26/02/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



La Serbia, non il suo sanguinario presidente, è stata condannata per genocidio
La Serbia, non il suo sanguinario presidente, è stata condannata per genocidio. Assolta per l'eccidio di Srebrenica, in quanto Stato, ma colpevole di genocidio e di non aver impedito i massacri.
E' una svolta sostanziale della politica del Tribunale Internazionale dell'Aja, che per la prima volta condanna una nazione e non i suoi dirigenti per un reato così terribile come, appunto, il genocidio.
 
Una svolta che sancisce la responsabilità collettiva di una intera nazione di fronte ai crimini perpetrati dai suoi governanti, potrebbe anche essere la benvenuta, perché vorrebbe dire che i cittadini di uno Stato sono davvero responsabili per quello che hanno scelto di fare i loro rappresentanti più o meno eletti. A meno che non sia l'ennesimo accanirsi nei confronti del solito capro espiatorio.
 
Se questo criterio dovesse essere universalmente applicato, ci aspetteremmo la medesima condanna per altri stati dei Balcani che si sono macchiati di crimini non meno gravi durante il disfacimento della ex Jugoslavia.
 
E che dire di altre nazioni, che pure di questo crimine si sono macchiate? La Russia con i ceceni, la Turchia con gli armeni, il Venezuela con gli yanomami, il Myanmar con i karen, lo Sri Lanka con i tamil, il Ruanda, la Germania e la complice Italia con gli ebrei solo per rimanere in alcuni dei grandi casi del '900. E citando solo questi perché nella definizione di "genocidio" entra in qualche modo una unità di misura che si basa sull'origine dei massacrati, altrimenti si dovrebbero contare anche la Cambogia, la Cina e tanti altri stati e staterelli dell'Africa che quanto a stermini di massa non sono certo secondi alla Bosnia. 

Maso Notarianni

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