I diritti degli omosessuali nei Balcani. La situazione in Serbia

“La comunità LGBT in Serbia vive una sorta di libertà condizionata. Tutto va
bene fino a quando rispettiamo le regole, passando inosservati. La comunità dei
gay e delle lesbiche, che cercano con grandi sforzi di lottare per il diritto
alla libertà di orientamento sessuale, ma la società serba la ignora. Per quanto
cerchino di organizzarsi per esprimere pubblicamente i propri orientamenti sessuali,
ci sarà sempre qualche organizzazione di destra o paramilitare che li perseguiterà,
arrivando magari a vere e proprie aggressioni fisiche”.
Ilija Petronijevic, una delle personalità di spicco dell’attivismo omosessuale
della Serbia, ricorda ancora le violenze che caratterizzarono il Gay Pride del
2001 a Belgrado. Il corteo, che doveva essere un momento di gioia e libertà, finì
nel sangue. Le persone che sfilavano furono brutalmente aggredite da un gruppo
di estrema destra composto da un migliaio di hooligans legati al tifo calcistico
e al Partito Radicale Serbo che, in un attimo, passò dagli insulti alle vie di
fatto, ferendo una ventina di manifestanti inermi.
La polizia della capitale serba intervenne con colpevole ritardo.
Quella sfilata rappresentava il punto d’arrivo di un lungo e complicato lotta
per i diritti civili delle minoranze sessuali in un Paese come la Serbia in cui,
tradizione ortodossa e nazionalismo, spesso rendono la vita difficile a tutti
quelli che vengono considerati diversi. Petronijevic racconta all’Osservatorio
sui Balcani la storia di un movimento che ha saputo ottenere, tra mille difficoltà,
numerosi riconoscimenti.
“Dejan Nebrigic, attivista della campagna contro l’omofobia e uno dei primi attivisti
gay in Serbia, nel novembre del 1990, assieme ad alcune lesbiche e gay di differenti
etnie e professioni, hanno iniziato a ritrovarsi al caffè Moskva di Belgrado”,
spiega Ilija, “il 13 gennaio del 1991 hanno fondato il gruppo Arkadija con lo
scopo di coordinare sforzi e iniziative volti all’affermazione dei diritti umani
e culturali di gay e lesbiche”.
Il gruppo Arkadija non mancava certo di coraggio. Nel 1991 quella che all’epoca
si chiamava ancora Jugoslavia era una bomba innescata: stava per cominciare, nel
cuore della civilissima Europa, un massacro di proporzioni storiche. In un momento
in cui essere originario di un’altra cultura poteva significare la morte, un gruppo
di persone faceva della propria diversità (sessuale, etnica, culturale, linguistica)
una forza da scagliare contro il pregiudizio.
“Attraverso una serrata attività di lobbing sui mezzi d’informazione, in un clima
terribile, il gruppo è riuscito a ottenere la depenalizzazione dell’omosessualità,
cioè la cancellazione del punto 3 dell’articolo 10 del codice penale. Ottenuto
lo scopo, il gruppo si è sciolto”, conclude Petronijevic.
Le violenze del Gay Pride del 2001 dimostrano però come ci sia ancora tanto lavoro
da fare. Petronijevic, nell’intervista per l’Osservatorio, indica le tappe future
del movimento, dicendo che “adesso il testimone dell’Arkadija è stato rilevato
dall’associazione lesbica Labris e, soprattutto, da una trasmissione radiofonica
di Radio Beograd 202. Quest’appuntamento quotidiano, dall’1 alle 4 di notte, è
diventato un punto di riferimento per tutti gli esclusi, gli emarginati e i discriminati.
Tossici, omosessuali, invalidi, tutti gli ultimi insomma, al microfono della trasmissione
di Dusan Markovic, possono finalmente parlare apertamente dei propri problemi”.
Anche il lettore meno attento avrà notato che l’orario della trasmissione non
è proprio da prima serata. Questo accade magari perché nella società civile serba
e, di conseguenza, nella politica serba che cavalca gli umori della gente (elettori),
ci sono ancora delle resistenze all’accettazione della libera espressione del
proprio orientamento sessuale? La risposta arriva ancora da Petronijevic e dalla
sua intervista per l’Osservatorio.
“I Politici serbi evitano anche solo di nominare la comunità LGBT”, spiega Ilija,
“ci sono sicuramente degli esempi positivi, come quello di Dusan Mihajlovic, del
Partito Liberale di Serbia, che alle ultime presidenziali ha offerto la candidatura
nelle file del suo schieramento ad alcuni militanti per i diritti degli omosessuali.”
Boris Milicevic è uno di questi, uno degli organizzatori del Gay Pride che sottolinea
però come “tutti i partiti che affermano di essere moderni e di guardare all’Europa
non dovrebbero aspettare gli ultimi giorni di campagna elettorale, ma organizzare
i propri gruppi LGBT. Dovrebbe diventare una prassi in Europa”.
Purtroppo la situazione non appare rosea in questo senso visto che le recenti
elezioni politiche in Serbia sono state vinta da Boris Tadic, il candidato moderato,
quello gradito ai Paesi occidentali, l’uomo che dovrebbe garantire la riforma
del Paese per l’ingresso dello stesso nell’Unione Europea.
Il politico più progressista che offra lo scenario politico serbo in questo momento
quindi.
Le sue dichiarazioni in campagna elettorale non sono affatto promettenti per
la comunità LGBT serba.
“Non appoggio la legalizzazione dei matrimoni omosessuali”, ha dichiarato Tadic,
“non credo che i matrimoni omosessuali siano quell’ambiente familiare nel quale
un bambino possa essere stimolato”. Nella migliore delle ipotesi, non sembra che
l’agenda politica del neo premier preveda al primo posto il riconoscimento dei
matrimoni tra persone dello stesso sesso.
Proprio per questa freddezza che il mondo politico dimostra verso l’attivismo
gay in Serbia, il Gay Pride di quest’anno è stato rinviato. “La preoccupazione
per quello che è accaduto nel 2001 e le violenze anti musulmane seguite ai fatti
in Kosovo a marzo di quest’anno”, spiega Boris Milicevic, “abbiamo deciso di rinviare
la parata prevista per luglio 2004. Avremmo cambiato idea in cao ci fossero state
garantite adeguate misure di sicurezza, ma questo non è avvenuto”.
L’omosessualità in Serbia non è più un reato quindi, ma la discriminazione e
la violenza sono ancora presenti nella società civile, dove pure il 10 per cento
della popolazione si dichiara omosessuale. I gay vivono appartati, confrontandosi
quotidianamente con le umiliazioni di una polizia che abusa più che difendere,
con la discriminazione nel mondo del lavoro e della scuola.
Il movimento gay però non si ferma. A chi è stato capace di far sentire la propria
voce sotto le bombe di una guerra assurda, non può far paura un gruppetto di fanatici.
Lottano e fanno parlare di loro, costringono la gente a confrontarsi con le loro
richieste. Magari in modo originale.
E’ il caso del gruppo di attivisti LGBT che si firma con lo pseudonimo Gayrilla.
Affiggono manifesti provocatori per la città, provocando il sostegno di molti
e la rabbia di tanti. Lo scopo è raggiunto: rendere impossibile la vita a chi
fa finta che gli omosessuali non esistano.