26/02/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Una blogger iraniana racconta la paura e la rabbia della gente comune di fronte alla crisi nucleare
scritto per noi da
Nardana Talachian*
 
Da Washington arrivano segnali preoccupanti sul futuro dell’Iran, ma il presidente Ahmadinejad sembra proprio deciso ad usare la linea dura contro i governi occidentali: “Il nucleare iraniano è come un treno senza freni”.
 
Conto alla rovescia. La marcia irreversibile di Teheran verso la realizzazione della tecnologia nucleare, però, sta costando caro alla popolazione iraniana che, secondo voci oramai attendibili, a 18 anni del tragico ricordo della guerra imposta contro l’Iraq, in un futuro non tanto lontano si troverà sorpresa dai bombardamenti lampo degli statunitensi, e non solo. La Casa Bianca ha già inviato nel Golfo Persico una flotta con due portaerei e, anche se nega di volere lo scontro aperto, gli sviluppi della regione non lasciano tanta speranza a un Iran che fra alcune settimane festeggerà l’inizio del nostro anno nuovo, il noruz, il capodanno iraniano. Un anno nuovo il cui destino non dipende tanto dalla riunione dei sei paesi mediatori a Londra, in quanto gli elementi decisivi sono le ambizioni degli Ayatollah e la testa calda di un cowboy presidente che non vuol sapere niente della realtà delle sue sconfitte. Il vice presidente statunitense, Dick Cheney, in visita in Australia per baciare la mano al governo di Howard per il suo sostegno alla nuova strategia di Bush, afferma che per arrivare ad una soluzione alla crisi iraniana, gli Usa non escludono nessuna opzione. Immediata la secca risposta di Teheran: il ministero degli esteri precisa che la Repubblica Islamica si è preparata per qualsiasi eventualità, anche per la guerra. Gli avversari non chinano la testa trascinando così nel loro pericoloso gioco solo e soltanto la vita di un’intera nazione che, secondo le ripetute e monotone affermazioni di Ahmadinejad, è la nazione più decisa e determinata al mondo per difendere gli ideali della rivoluzione. Ma è vero che i quasi 70 milioni iraniani sono disposti a difendere con la propria vita ‘l’indipendenza, la libertà, la Repubblica Islamica’? E questo slogan ha forse davvero lo stesso peso e importanza di 28 anni fa?
 
Ahmadinejad e Kim Jong IlLa mossa di Pyongyang. Se dopo il declino del regime del dittatore Saddam, alcuni iraniani sostenevano la missione ‘divina’ degli Stati Uniti volta a portare una certa democrazia in Medio Oriente, il quotidiano bagno di sangue iracheno non ha lasciato il minimo dubbio: non è la democrazia e il benessere dei popoli che contano. Anzi sono i pozzi di petrolio dei Paesi dell’area che sono tanto a cuore ai figli del generoso Zio Sam. “Almeno gli iracheni, nel periodo di Saddam, avevano una certa sicurezza”, è la frase che si sente spesso dalla gente comune nei bazar e nei circoli famigliari. E almeno vista da questa prospettiva, tutti gli iraniani sono contro un’ingerenza statunitense negli affari interni del loro Paese e di sicuro non accettano che qualcuno, seppure una super potenza come gli Stati Uniti o Israele, usurpi i diritti sanciti dalle più importanti organizzazioni internazionali.
Perciò sì al proseguimento del nucleare e stop all’unilateralismo degli Stati Uniti.
All’indomani della firma dell’accordo tra Pyongyang e il gruppo negoziatore, era unanime l’autocondanna degli iraniani: “siamo più imbecilli dei nord coreani”. Il giornalista iraniano in esilio a Londra, Alireza Nourizadeh, intervistato dal servizio persiano dell’emittente satellitare Voa (Voice Of America) ha condannato gli ayatollah per non avere nemmeno il minimo d’intelligenza politica per salvare la faccia e realizzare pacificamente i diritti di una nazione. Perchè “perfino quei chiusi e isolati ultra comunisti nord coreani sono stati, alla fine, in grado di sapere da che parte  stare, senza dover cambiare necessariamente i propri  principi”. Con tanta intelligenza e furbizia sono riusciti a degnarsi delle lodi del loro primo nemico, Bush, divenuto in qualche modo un amico, che molto gentilmente per ora ha cancellato il loro nome dalla lista nera dell’asse del male per poter occuparsi solo e soltanto dell’Iran. Ed ecco che la maggior parte della popolazione iraniana, e perfino quelli scesi in piazza l’11 febbraio per festeggiare i 28 anni della rivoluzione e sostenere la questione nucleare, è del parere che se il nucleare è davvero pacifico, allora si deve abbassare la guardia per stringere la mano a un nemico per evitare un attacco devastante al Paese. Se è vero che il nucleare serve per sostituire il combustibile fossile, allora si dia il benvenuto ai padroni della tecnologia senza mettere a repentaglio la vita di un’intera nazione.
 
Iran nucleare senza Ahmadinejad. Se da una parte si va ad accogliere la primavera e l’anno nuovo con la minaccia di un’aggressione, dall’altra l’incubo di una ulteriore crisi economica e dell’inflazione non lascia tregua a nessuno. L’inverno non tanto freddo del Paese ha trovato tavole vuote in molte case iraniane. Nel giro di poche settimane è stato triplicato il prezzo dei generi alimentari, dal pane alla carne. Le patate erano scomparsi dai mercati e, chi ne aveva, le vendeva a prezzi stellari. Per più di 10 giorni la gente cercava disperatamente le uova fornite dalle associazioni governative per non dover comprare ad altissimo prezzo quelle etichettate con i vari vantaggi di ‘Omega3’. E per finire, la pecora nera delle tavole della nazione più determinata e decisa al mondo era il pomodoro: quasi 2 euro al chilo. Un prezzo inimmaginabile per almeno la metà della popolazione, che ha uno stipendio massimo di 300/400 euro al mese, che difficilmente bastano per arrivare decorosamente a fine mese. Ed era così che il più semplice piatto iraniano, uova fritte, pomodoro e pane, costavo più di una pizza! Una cosa è certa: la fame annienta la determinazione. Ma sembra che ne sia inconsapevole il nostro presidente, assente quasi sempre dalla capitale per andare in giro nelle regioni e province iraniane e costruire palestre e stadi, e sentire l’applauso delle masse del popolo, oppure in visita in America Latina per abbracciare i fratelli anti-Usa. Rispondendo alla domanda di un giornalista che gli chiedeva il perchè di quel prezzo per i pomodori ha detto: “Non è vero. I pomodori non costano. Il fruttivendolo del nostro quartiere li vende ad un bassissimo prezzo. La gente può andare da lui!”. Intanto s’inaspriscono sempre più le critiche degli stessi conservatori contro la politica estera di un presidente che a quanto pare non s’intende neanche di economia. L’inflazione è dovuta anche alla decisione di Ahmadinejad di stanziare una parte degli introiti della vendita del petrolio per la costruzione di palestre e stadi. Chi se ne frega se dopo le vacanze dell’anno nuovo la benzina costerà 15 centesimi (mai avvenuta nella storia iraniana). E che importanza avrà se quegli apparentemente pochi 15 centesimi, seguiti molto probabilmente dall’attacco degli americani, aggraveranno ancor più l’inflazione. Quel che conta però, secondo Ahmadinejad, è che sebbene affamata quella iraniana è una nazione determinata e decisa a raggiungere le vette del progresso e dare un pugno alla faccia di chi gli vuole impedire il successo! Ma a quale prezzo però? 
Parole chiave: iran, usa, george w, bush, dick cheney, mahmoud ahmadinejad
Categoria: Politica, Popoli
Luogo: Iran
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