23/02/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Ottomila implicati nel genocidio Tutsi in libertà, il Paese si spacca
La notizia era attesa da settimane, ma non per questo l’effetto è stato meno dirompente. Nei giorni scorsi, le autorità ruandesi hanno liberato ottomila prigionieri coinvolti nel genocidio del 1994, in occasione del quale le milizie Interahamwe massacrarono, in meno di cento giorni, più di 800 mila persone tra Hutu moderati e Tutsi. Una decisione, quella della liberazione, presa per decongestionare le carceri e favorire la riconciliazione ma che, visti i precedenti, preoccupa i sopravvissuti al genocidio. A 13 anni dalla tragedia, il Ruanda si trova ancora a fare i conti col passato.
 
Prigionieri ruandesiLiberazioni. Dal 2003, anno in cui il presidente Paul Kagame decise di liberare a scaglioni parte delle persone coinvolte nel genocidio, 60 mila persone sono state rilasciate. Secondo il governo, la maggior parte di queste sarebbero state liberate per questioni di salute o di età, “ma tra di loro ci sono anche persone già condannate, che hanno scontato buona parte della pena, e altre in attesa di giudizio, che hanno però confessato i loro crimini e chiesto perdono”, riferisce a PeaceReporter Arthur Asiimwe, giornalista ruandese contattato telefonicamente. I beneficiari non sono comunque tra gli imputati di primo livello, quelli cioè resisi responsabili dei maggiori crimini, assicurano le autorità. La liberazione dei prigionieri ha suscitato molte perplessità tra le famiglie delle vittime del genocidio, che temono per la propria incolumità. “E’ successo che, in passato, alcune centinaia di persone tra quelle liberate abbiano ucciso testimoni scomodi o distrutto le prove della loro colpevolezza – continua Asiimwe – per questo il provvedimento suscita preoccupazione. C’è anche la possibilità che alcuni degli ex-prigionieri vogliano vendicarsi di chi, testimoniando, ha contribuito alla loro condanna, anche se è una possibilità remota”.
 
Gacaca. L’eredità giudiziaria del genocidio non si è ancora conclusa. I responsabili, o presunti tali, dei massacri, sono stati divisi in tre gruppi: un primo gruppo è finito ad Arusha, in Tanzania, dove ha sede il Tribunale Internazionale per il Ruanda organizzato dalle Nazioni Unite, il quale ha finora condannato 26 tra i più alti responsabili del genocidio e che dovrebbe cessare le attività nel 2008.
Altri sono stati giudicati dai tribunali statali ruandesi, altri ancora dalle corti gacaca, sorta di tribunali popolari creati per affrontare i casi meno eclatanti con procedure giudiziarie più veloci, visto che alcuni imputati hanno dovuto attendere in carcere più di dieci anni prima di essere processati. “Le corti gacaca sono state molto criticate – prosegue Asiimwe – perché chi le componeva erano capi villaggi e anziani, e non avvocati o giudici. Ma è anche vero che hanno permesso a tutti di avere un processo, togliendo molte responsabilità al sistema giudiziario statale che era arrivato al collasso”.
 
Resti di vittime del genocidioRiconciliazione. A riaprire antiche ferite ha contribuito, lo scorso novembre, la decisione di un giudice francese di incriminare alcuni fedelissimi dell’attuale presidente ruandese Paul Kagame per l’assassinio del presidente Juvenal Habyarimana nell’aprile 1994, assassinio che scatenò il genocidio. Kagame non ha apprezzato la decisione, arrivando a rompere lo scorso novembre le relazioni diplomatiche con la Francia e accusandola di connivenza con il regime Hutu, responsabile della pianificazione del genocidio. Ma a parte le dispute sul ruolo di Parigi nella tragedia del 1994, all’interno del Paese il processo di riconciliazione prosegue bene, soprattutto grazie al lavoro fatto dalle autorità sui giovani. “E’ molto soddisfacente sentire la gente non definirsi più Hutu o Tutsi, ma ruandese – conclude Asiimwe – perché solo questo permetterà una vera riconciliazione. E’ stato fatto un ottimo lavoro di educazione soprattutto con le giovani generazioni, quelle che non hanno vissuto il genocidio. Solo così il Ruanda potrà assicurarsi un futuro di pace”.

Matteo Fagotto

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