26/02/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



La Menchù ha deciso di candidarsi alle presidenziali di un paese dove la violenza la fa ancora da padrona
Mentre Rigoberta Menchù, premio Nobel per la pace, ha annunciato la sua candidatura ufficiale alla presidenza della repubblica del Guatemala, il paese centroamericano continua a registrare tragici record: in un mese ha visto 324 persone morte ammazzate. Fra la povertà, la disoccupazione e l’esclusione sociale, è la violenza a farla da padrone.
 
Rigoberta MenchùL'analisi. “Dobbiamo renderci conto - spiega Mario Polanco, presidente del Gam, Associazione guatemalteca per la difesa dei diritti umani - che la popolazione, oltre a vivere in condizioni di discriminazione, a vedersi negato il diritto alla salute, all’educazione, al cibo e a un impiego degno, continua a scontrarsi con questo male, che sembra permanente in questo paese, questo male che ci ha accompagnato lungo tutta la nostra storia e che si chiama violenza”. Polanco non si dà pace: “Fino a pochi anni fa le ragioni erano politiche e perfino ideologiche, vennero violati i diritti umani e i responsabili non furono né giudicati né castigati, anzi scelsero di passare da questo tipo di delinquenza a una più redditizia, smettendo di servire lo Stato e dedicandosi ad arricchirsi personalmente e a costruire bande del crimine organizzato, che ogni giorno sono più forti”. L’attivista ha rilevato, dunque, che a seminare morte per le strade delle città e dei paesi guatemaltechi sono coloro che discendono direttamente da chi uccisero migliaia di persone durante il trentennio (1954-1983), quando si alternarono i governi assoluti dei generali Lucas Garcia, Rios Montt e Meija Victores.
 
Familiari delle vittime del terrore davanti al ritrovamento delle ossa in fosse comuniIl trentennio del terrore. Torture, omicidi politici, persone scomparse, persecuzioni, genocidio degli indios furono pane quotidiano. Vittime prescelte di tali atrocità i maya, ma anche politici, sindacalisti, studenti, bambini, donne, giornalisti, religiosi. Vennero costituite le cosiddette “Pattuglie di Autodifesa Civile” che, assieme ad altri gruppi paramilitari e all’esercito regolare, svolgevano i “lavori sporchi”: repressioni generalizzate degli oppositori e il sistematico sterminio delle popolazioni indigene. Nonostante una nuova Costituzione e governi eletti democraticamente, l’escalation di terrore continuò a salire anche dopo il 1983. La generale impunità era la diretta conseguenza della carenza di potere dello Stato. Finalmente, l’enormità della tragedia risuonò oltre i confini del Guatemala. La comunità internazionale intervenne e nel marzo 1990 furono avviati i negoziati tra l’esercito guatemalteco e la guerriglia, che di lì a cinque anni avrebbe portato alla firma della pace definitiva. Parte attiva di questo processo fu ricoperata dalla società civile che in questi anni assunse nuovo slancio e vigore nel rivendicare i propri diritti. Voce trainante fu Rigoberta Menchù, capace di farsi portatrice degli interessi degli indios di fronte alla comunità internazionale, alla quale denunciò in prima persona le violenze subite. Un impegno e un coraggio che le vennero riconosciuti con la significativa assegnazione del premio Nobel per la pace nel 1992.
 
Rigoberta MenchùCome reagire. Da allora, però, poco è cambiato. Il paese è ricaduto in un baratro. “Lo Stato anche questa volta non ha la capacità di costruire una politica di sicurezza che garantisca tranquillità a tutti e il rispetto della legge – continua Polanco – L’impunità è imperante e questo dà fiducia a chi agisce fuori legge. Il Guatemala sta correndo il pericolo piegarsi alla delinquenza, senza che le forze di sicurezza possano nulla per evitarlo”. Secondo il difensore dei diritti umani è urgente che vengano destinati più fondi alla Polizia nazionale civile, che necessita di corsi di perfezionamento in modo da riuscire a reagire in maniera pertinente a ogni delitto. Non dimentichiamoci che la sicurezza arriva dal lavoro di tutti, specialmente di quelli che occupano le cariche nei tre organismi dello Stato e nelle istituzioni che devono garantire il rispetto della legge”.
 
Una speranza. Un paese in emergenza, dunque, che ha spinto Rigoberta Menchù a scendere in campo ancora una volta. A sostenerala il gruppo di sinistra Encuentro por Guatemala. Le elezioni si terranno il prossimo settembre. In lizza, una ventina di concorrenti. In caso di vittoria elettorale, diventerebbe la prima indigena e la prima donna a capo dello Stato centroamericano.
 

Stella Spinelli

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