente cui il datore di lavoro ha intimato di legarsi i capelli e di comportarsi da uomo sul lavoro. Non è mai avvenuto che a una donna si chiedesse d’indossare collane meno vistose”.
 
Grazie al lavoro di associazioni come la Bilitis, il 1 gennaio del 2004, la Bulgaria ha votato una legge contro ogni forma di discriminazione, anche sessuale. È prevista l’istituzione di una Commissione di Stato per vigilare sul rispetto della legge e sono previste sanzioni economiche pesanti per chi trasgredisce. Il problema non è a Sofia o nelle grandi città del Paese, quanto nelle campagne e nelle periferie, dove il pregiudizio è duro a morire.
 
La situazione si presenta molto simile anche in Romania. Solo nel 2002 il Parlamento di Bucarest ha eliminato dal Codice Penale l’art. 200 che considerava l’omosessualità un reato.
Prima della rivoluzione sociale che ha portato alla defenestrazione di Ceausescu nel 1989, la condizione degli omosessuali in Romania era terribile. Tutte le violenze e le ingiustizie erano avvolte in una coltre di silenzio. L’identità sessuale era un tabù inviolabile.
 
Oggi le conquiste in questo senso, almeno dal punto di vista del dibattito pubblico, sono molte.
Dal 3 al 9 maggio del 2004, a Bucarest, si è svolto il Festival delle Diversità. Secondo i dati degli organizzatori riportati dall’Osservatorio sui Balcani, la manifestazione è stata un successo, ma non tanto da rendere possibile una sfilata per le strade della città.
 
“La società rumena è indottrinata dai più disgustosi miti, paure e stereotipi legati agli omosessuali”, racconta Julia Patagi, deputata rumena dell’Unione Democratica dei Magiari della Romania, “sono costretti ad avere una doppia vita, a nascondersi per la paura di perdere il lavoro, la famiglia, gli amici o di subire aggressioni fisiche”.
 
La depenalizzazione dell’omosessualità ha avuto un iter parlamentare durissimo, a causa dell’opposizione della Chiesa Ortodossa rumena e dei movimenti di estrema destra del Paese.
Alla fine hanno perso e la legge è passata, ma restano molto influenti, soprattutto lontano dalle grandi città.

Christian Elia

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