
“La popolazione in Albania ha un atteggiamento marcatamente antiomosessuale.
Gli ultimi sondaggi indicano che la stragrande maggioranza della gente ci considera
persone malate. Se ci dichiariamo pubblicamente omosessuali non possiamo ottenere
un lavoro decente e la nostra famiglia ci ripudia. Solo gli albanesi possono capire
tutta la pesantezza dell’essere ripudiati dalla propria famiglia”.
Naser Almalek, 30 anni, è il segretario dell’Associazione degli Omosessuali Albanesi.
L’unico dei membri del gruppo a rilasciare interviste, perché gli altri temono
le discriminazioni e l’ostracismo della società albanese che comincia nei nuclei
familiari e si estende come un virus a tutta la società civile del Paese delle
Aquile. Bashkim Arapi, presidente della stessa associazione, non ha retto a questa
pressione e, il 17 agosto del 2002, si è tolto la vita avvelenandosi. Al funerale,
tranne pochi amici e il suo partner, non c’era nessuno, tanto meno qualcuno dei
suoi parenti.
“Le famiglie di coloro che fanno parte della nostra associazione, di solito,
preferiscono non sapere cosa fanno i figli”, racconta Almalek al quotidiano belgradese
Danas, “se gli omosessuali tengono segreta la loro identità sessuale tutto è a
posto. Le famiglie non li ripudiano. Appena qualcuno dichiara pubblicamente di
essere gay la famiglia lo espelle”.
Durante il regime comunista di Enver Hohxa, la persecuzione degli omosessuali
raggiunse il suo apice e, il pregiudizio sessuale, è una delle poche cose sopravvissute
alla dittatura. Fino al 1995, l’articolo 135 del Codice Penale albanese, prevedeva
pene detentive fino a 10 anni per atti omosessuali. Nel gennaio del 1995 l’omosessualità,
se praticata tra maggiorenni consenzienti, è stata depenalizzata, ma in Albania
la riforma del Diritto di Famiglia del 2003 è stata un’occasione persa. Nonostante
il dibattito che si è creato nel Paese, la nuova normativa non prevede alcun riconoscimento
per le coppie omosessuali.
“Quella del 1995 è stata la nostra più grande vittoria”, dice Almalek, ma il
fatto che lui sia l’unico a poter parlare pubblicamente, per il timore del ripudio
familiare e delle violenze, indica come la situazione non sia affatto soddisfacente.
Anche perché qualcuno fa il furbo e tenta di ottenere un visto per l’espatrio
fingendosi gay. Questo non aiuta il lavoro di Almalek che amaramente però sottolinea
come siano “tempi difficili qui in Albania. Bisogna decidere: l’orgoglio o un
visto. Non è una scelta facile”.
La situazione non è molto diversa in altri Paesi dell’area. La Bulgaria per esempio.
Negli anni Settanta, durante il regime, ci furono delle vere e proprie campagne
di repressione dell’omosessualità. Negli anni Novanta un aiuto fondamentale alla
lotta per il riconoscimento dei diritti dei gay è venuto dagli intellettuali del
Paese.
Due esempi su tutti. Il primo è quello di Azis, cantante pop-folk che domina
le classifiche di vendita in Bulgaria ed è solito esibirsi con una gonna, che
ha reso pubblica la sua omosessualità. Il secondo esempio è quello di Marius Kurkinski,
attore e produttore teatrale molto apprezzato in patria, che non ha mai nascosto
la sua relazione con un uomo. L’impegno di celebrità come loro ha ottenuto un
grande successo: nel giugno del 2002 il Parlamento bulgaro ha depenalizzato l’omosessualità.
Non bisogna illudersi che la situazione sia rosea, però. Desislava Petrova, come
si legge in un report dell’Osservatorio sui Balcani dedicato alla condizione della
comunità LGBT (lesbiche, gay, bisessuali, transgender e transessuali), è la presidente
dell’associazione Gemini che si batte per i diritti dei gay in Bulgaria. Lei sostiene
che si possano individuare tre tipologie di comportamento dei politici bulgari
verso gli omosessuali.
“Alcuni di loro hanno una mentalità aperta e collaborano con noi”, racconta la
Petrova, “altri collaborano esclusivamente perché vogliono adempiere alle richieste
dell’Unione Europea, altri ancora ignorano completamente la nostra esistenza e
si rifiutano finanche di parlare con noi al telefono. Tra questi alcuni adottano
posizioni del tutto estreme, come quel parlamentare che, due anni fa, in Parlamento,
ha mostrato una Bibbia e ci ha invitato a bruciare sul rogo”.
Monika Pisankanova, presiede l’associazione Bilitis, un centro per donne lesbiche
e bisessuali. Insegnava Identità Sessuali alla New Bulgarian University di Sofia,
fino a quando ha fondato l’associazione. La storia di Monika è indicativa delle
difficoltà che incontra una persona che in Bulgaria voglia esprimere chiaramente
la sua sessualità.
“Ero già sposata quando mi sono resa conto di desiderare di vivere anche con
una donna”, racconta la Pisankanova all’Osservatorio sui Balcani, “non perché
il mio matrimonio fosse fallimentare, ma perché ne avevo bisogno. Ho avuto una
bambina da mio marito e, adesso, lei ha tre genitori: io, lui e la mia compagna.
Non ho alcuna intenzione di nascondere il mio orientamento sessuale”.
La famiglia allargata di Monika però, per lo stato bulgaro, non esiste. Manca
una norma su coppie delle stesso sesso. “In Bulgaria la legge non protegge la
coppia di fatto”, dice la Pisankanova, “se desidero avere un figlio da crescere
assieme alla mia partner non veniamo riconosciute come nucleo familiare. Noi omosessuali
non abbiamo gli stessi diritti degli eterosessuali. Non possiamo acquistare una
casa, non possiamo ereditare dal compagno”.
Alla totale assenza di tutela legale, comune peraltro alla stragrande maggioranza
delle legislazioni del mondo, si sommano spesso discriminazioni nella vita di
tutti i giorni.
“Abbiamo ricevuto una denuncia”, racconta la Petrova, “di un dipendente cui il
datore di lavoro ha intimato di legarsi i capelli e di comportarsi da uomo sul
lavoro. Non è mai avvenuto che a una donna si chiedesse d’indossare collane meno
vistose”.
Grazie al lavoro di associazioni come la Bilitis, il 1 gennaio del 2004, la Bulgaria
ha votato una legge contro ogni forma di discriminazione, anche sessuale. È prevista
l’istituzione di una Commissione di Stato per vigilare sul rispetto della legge
e sono previste sanzioni economiche pesanti per chi trasgredisce. Il problema
non è a Sofia o nelle grandi città del Paese, quanto nelle campagne e nelle periferie,
dove il pregiudizio è duro a morire.
La situazione si presenta molto simile anche in Romania. Solo nel 2002 il Parlamento
di Bucarest ha eliminato dal Codice Penale l’art. 200 che considerava l’omosessualità
un reato.
Prima della rivoluzione sociale che ha portato alla defenestrazione di Ceausescu
nel 1989, la condizione degli omosessuali in Romania era terribile. Tutte le violenze
e le ingiustizie erano avvolte in una coltre di silenzio. L’identità sessuale
era un tabù inviolabile.
Oggi le conquiste in questo senso, almeno dal punto di vista del dibattito pubblico,
sono molte.
Dal 3 al 9 maggio del 2004, a Bucarest, si è svolto il Festival delle Diversità.
Secondo i dati degli organizzatori riportati dall’Osservatorio sui Balcani, la
manifestazione è stata un successo, ma non tanto da rendere possibile una sfilata
per le strade della città.
“La società rumena è indottrinata dai più disgustosi miti, paure e stereotipi
legati agli omosessuali”, racconta Julia Patagi, deputata rumena dell’Unione Democratica
dei Magiari della Romania, “sono costretti ad avere una doppia vita, a nascondersi
per la paura di perdere il lavoro, la famiglia, gli amici o di subire aggressioni
fisiche”.
La depenalizzazione dell’omosessualità ha avuto un iter parlamentare durissimo,
a causa dell’opposizione della Chiesa Ortodossa rumena e dei movimenti di estrema
destra del Paese.
Alla fine hanno perso e la legge è passata, ma restano molto influenti, soprattutto
lontano dalle grandi città.