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Sciiti nel mirino. All’inizio Al Sadr aveva
appoggiato l’operazione di sicurezza, autorizzando il premier Al Maliki ad
arrestare gli elementi fuori controllo della sua milizia. Ma l’attentato contro
un college di Baghdad in cui sono morte 42 persone e i diversi attacchi di
questo fine settimana contro civili sciiti devono avergli fatto cambiare idea.
Da quando il piano è stato lanciato, le milizie del Mahdi hanno cessato di
pattugliare le strade dei quartieri sciiti e hanno lasciato campo libero alle
forze di sicurezza, che però non sono state in grado di impedire gli attentati
contro la popolazione civile. Gli omicidi settari sono diminuiti di molto, ma
i
capi delle milizie e i miliziani in compenso hanno avuto il tempo di
dileguarsi. Lo stesso Al Sadr è latitante da alcune settimane. Lunedì il vice
presidente iracheno, lo sciita Adel Abdul Mahdi è sfuggito a un attentato
mentre teneva un discorso nel quartiere Mansour della capitale. Domenica un
attentatore suicida si è fatto esplodere davanti all’abitazione di Abdel Aziz
Al Hakim, il capo del Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq, lo
Sciri, rimasto anche lui illeso. Venerdì, il figlio dello stesso Al Hakim,
Ammar, era stato arrestato dalle forze statunitensi al confine, mentre tornava
dall’Iran. L’uomo è stato poi liberato con tante scuse, ma la sua cattura e i
modi con cui è stato fermato hanno fatto crescere il risentimento della
componente sciita della società irachena, che si sente sempre più nel mirino.
Armi. Gli Stati Uniti accusano l’Iran di fornire alle
milizie le armi che hanno causato 170 morti tra i soldati Usa. Negli ultimi
mesi si sono moltiplicati i ritrovamenti di armi di fabbricazione iraniana, che
i diplomatici del Pentagono sbandierano come fecero con le cosiddette prove
della presenza di armi di distruzione di massa nell’arsenale di Saddam.
Domenica scorsa le truppe Usa hanno scoperto a Dyala, a di Baghdad, un deposito
di armi ed esplosivi made in Iran, tra cui razzi, mortai e le temutissime Efp,
Esplosive Formed Projectiles, bombe telecomandate capaci di sfondare le
scocche blindate dei Tank statunitensi. La scorsa settimana un altro deposito
di Efp di
provenienza iraniana era stato scoperto a Hilla. Secondo il comando Usa, nel
corso dell’operazione sicurezza, lanciata il 14 febbraio a Baghdad e dintorni,
gli arsenali delle milizie sequestrati sono stati 63.
Arresti. Le forze Usa e irachene negli ultimi due
mesi hanno arrestato anche diverse persone legate a Teheran, accusate di
spalleggiare le milizie sciite nel paese. Il 25 dicembre scorso due diplomatici
in visita al presidente Talabani sono stati arrestati come spie, la stessa
sorte è toccata, l’11 gennaio, a 5 dipendenti dell’ambasciata iraniana a Erbil
e, il 6 febbraio ad un altro diplomatico iraniano, Jalal Sharafi, arrestato da
uomini in divisa dell’esercito iracheno. L’arresto del figlio di Al Hakim è
solo l’ultimo episodio della serie. La decisione del comando Usa di arrestare
le reti che collegano le milizie sciite all’Iran risale allo scorso autunno,
quando il segretario di Stato, Rice,
parlò di “Un aumento delle attività fra gli iraniani in Iraq e un
aumento degli esiti mortali di tali attività”. Gli arresti di diplomatici
iraniani hanno provocato le proteste di Teheran che ha accusato Washington di
cercare un escalation nel confronto con l’Iran e, allo stesso tempo, un capro
espiatorio per il caos in cui hanno gettato l’Iraq. Naoki Tomasini