14/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Mentre diminuiscono gli aiuti ai Paesi poveri, aumentano le spese militari

Madre etiope con bambino Le armi fruttano più degli aiuti al terzo mondo, e il terzo mondo ne approfitta per spendere più in armi che in interventi sociali, per la sanità o l'istruzione. Mentre l'organizzazione umanitaria Oxfam rivela in un rapporto che entro il 2015 moriranno più di 45 milioni di bambini perché i Paesi ricchi non stanzieranno le risorse sufficienti ad arginare la crescente povertà, gli stessi Paesi ricchi, che contano solo il 16% della popolazione della Terra, sono responsabili del 75% del totale delle spese militari mondiali. Il mercato delle armi non cede, negli ultimi anni è in costante crescita. I dati relativi al 2003 mostrano un incremento dell'11% rispetto al 2001, quasi il doppio rispetto al 6,5 % del 2002. In due anni il 18% in più di spese militari, nonostante il 2003, e tutto sommato il biennio scorso, registrino il minor numero di conflitti dalla fine della Guerra Fredda sino ad oggi.

Obiettivi e buone intenzioni. Entro il 2015 si vorrebbe ridurre a metà la fame, la povertà estrema e la mortalità infantile, dare a tutti l'opportunità di un'istruzione primaria, promuovere l'uguaglianza tra i generi e concedere maggiore autorità alle donne, migliorare le condizioni delle madri, vincere piaghe quali Aids, malaria e altre malattie, assicurare la sostenibilità ambientale, valorizzare un'alleanza globale per lo sviluppo. Sono gli obiettivi del millennio per lo sviluppo, parole che davanti alla prova dei fatti mostrano più di un filo di retorica. Le spese per la difesa infatti sono dieci volte superiori ai fondi ufficiali per l'aiuto allo sviluppo.
 
Soldato e bambiniObiettivi e realtà. Gli obiettivi del millennio per lo sviluppo sono stati sottoscritti dai 189 membri dell'Onu. Ma non saranno raggiunti facilmente se le risorse andranno ad alimentare il mercato e il trasferimento di armi.
Il presidente della banca Mondiale ha dichiarato che sussiste "un fondamentale squilibrio" tra i costi per la difesa e gli sforzi destinati ai sussidi agricoli e agli aiuti allo sviluppo. Secondo il rapporto per il 2004 sullo sviluppo umano dell'Onu, i contributi erogati nel 2002 dai Paesi del Comitato di assistenza allo sviluppo dell'Osce si aggiravano sui 58 miliardi di dollari, circa 65 dollari a persona. In media, per ogni Paese, significava devolvere lo 0,23% del Pil, contro lo 0,33% per il 1990. Un trend che precipita per il sostegno al terzo mondo, un trend che prende il volo per gli investimenti in armi. Nel 2003, gli americani hanno speso 1200 dollari pro capite per l'esercito, 46 per gli aiuti ufficiali; l'Europa, rispettivamente 358 dollari contro 61. L'Italia destina ad aiuti per lo sviluppo solo lo 0,20% del Pil del 2002, contro lo 0,31% del 1990. Per ogni cittadino italiano ci sono 37 dollari assegnati in aiuti per il resto del mondo. Nel 2003, le spese militari italiane si contano intorno ai 28 miliardi di dollari, circa 450 dollari a persona. Solo in minima parte, circa un quarto, gli aiuti dei Paesi ricchi sono stati indirizzati al terzo mondo. Le spese militari mondiali sono state pari a 956 miliardi di dollari, di cui quasi la metà impiegati dagli Stati Uniti. Ora, il costo per il raggiungimento degli obiettivi del millennio è di 760 miliardi di dollari, ripartito in 210 miliari per permettere a tutti l'accesso ad acqua potabile, 250 miliardi per la riduzione della mortalità infantile, 300 miliardi per l'educazione. La spesa per il traffico d'armi in un anno è maggiore rispetto a quanto sarebbe sufficiente per centrare gli obiettivi del millennio. Se il 10% delle spese militari fosse convogliato verso i fondi per lo sviluppo, i bisogni impellenti che attanagliano il mondo sarebbero soddisfatti.
 
 Il mondo e il traffico di armi. I bisogni si traducono in problemi e obiettivi per lo sviluppo. L'unico a beneficiare di sviluppo è, però, il commercio di armi. Le vendite lievitano: 192 miliardi di dollari nel 2002, il 14% in più del 2001. Ciò rappresenta lo 0,5% circa del commercio mondiale. Tra il 1999 e il 2003, l'80% dei trasferimenti di armi convenzionali è stato a solo appannaggio di Usa, Gran Bretagna, Russia, Francia e Germania. Mentre la situazione sta evolvendo in peggio, nel 2002 più di un miliardo di persone sopravviveva con meno di un dollaro al giorno, un bambino su cinque non terminava il ciclo di scuola primaria, 14 milioni di bambini restavano orfani a causa dell'Aids, 800 milioni di persone circa soffrivano di fame cronica e mezzo milione di donne morivano durante la gravidanza o il parto. Nel frattempo, il 66% del totale delle forniture di armi a livello internazionale, per un controvalore di 17 miliardi di dollari, veniva trasferito in Asia, Medio Oriente, Africa e Sud America. Il 90% di queste armi era stato prodotto dai cinque membri permanenti dell'Onu, Usa, Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna. Il peso del traffico d'armi si è così abbattuto sul terzo mondo. Sette Paesi sottosviluppati hanno dato più per l'esercito che per la sanità e l'educazione sommate insieme: Oman, Siria, Myanmar (ex-Birmania), Sudan, Pakistan, Eritrea, Burundi. Quattordici paesi hanno investito più sugli armamenti che sui settori dell'istruzione o della sanità, presi singolarmente: Cambogia, Cina, Sri Lanka, Iran, Arabia Saudita, Giordania, Turchia, Etiopia, Rwanda, Angola, Nigeria, Sierra Leone, Guinea Bissau, Ecuador. In giro per il mondo ci sono oggi 639 milioni di armi leggere; ogni giorno ne vengono prodotti 8 milioni. Amnesty International, Oxfam e Iansa (Rete internazionale d'azione sulle armi leggere) hanno lanciato nell'ottobre scorso la campagna per il controllo delle armi, affinché si arrivi all'accordo per un Trattato sul commercio di armi. "Senza un controllo severo," si legge nel comunicato di Oxfam "le armi continueranno a stimolare violenti conflitti, la repressione di stato, il crimine e gli abusi domestici". "La vita delle persone" commenta Barbara Stocking, direttrice di Oxfam "non avrà pace e sarà sempre rovinata da queste armi impugnate dalle mani sbagliate".
 
Vittima del macheteIn Africa. L'Africa rappresenta il teatro privilegiato per la proliferazione delle armi leggere, le vere armi di distruzione di massa. Un dossier dell'agenzia Fides segnala diversi punti chiave della condizione drammatica del continente, dove si riciclano vecchi armamenti da arsenali occidentali in corso di rinnovamento, da arsenali smantellati in conflitti recenti o durante la Guerra Fredda. Sul mercato africano arrivano anche nuovi sistemi di produzione, per accontentare le milizie mercenarie arruolate dai Paesi che, indeboliti, non riescono a difendere le risorse minerarie con l'esercito regolare. Anche le multinazionali si appoggiano a soldati di ventura per scatenare conflitti locali tra forze ribelli e mantenere licenze e contratti di estrazione. I recenti scontri tra Rwanda, Congo e Uganda ne sono la prova: la zona è ricca di coltan, utilizzato dall'industria telefonica, e di recente sono emersi giacimenti petroliferi finora trascurati. In Africa, c'è chi lucra sul commercio di armi fomentando le guerriglie regionali e c'è chi la vede come campo di prova per ridisegnare gli equilibri geopolitici, in particolare Usa e Francia. "Le armi in circolazione vanno ad alimentare circuiti illegali che riforniscono violenze e delinquenza", si legge nel dossier Fides "Tuttavia la situazione è tragica, ma non disperata: da 100 milioni di pezzi si è passati a 30 milioni, il 5% di tutte le armi in circolazione nel mondo. Sono stime che rendono possibile l'attuazione di programmi di disarmo".
Detriti di Ground Zero
Relazioni allarmanti. Al prezzo di un aereo da combattimento supersonico, circa 47 milioni di dollari, si potrebbero allestire 40 mila farmacie da villaggio e si potrebbero salvare 213 mila bambini affetti da Aids.
Per salvare un neonato affetto da Aids in Africa, con un trattamento completo di cura bastano 169 dollari, compresi gli alimenti.
Ma non è finita: con l'1% della spesa militare mondiale l'agricoltura dei Paesi a basso reddito potrebbe accrescere la produzione mediante l'acquisto di attrezzature migliori, e permettere così un regime di autosufficienza per 20 anni.
Armi, vita, speranza e morte: tutto pare collegato. I 100 miliardi di dollari spesi per la guerra in Iraq basterebbero a guarire 1,5 milioni di bambini iracheni da infezioni gastrointestinali. Oltre gli esseri umani, la guerra in Iraq sta avendo un prezzo alto soprattutto in termini di denaro e armamenti: i principali titoli dell'industria degli armamenti hanno guadagnato dal 20% all'80%, a Wall Street, nei mesi successivi alla tragedia dell'11 settembre.
 
Red
Categoria: Armi