25/02/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



La dura lotta delle donne malawiane contro le discriminazioni e l'Aids
scritto per noi da 
Silvia Zaccaria*
 
Il “cuore caldo dell’Africa”: così le guide turistiche definiscono il Malawi, riferendosi alla cordialità con cui la sua popolazione accoglie il visitatore. Poco si sa di questo Paese, balzato agli onori della cronaca per la vicenda del piccolo David, adottato da Madonna con la promessa di corrispondere al governo 3 milioni di dollari.
 
Lungo la strada che dalla capitale Lilongwe conduce a Blantyre, nel sud, si trova il bivio per Mangochi: mercati a destra e a sinistra, aperti giorno e notte, con le candele in mezzo a pomodori e zucche, e un fiume di gente a piedi o in bicicletta che viene e va. Giunti al bivio, da una parte troviamo la chiesa cattolica, dall’altra la moschea. Poi, appena entrati in paese, la fila di chiese pentecostali, l’ufficio del comune, l’ospedale, e i coffin shops (i negozi di bare, da non confondere con le caffetterie). Infine il ponte sul fiume Shire, che sfocia nel lago Malawi.
Qui, nei pressi del villaggio di Malindi, un complesso musicale improvvisato sotto un grande albero accoglie i msungu, i bianchi: alla batteria un bambino percuote i piatti - un tempo i cerchioni di una macchina - con tanta foga da spezzare le fragili bacchette di bambù. Troviamo anche Mac Growell, il rapper della zona. Il rap è il linguaggio musicale più efficace, soprattutto tra le nuove generazioni, per gridare contro la miseria, la fame e quella malattia, cachilombo matenda a edzi nella lingua chichewa, o Aids, che da queste parti colpisce tutti indistintamente.
Secondo i dati ufficiali, 900mila sarebbero i malati di Aids e 1 milione i bambini rimasti orfani. Gli sforzi per arginare la situazione sono affidati ad iniziative estemporanee di politici e popstar, o a piani nazionali e fondi globali i cui effetti sono però difficilmente misurabili. Dietro le strategie c’è invece chi la malattia la vive quotidianamente, e ad essa si oppone come può.
 
A Mangochi spopolano gli Youths Against Aids, decisamente più attrezzati della band di Malindi: il cantante, che intona il ritornello “My friend has got Aids, but he will be my friend forever” è accompagnato da una chitarra elettrica. 
Le ragazze di etnia Nyanja e Chewa, appartenenti alle confessioni evangeliche insediatesi sul lago già ai tempi del mitico esploratore Livingstone, intonano più volentieri cori e gospel, il cui contenuto recita più o meno così: “Astieniti dal sesso! Se non ce la fai, usa il preservativo e sottoponiti al test".
Infine, a qualche chilometro di distanza, i giovani Yao (convertiti all’Islam tra il XVII e il XIX sec. e alleati degli arabi nel commercio degli schiavi), realizzano danze e performance teatrali tradizionali. Se un tempo queste rappresentazioni erano dedicate all’esaltazione della natura e delle virtù di re, ora sono strumenti indispensabili per veicolare le informazioni sull’Hiv, specie nelle comunità rurali dove la popolazione è analfabeta.
Allo stesso tempo, sono un mezzo efficace per scaricare le tensioni, dialogare con l’altro (spiriti e stranieri) nel tentativo di esorcizzare il male. In poche parole, si tratta di risposte culturali a fenomeni che sfuggono al controllo sociale: siccità ed inondazioni, raccolti perduti e un virus che dilaga incontrollato.
Recentemente, anche le Nazioni Unite hanno compreso che i programmi sull’Aids debbono tenere in considerazione le caratteristiche della cultura locale e far ricorso a canali comunicativi condivisi, capaci di rendere il messaggio decifrabile anche a una popolazione illetterata.
 
Il District Commissioner di Mangochi, Mister Lovemore, porta al polso un orologio d’oro placcato e veste sempre in giacca e cravatta. Si reca spesso a Lilongwe per ricevere direttive per l’amministrazione di un distretto dimostratosi un po’ turbolento (nel 2003 vennero arrestati presunti membri di Al Qaida, sospettati di aver dato fuoco alla sede dell’organizzazione Save the Children).
Se il signor Lovemore rappresenta il governo centrale, il potere locale è nelle mani dell’autorità tradizionale e del consiglio dei capi. Sceicchi, guaritori tradizionali e circoncisori completano il quadro delle figure di spicco del villaggio: questi ultimi godono di particolare prestigio, in quanto sono loro a gestire i rituali di iniziazione.
Quello femminile prevede una segregazione collettiva al termine della quale l’inizianda è trasformata in “donna nuova”. Durante questo periodo, le ragazze si sottopongono ad interventi di modificazione genitale e alla deflorazione rituale, mentre le istruttrici impartiscono gli insegnamenti per un corretto comportamento sessuale. Alla fine, gli abitanti del villaggio organizzano una grande festa per celebrare la consacrazione alla nuova vita. I ragazzi, invece, diventano adulti dopo essersi sottoposti alla circoncisione, definita Jando, in riferimento alla capanna in cui sono rinchiusi per 3-4 settimane. Vari studi hanno individuato proprio in questi rituali la principale sfida  per gli interventi di prevenzione e cura dell’Aids, in quanto le pratiche a questi collegate sarebbero particolarmente rischiose dal punto di vista sanitario.
Una di queste prescrive ai nuovi iniziati rapporti casuali tra loro e l’obbligo per le ragazze, dopo la prima mestruazione, di fare sesso con un uomo - il fisi - pagato per pulirle dalla “polvere” accumulata (sexual cleansing).
La ragazza sottoposta al sexual cleansing non potrà neanche scegliere il marito; verrà anzi data in sposa ad un uomo più anziano (sugar daddy), poligamo, in cambio di una piccola somma alla famiglia. Come hanno sottolineato alcune rappresentanti della Campagna Stop Female Genital Mutilation, “è difficile parlare di rispetto per la cultura, se non si rispettano i diritti umani. Difficilmente questi verranno riconosciuti senza l’avvio di politiche democratiche”
 
Gli abusi sono legati a costumi e pratiche diffuse e accettate, come il property grabbing, per cui la donna vedova o divorziata è privata di ogni bene dai parenti del marito ed è costretta a prostituirsi. Inoltre, prima e dopo la sepoltura del marito, dovrà avere rapporti sessuali con il cognato, che prenderà in eredità tutti i beni del fratello. Alle donne sterili, invece, il sing’anga (medico tradizionale) richiederà una prestazione sessuale come parte del processo curativo.
Ciò spiega perché la percentuale di infezione da Hiv nelle donne in età riproduttiva è superiore a quella degli uomini. Nel caso scoprano la propria sieropositività, sono abbandonate dai partner e cacciate dal villaggio. Non sono rari i casi di persone che si sono tolte la vita dopo essere risultate positive al test, anche per timore del giudizio della comunità.
Il governo malawiano ha compiuto timidi sforzi per combattere gli abusi verso le donne. Nella maggior parte dei casi, queste dichiarano di aver contratto l’Hiv dai propri mariti che si rifiutano di utilizzare il preservativo, sostenendo che “non si può mangiare una caramella incartata”. Il suo uso è osteggiato dalle chiese e da una parte della popolazione che crede sia il preservativo a trasmettere l’Aids. Per le prostitute, questo significa che il compenso varia notevolmente per una prestazione con o senza preservativo. Di qui gli alti indici di contagio tra le professioniste del sesso e tra chi è costretta a vendere il proprio corpo in cambio di cibo.
 
Oggi,  però, le cose stanno cambiando e molte organizzazioni si aprono al dialogo con la realtà locale e i suoi rappresentanti. Il dottor Salange, un guaritore tradizionale molto rispettato nel distretto di Mangochi, sa bene che l’Aids non è stregoneria e che servono ben altro che erbe e infusi per trattarlo. Il gruppo più attivo in questo senso è rappresentato dalle Waga, le Donne contro l’Aids. La loro leader, Mai Mafuta, è una signora minuta che è facile incontrare alla farmacia dell’ospedale centrale di Mangochi carica delle poche medicine disponibili, che distribuirà porta a porta nei villaggi. In Malawi l’accesso ai farmaci è un lusso per pochi:ogni anno il Paese  perde i membri più attivi della società e con essi le possibilità di sviluppo. Un circolo vizioso, perché i campi vengono abbandonati, la produzione agricola crolla e nella fame attecchisce il virus. L’aspettativa di vita nei paesi dell’Africa sub-sahariana arriva a 47 anni, che diventano 37 in Malawi.
In un contesto come questo, le pratiche culturali sono un’arma a doppio taglio: se da un lato rappresentano uno strumento di resistenza dal basso, dall’altro diventano letali in una situazione di degrado socio-ambientale, mantenuta e alimentata da un sistema corrotto
Parole chiave: malawi, aids, donne, hiv
Categoria: Diritti, Donne, Salute
Luogo: Malawi
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