Una blogger iraniana racconta la paura e la rabbia della gente comune di fronte alla crisi nucleare
scritto per noi da
Nardana Talachian*
Da Washington arrivano segnali preoccupanti sul futuro
dell’Iran, ma il presidente Ahmadinejad sembra proprio deciso ad usare la linea
dura contro i governi occidentali: “Il nucleare iraniano è come un treno senza
freni”.
Conto alla rovescia. La marcia irreversibile
di Teheran verso la realizzazione della tecnologia nucleare, però, sta costando
caro alla popolazione iraniana che, secondo voci oramai attendibili, a 18 anni
del tragico ricordo della guerra imposta contro l’Iraq, in un futuro non tanto
lontano si troverà sorpresa dai bombardamenti lampo degli statunitensi, e non
solo. La Casa Bianca ha già inviato nel Golfo Persico una flotta con due
portaerei e, anche se nega di volere lo scontro aperto, gli sviluppi della
regione non lasciano tanta speranza a un Iran che fra alcune settimane
festeggerà l’inizio del nostro anno nuovo, il noruz, il capodanno iraniano. Un
anno nuovo il cui destino non dipende tanto dalla riunione dei sei paesi
mediatori a Londra, in quanto gli elementi decisivi sono le ambizioni degli
Ayatollah e la testa calda di un cowboy presidente che non vuol sapere niente
della realtà delle sue sconfitte. Il vice presidente statunitense, Dick Cheney,
in visita in Australia per baciare la mano al governo di Howard per il suo
sostegno alla nuova strategia di Bush, afferma che per arrivare ad una
soluzione alla crisi iraniana, gli Usa non escludono nessuna opzione. Immediata
la
secca risposta di Teheran: il ministero degli esteri precisa che la Repubblica
Islamica si è preparata per qualsiasi eventualità, anche per la guerra. Gli
avversari non chinano la testa trascinando così nel loro pericoloso gioco solo
e soltanto la vita di un’intera nazione che, secondo le ripetute e monotone
affermazioni di Ahmadinejad, è la nazione più decisa e determinata al mondo per
difendere gli ideali della rivoluzione. Ma è vero che i quasi 70
milioni iraniani sono disposti a difendere con la propria vita ‘l’indipendenza,
la libertà, la Repubblica Islamica’? E questo slogan ha forse davvero lo stesso
peso e importanza di 28 anni fa?
La mossa di Pyongyang. Se dopo il declino del
regime del dittatore Saddam, alcuni iraniani sostenevano la missione ‘divina’
degli Stati Uniti volta a portare una certa democrazia in Medio Oriente, il
quotidiano bagno di sangue iracheno non ha lasciato il minimo dubbio: non è la
democrazia e il benessere dei popoli che contano. Anzi sono i pozzi di petrolio
dei Paesi dell’area che sono tanto a cuore ai figli del generoso Zio Sam.
“Almeno gli iracheni, nel periodo di Saddam, avevano una certa sicurezza”, è la
frase che si sente spesso dalla gente comune nei bazar e nei circoli
famigliari. E almeno vista da questa prospettiva, tutti gli iraniani sono
contro un’ingerenza statunitense negli affari interni del loro Paese e di
sicuro non accettano che qualcuno, seppure una super potenza come gli Stati
Uniti o Israele, usurpi i diritti sanciti dalle più importanti organizzazioni
internazionali.
Perciò
sì al proseguimento del nucleare e stop all’unilateralismo degli Stati Uniti.
All’indomani della firma dell’accordo tra Pyongyang e il
gruppo negoziatore, era unanime l’autocondanna degli iraniani: “siamo più
imbecilli dei nord coreani”. Il giornalista iraniano in esilio a Londra,
Alireza Nourizadeh, intervistato dal servizio persiano dell’emittente
satellitare Voa (Voice Of America) ha condannato gli ayatollah per non avere
nemmeno il minimo d’intelligenza politica per salvare la faccia e realizzare
pacificamente i diritti di una nazione. Perchè “perfino quei chiusi e isolati
ultra comunisti nord coreani sono stati, alla fine, in grado di sapere da che
parte stare, senza dover cambiare
necessariamente i propri principi”. Con tanta
intelligenza e furbizia sono riusciti a degnarsi delle lodi del loro primo nemico,
Bush, divenuto in qualche modo un amico, che molto gentilmente per ora ha
cancellato il loro nome dalla lista nera dell’asse del male per poter occuparsi
solo e soltanto dell’Iran. Ed ecco che la maggior parte della popolazione
iraniana, e perfino quelli scesi in piazza l’11 febbraio per festeggiare i 28
anni della rivoluzione e sostenere la questione nucleare, è del parere che se
il nucleare è davvero pacifico, allora si deve abbassare la guardia per
stringere la mano a un nemico per evitare un attacco devastante al Paese. Se è
vero che il nucleare serve per sostituire il combustibile fossile, allora si
dia il benvenuto ai padroni della tecnologia senza mettere a repentaglio la
vita di un’intera nazione.
Iran nucleare senza Ahmadinejad. Se da una parte si va ad accogliere la
primavera e l’anno nuovo con la minaccia di un’aggressione, dall’altra l’incubo
di una ulteriore crisi economica e dell’inflazione non lascia tregua a nessuno.
L’inverno non tanto freddo del Paese ha trovato tavole vuote in molte case
iraniane. Nel giro di poche settimane è stato triplicato il prezzo dei generi
alimentari, dal pane alla carne. Le patate erano scomparsi dai mercati e, chi
ne aveva, le vendeva a prezzi stellari. Per più di 10 giorni la gente cercava
disperatamente le uova fornite dalle associazioni governative per non dover
comprare ad altissimo prezzo quelle etichettate con i vari vantaggi di
‘Omega3’. E per
finire, la pecora nera delle tavole della nazione più determinata e decisa al
mondo era il pomodoro: quasi 2 euro al chilo. Un prezzo inimmaginabile per
almeno la metà della popolazione, che ha uno stipendio massimo di 300/400 euro
al mese, che difficilmente bastano per arrivare decorosamente a fine mese. Ed
era così che il più semplice piatto iraniano,
uova fritte, pomodoro e pane, costavo più di una pizza! Una cosa è certa: la
fame annienta la determinazione. Ma sembra che ne sia inconsapevole il nostro
presidente, assente quasi
sempre dalla capitale per andare in giro nelle regioni e province iraniane e
costruire palestre e stadi, e sentire l’applauso delle masse del popolo, oppure
in visita in America Latina per abbracciare i fratelli anti-Usa. Rispondendo alla
domanda di un giornalista che
gli chiedeva il perchè di quel prezzo per i pomodori ha detto: “Non è vero. I
pomodori non costano. Il fruttivendolo del nostro quartiere li vende ad un
bassissimo prezzo. La gente può andare da lui!”. Intanto s’inaspriscono sempre
più le critiche degli stessi conservatori
contro la politica estera di un presidente che a quanto pare non s’intende
neanche di economia. L’inflazione è dovuta anche alla decisione di Ahmadinejad
di stanziare una parte degli introiti della vendita del petrolio per la
costruzione di palestre e stadi. Chi se ne frega se dopo le vacanze dell’anno
nuovo la
benzina costerà 15 centesimi (mai avvenuta nella storia iraniana). E che importanza
avrà se quegli apparentemente
pochi 15 centesimi, seguiti molto probabilmente dall’attacco degli americani,
aggraveranno ancor più l’inflazione. Quel che conta però, secondo Ahmadinejad,
è che sebbene affamata quella iraniana è una nazione determinata e decisa a
raggiungere le vette del progresso e dare un pugno alla faccia di chi gli vuole
impedire il successo! Ma a quale prezzo però?