23/02/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli ex mujaheddin manifestano a Kabul per l'amnistia sui crimini di guerra
C’erano tutti: Abdul Rasul Sayyaf, Islamil Khan, Abdul Rashid Dostum, Karim Khalili, Burhanuddin Rabbani e Mohammed Qasim Fahim. Tutti i principali protagonisti, e responsabili, di venticinque anni di guerre, stragi, crimini e orrori costati la vita a quasi due milioni di afgani.
 
La manifestazione allo stadioUna legge per l’impunità. Questa mattina sono arrivati allo stadio di Kabul – quello dove i talebani lapidavano le donne e impiccavano la gente – a bordo di lussuosi fuoristrada blindati, circondati dalle rispettive guardie del corpo e attorniati da migliaia di sostenitori ed ex combattenti mujaheddin. Almeno trentamila persone, riunitesi per chiedere al presidente Karzai di firmare la controversa legge d’amnistia appena approvata dal parlamento afgano. Una legge che, in nome della “riconciliazione nazionale”, metterebbe al riparo da ogni processo per crimini di guerra proprio loro: quegli ex comandanti mujaheddin che negli anni ’80 hanno guidato la resistenza antisovietica, che negli anni ’90 si sono fatti la guerra tra di loro e che dal 1997 si sono uniti nell’Alleanza del Nord per combattere i talebani. Una legge votata da loro stessi che oggi – invece di essere davanti a un tribunale internazionale – siedono tutti nel “democratico” parlamento e nel governo del “nuovo Afghanistan”. Ci sono entrati nel 2005 con la benedizione degli Usa, che li hanno voluti ricompensare per i servigi resi contro i nemici di ieri e di oggi, e che sono stati disposti a chiudere un occhio sui loro crimini e sul loro integralismo islamico che nulla ha da invidiare a quello dei talebani (per la cronaca: anche il mullah Omar e il suo alleato Gulbuddin Hekmatyar beneficerebbero dell’amnistia).
 
La manifestazione allo stadioIeri alleati, oggi non più. Ma dal 2005 a oggi il vento in Afghanistan è girato. Il prolungarsi e l’inasprirsi dell’occupazione militare straniera sta generando una crescente ostilità verso gli Usa e la Nato in tutta la popolazione afgana e anche in questi “signori della guerra”, ancora oggi a capo di potenti eserciti privati. “Morte all’America!”, “Morte ai nemici dell’Afghanistan!”, “Morte ai nemici dell’Islam!” erano gli slogan scanditi oggi dai loro 30 mila sostenitori allo stadio di Kabul. Gente che fino a pochi anni fa urlava “Morte ai talebani” mentre dava ai B-52 statunitensi le coordinate per colpire le loro linee. Oggi una saldatura tra talebani e mujaheddin, un’alleanza contro il nuovo nemico comune, l’infedele invasore occidentale, è qualcosa di più che una probabilità. Da tempo sono in corso contatti e trattative tra gli emissari del mullah Omar e quelli dei comandanti dell’ex Alleanza del Nord: se dovessero andare a buon fine, il risultato sarebbe un’insurrezione armata generale contro il governo Karzai e le truppe Nato estesa a tutto il territorio afgano, da Kabul a Herat, da Kandahar a Mazar-i-Sharif.
Dalla manifestazione di oggi è giunto un chiaro monito: se il presidente Hamid Karzai dovesse cedere alle pressioni delle Nazioni Unite e delle organizzazioni per i diritti umani internazionali – che gli chiedono di non firmare un’amnistia che sarebbe un ‘colpo di spugna’ su 25 anni di crimini di guerra – i comandanti mujaheddin di tutto il paese potrebbero decidere di far valere le loro ragioni con l’unico argomento che conoscono: il kalashnikov. Karzai lo sa bene e per questo – al di là dei tentennamenti di facciata – non potrà far altro che impugnare la stilografica e firmare l’amnistia.
 

Enrico Piovesana

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