
“Possono usare il termine
terroristi,
ma per noi coloro
che combattono nell’Ltte sono i nostri difensori”. I tamil da anni in Italia
rompono il muro del silenzio e decidono di farlo anche per difendersi, dicono,
dalla falsa propaganda che “ci sta accerchiando”. Delusi, sottolineano, dalle
organizzazioni internazionali, Onu compresa, da quelle per i diritti umani,
dalla stampa che non darebbe spazio a chi, a causa di una guerra che dura ormai
da decenni, vive in condizioni di disagio estremo, perennemente in pericolo. Squarciano
il silenzio cercando una sponda in uno dei Paesi, l’Italia, dove da tempo è in
atto una vera e propria diaspora per sfuggire alla fame e alla guerra. I gruppi
più numerosi sono a Reggio Emilia, Genova, Bologna, Napoli, Palermo. Ma la loro
posizione, vogliono sottolineare, è comune a quella dei circa 800mila tamil
sparsi in ogni parte del mondo, con un’altissima percentuale in Canada.
"L'Ltte è il nostro governo". La
comunità che abbiamo incontrato ha parenti sparsi in Canada, in
Germania, Inghilterra, Svizzera. Famiglie divise, ma che ogni giorno si mettono
in contatto telefonico o via internet per comunicarsi notizie, impressioni e,
soprattutto per sostenersi… Sostegno morale, certo, ma anche economico. “Sì –
ammette Adavan, da vent’anni in Italia – inviamo soldi ai nostri parenti o
amici che sono rimasti nello Sri Lanka e inviamo quindi soldi all’Ltte (Liberation
Tigers of Tamil Eelam). Le
tigri
hanno lo scopo di liberare il popolo tamil, sono i nostri rappresentanti
politici, non terroristi. Dall’inizio della guerra nelle nostre aree sono morte
circa 70mila persone, senza di loro ne sarebbero morti 700mila”. Ma appena
facciamo notare che quei soldi servono per portare avanti la lotta armata,
chiarisce: “I nostri soldi aiutano la popolazione civile e quello che nelle nostre
aree è un governo di fatto, anche se la comunità internazionale non lo
riconosce. Abbiamo una nostra polizia, un tribunale, sono state costruite
strade e realizzati servizi, per tutto questo occorre denaro”. Il discorso è
chiaro: l’Ltte e i Tamil sono una cosa sola.
Sostegno economico. “Loro combattono per noi, per la
nostra indipendenza, io guadagno circa 1.200 euro al mese e lavoro 16 ore al
giorno – continua Adavan, che gestisce un negozio di alimentari, frutta e
verdura – ma non potrei non fornire il mio contributo per la causa”. Si dice,
gli facciamo notare, che siate in realtà costretti a pagare una sorta di pizzo
ai vostri connazionali che combattono nelle fila dell’Ltte. “Le posso
assicurare – risponde assolutamente tranquillo – che il nostro contributo è
volontario, tra noi c’è piena solidarietà e ognuno dà quel che può. Il 90
percento di noi tamil sparsi per il mondo contribuisce di sua iniziativa al
sostegno di chi è rimasto in patria”. E chi non lo fa? “Cerchiamo di fargli
capire cosa realmente succede lì, ma senza coercizioni” ci assicura. “I nostri
soldi – si inserisce Nandan – non sono utilizzati solo per la guerra, ma vanno
alle vedove, ai bambini mutilati a causa del conflitto. L’Ltte non fa soltanto
la guerra, ci amministra”. E domanda: “Voi italiani, con le vostre tasse, non
contribuite anche all’invio delle truppe in Afghanistan o in altre zone
calde?”.
Opposte ragioni. Molti di loro raccontano di abusi da parte dei governativi, di fermi
senza motivo all’aeroporto quando tornano in patria (“poi paghi 100 o 200 euro
e ti lasciano andare via”), di continui soprusi. Ma le motivazioni dei tamil
si scontrano con le ragioni della comunità cingalese che da tempo ha costruito
una rete di contatti in tutto il mondo, e soprattutto in Europa con la Castis
(Campagna contro il terrorismo separatista in Sri Lanka). A Ginevra e in altre
capitali europee, tra cui Roma, l’associazione ha organizzato manifestazioni
sollecitando l’intervento della comunità internazionale per fermare il
conflitto. “Non basta – dice Vijith Deekiri, coordinatore della Castis con sede
a Brescia– aver dichiarato l’Ltte un gruppo terroristico, bisogna fare di più
per stroncare il canale di finanziamenti”. “Se si parla di armi, il nostro
unico fornitore – dice Koby, giovane studente universitario tamil che ora in Italia
lavora come artigiano – è il governo cingalese: sappiamo dove sono i loro
arsenali e le loro basi, è lì che le rubiamo”. Dall’altro lato i cingalesi e il
governo ritengono che i tamil svolgano attività illecite per il finanziamento
della guerra e che anche dietro la Tro (Organizzazione umanitaria per la
riabilitazione dei tamil) e le loro iniziative di solidarietà si nasconda la
raccolta di fondi. “Propaganda diffamatoria – controbattono i tamil – perché
non dovremmo aiutarci tra noi?”
"Chi vuole questa guerra?". La Castis ha già consegnato una raccolta di
firme all’Onu, nel dicembre 2006, per denunciare l’utilizzo di bambini soldato
nella guerra: “Secondo l’Unicef – dice il rappresentante dell’organizzazione –
ce ne sono 1.347 ancora nelle mani dell’Ltte”. Qualche settimana fa un’altra
raccolta firme è stata presentata all’Ambasciata norvegese a Roma: “E’ stato
appurato – spiega ancora Vijith Deekiri – che fondi inviati dalla Norvegia per
aiuti umanitari sono stati invece utilizzati dai terroristi. Del resto poco
tempo fa, nella loro roccaforte di Vakarai, ora tornata sotto il controllo
dell’esercito cingalese, sono state trovate forniture provenienti da Ong come
cibo, tende, generatori elettrici”. Nella vicenda cominciano a inserirsi
contrasti diplomatici. La Norvegia, che aveva fatto da mediatore nel 2002 per
la firma del cessate il fuoco (poi non rispettato), viene accusata dai
cingalesi di “legittimare le aspirazioni separatiste dei terroristi”, come si
legge in una nota ufficiale della Castis. “Sono state scoperte risorse di petrolio
e di gas naturale nelle zone controllate dall’Ltte – dice Deekiri – e noi
cominciamo a pensare che questa guerra si stia facendo per soddisfare interessi
di altri”.
"Non siamo terroristi". Ma nessuno tra i tamil vuole
vedere associato il suo nome al termine terrorista. “Possono inserirci
nell’elenco dei gruppi terroristi continua Adavan – ma non lo siamo, azioni
terroristiche sono quelle dell’11 settembre 2001, noi invece lottiamo per la
nostra indipendenza. Anche il partito di Nelson Mandela era stato considerato
terrorista perché lottava contro l’apartheid, e di Saddam si era detto che
aveva armi di distruzioni di massa...”. Ma non si possono costringere anche i
bambini a imbracciare le armi, lo provochiamo. Parecchie sono state infatti le
condanne da parte dell’Unicef sull’utilizzo dei bambini soldato da parte delle
Tigri Tamil. E’ Sara, un bambino in braccio che dorme e un’altra bimba seduta
al suo fianco, a intervenire: “Molti ragazzi lasciano di loro iniziativa le
case e vanno a combattere e molte madri mandano i loro figli con l’Ltte. Per
molti di loro è più sicuro stare con i guerriglieri che aspettare di essere
rapiti dai governativi o peggio. Giorni fa studenti hanno manifestato a Jaffna
contro la sparizione di alcuni loro compagni. La polizia li ha fermati e ha stracciato
i loro documenti. Dove pensate che siano adesso quei ragazzi?”
"Pronti all'indipendenza". “Nel 2006 –
incalza Sundara – sono sparite circa 4mila persone. Che fine hanno fatto,
perché questo non interessa nessuno, perché nessuno va a controllare quello che
succede?” In Italia, come negli altri paesi dove tamil e cingalesi sono
espatriati, la vita tra le due comunità si è sempre regolata secondo canoni di
rispetto reciproco e con una tacita regola: non parlare di politica e della
guerra. “Ma – ci racconta Saman, ormai da vent’anni in Italia e da poche
settimane in possesso della cittadinanza del nostro Paese – tutti i tamil
continuano a sognare l’indipendenza e tutti i cingalesi non la vogliono. Se poi
dovessero pretenderla anche i musulmani che vivono nello Sri Lanka?” “Noi all’indipendenza
siamo pronti da tempo – conclude Adavan a nome di tutti – se viene indetto un
referendum o se ci riconoscono e sediamo a un tavolo di trattative, la
otterremo senza spargimento di sangue. Altrimenti… si va avanti così”.