Il “cuore caldo dell’Africa”: così le guide turistiche definiscono il
Malawi, riferendosi alla cordialità con cui la sua popolazione accoglie il
visitatore. Poco si sa di questo Paese, balzato agli onori della cronaca per la
vicenda del piccolo David, adottato da Madonna con la promessa di corrispondere
al governo 3 milioni di dollari.

Lungo la strada che dalla capitale Lilongwe conduce a
Blantyre, nel sud, si trova il bivio per Mangochi: mercati a destra e a
sinistra, aperti giorno e notte, con le candele in mezzo a pomodori e zucche,
e un fiume di gente a piedi o in bicicletta che viene e va. Giunti al bivio, da
una parte troviamo la chiesa cattolica, dall’altra la moschea. Poi, appena
entrati in paese, la fila di chiese pentecostali, l’ufficio del comune,
l’ospedale, e i
coffin shops (i negozi di bare, da non confondere con le
caffetterie). Infine il ponte sul fiume Shire, che sfocia nel lago Malawi.
Qui, nei pressi del villaggio di
Malindi, un complesso musicale improvvisato sotto un grande albero accoglie i
msungu,
i bianchi: alla batteria un bambino percuote i piatti - un tempo i cerchioni di
una macchina - con tanta foga da spezzare le fragili bacchette di bambù. Troviamo
anche Mac Growell, il rapper della zona. Il rap è il linguaggio
musicale più efficace, soprattutto tra le nuove generazioni, per gridare contro
la miseria, la fame e quella malattia, cachilombo matenda a edzi nella lingua
chichewa, o
Aids, che da queste parti colpisce tutti indistintamente.
Secondo i dati ufficiali, 900mila sarebbero i malati di Aids e 1
milione i bambini rimasti orfani. Gli sforzi per arginare la situazione
sono affidati ad iniziative estemporanee di politici e popstar, o a piani nazionali
e fondi
globali i cui effetti sono però difficilmente misurabili. Dietro le strategie
c’è invece chi la malattia la vive quotidianamente, e ad essa si oppone come
può.
A Mangochi spopolano gli Youths Against Aids, decisamente più
attrezzati della band di Malindi: il cantante, che intona il ritornello “My
friend has got Aids, but he will be my friend forever” è accompagnato da
una chitarra elettrica.
Le ragazze di etnia Nyanja e Chewa, appartenenti alle
confessioni evangeliche insediatesi sul lago già ai tempi del mitico
esploratore Livingstone, intonano più volentieri cori e gospel, il cui
contenuto recita più o meno così: “Astieniti dal sesso! Se non ce la fai,
usa il preservativo e sottoponiti al test".
Infine, a qualche chilometro di
distanza, i giovani Yao (convertiti all’Islam tra il XVII e il XIX sec. e alleati
degli arabi nel commercio degli schiavi), realizzano danze e performance
teatrali tradizionali. Se un tempo queste rappresentazioni erano dedicate all’esaltazione
della
natura e delle virtù di re, ora sono strumenti indispensabili per veicolare le
informazioni sull’Hiv, specie nelle comunità rurali dove la popolazione è
analfabeta.
Allo stesso tempo, sono un mezzo efficace per scaricare le
tensioni, dialogare con l’altro (spiriti e stranieri) nel tentativo di esorcizzare
il male. In
poche parole, si tratta di risposte culturali a fenomeni che sfuggono al
controllo sociale: siccità ed inondazioni, raccolti perduti e un virus che
dilaga incontrollato.
Recentemente, anche le Nazioni
Unite hanno compreso che i programmi sull’Aids debbono tenere in considerazione
le caratteristiche della cultura locale e far ricorso a canali comunicativi
condivisi, capaci di rendere il messaggio decifrabile anche a una popolazione
illetterata.

Il
District Commissioner di
Mangochi, Mister Lovemore, porta al polso un orologio d’oro placcato e veste
sempre in giacca e cravatta. Si reca spesso a Lilongwe per ricevere direttive
per l’amministrazione di un distretto dimostratosi un po’ turbolento (nel 2003
vennero arrestati presunti membri di Al Qaida, sospettati di aver dato fuoco
alla sede dell’organizzazione
Save the
Children).
Se il signor Lovemore rappresenta
il governo centrale, il potere locale è nelle mani dell’autorità tradizionale
e
del consiglio dei capi. Sceicchi, guaritori tradizionali e circoncisori completano
il quadro delle figure di spicco del villaggio: questi ultimi godono di
particolare prestigio, in quanto sono loro a gestire i rituali di iniziazione.
Quello femminile prevede una segregazione collettiva al
termine della quale l’inizianda è trasformata in “donna nuova”. Durante questo
periodo, le ragazze si sottopongono ad interventi di modificazione genitale e
alla deflorazione rituale, mentre le istruttrici impartiscono gli insegnamenti
per un corretto comportamento sessuale. Alla fine, gli abitanti del villaggio
organizzano una grande festa per celebrare la consacrazione alla nuova vita. I
ragazzi, invece, diventano adulti dopo essersi sottoposti alla circoncisione,
definita
Jando, in riferimento alla capanna in cui sono rinchiusi per
3-4 settimane. Vari studi
hanno
individuato proprio in questi rituali la principale sfida per gli interventi di prevenzione e cura
dell’Aids, in quanto le pratiche a questi collegate sarebbero particolarmente
rischiose dal punto di vista sanitario.
Una di queste prescrive
ai nuovi iniziati rapporti casuali tra loro e l’obbligo per le ragazze,
dopo la prima mestruazione, di fare sesso con un uomo - il fisi - pagato
per pulirle dalla “polvere” accumulata (sexual cleansing).
La ragazza sottoposta al
sexual cleansing non potrà
neanche scegliere il marito; verrà anzi data in sposa ad un uomo più anziano (
sugar
daddy), poligamo, in cambio di una piccola somma alla famiglia. Come hanno
sottolineato alcune rappresentanti della Campagna
Stop Female Genital
Mutilation, “è difficile parlare di rispetto per la cultura, se non si
rispettano i diritti umani. Difficilmente questi verranno riconosciuti senza
l’avvio di politiche democratiche”
Gli abusi sono legati a costumi e
pratiche diffuse e accettate, come il property grabbing, per cui la
donna vedova o divorziata è privata di ogni bene dai parenti del marito ed è
costretta a prostituirsi. Inoltre, prima e dopo la sepoltura del marito, dovrà
avere rapporti sessuali con il cognato, che prenderà in eredità tutti i beni
del fratello. Alle donne sterili, invece, il sing’anga (medico
tradizionale) richiederà una prestazione sessuale come parte del processo
curativo.
Ciò spiega perché la percentuale
di infezione da Hiv nelle donne in età riproduttiva è superiore a quella degli
uomini. Nel caso scoprano la propria sieropositività, sono abbandonate dai
partner e cacciate dal villaggio. Non sono rari i casi di persone che si sono
tolte la vita dopo essere risultate positive al test, anche per timore del
giudizio della comunità.
Il governo malawiano ha compiuto timidi
sforzi per combattere gli abusi verso le donne. Nella maggior parte dei casi,
queste dichiarano di aver contratto l’Hiv
dai propri mariti che si rifiutano di utilizzare il preservativo, sostenendo
che “non si può mangiare una caramella incartata”. Il suo uso è osteggiato
dalle chiese e da una parte della popolazione che crede sia il preservativo a
trasmettere l’Aids. Per le prostitute, questo significa che il compenso varia
notevolmente per una prestazione con o senza preservativo. Di qui gli alti
indici di contagio tra le professioniste del sesso e tra chi è costretta a
vendere il proprio corpo in cambio di cibo.

Oggi, però, le cose stanno cambiando e molte
organizzazioni si aprono al dialogo con la realtà locale e i suoi rappresentanti.
Il dottor Salange, un guaritore tradizionale molto rispettato nel distretto di
Mangochi, sa bene che l’Aids non è stregoneria e che servono ben altro che erbe
e infusi per trattarlo. Il gruppo più
attivo in questo senso è rappresentato dalle Waga, le Donne contro l’Aids. La
loro leader,
Mai Mafuta, è una signora minuta che è facile incontrare
alla farmacia dell’ospedale centrale di Mangochi carica delle poche medicine
disponibili, che distribuirà porta a porta nei villaggi. In Malawi l’accesso ai
farmaci è un lusso per pochi:ogni anno il Paese perde i
membri più attivi della società e con essi le possibilità di sviluppo. Un
circolo vizioso, perché i campi vengono abbandonati, la produzione agricola
crolla e nella fame attecchisce il virus. L’aspettativa di vita nei paesi
dell’Africa sub-sahariana arriva a 47 anni, che diventano 37 in Malawi.
In un
contesto come questo, le pratiche culturali sono un’arma a doppio taglio: se da
un lato rappresentano uno strumento di resistenza dal basso, dall’altro
diventano letali in una situazione di degrado socio-ambientale, mantenuta e alimentata
da un sistema corrotto