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Liberazioni. Dal
2003, anno in cui il presidente Paul Kagame decise di liberare a scaglioni
parte delle persone coinvolte nel genocidio, 60 mila persone sono state
rilasciate. Secondo il governo, la maggior parte di queste sarebbero state liberate
per questioni di salute o di età, “ma tra di loro ci sono anche persone già
condannate, che hanno scontato buona parte della pena, e altre in attesa di
giudizio, che hanno però confessato i loro crimini e chiesto perdono”,
riferisce a PeaceReporter Arthur
Asiimwe, giornalista ruandese contattato telefonicamente. I beneficiari non
sono comunque tra gli imputati di primo livello, quelli cioè resisi
responsabili dei maggiori crimini, assicurano le autorità. La liberazione dei
prigionieri ha suscitato molte perplessità tra le famiglie delle vittime del
genocidio, che temono per la propria incolumità. “E’ successo che, in passato,
alcune centinaia di persone tra quelle liberate abbiano ucciso testimoni
scomodi o distrutto le prove della loro colpevolezza – continua Asiimwe – per
questo il provvedimento suscita preoccupazione. C’è anche la possibilità che
alcuni degli ex-prigionieri vogliano vendicarsi di chi, testimoniando, ha
contribuito alla loro condanna, anche se è una possibilità remota”.
Riconciliazione. A
riaprire antiche ferite ha contribuito, lo scorso novembre, la decisione di un
giudice francese di incriminare alcuni fedelissimi dell’attuale presidente ruandese
Paul Kagame per l’assassinio del presidente Juvenal Habyarimana nell’aprile
1994, assassinio che scatenò il genocidio. Kagame non ha apprezzato la
decisione, arrivando a rompere lo scorso novembre le relazioni diplomatiche con
la Francia e accusandola di connivenza con il regime Hutu, responsabile della
pianificazione del genocidio. Ma a parte le dispute sul ruolo di Parigi nella
tragedia del 1994, all’interno del Paese il processo di riconciliazione
prosegue bene, soprattutto grazie al lavoro fatto dalle autorità sui giovani.
“E’ molto soddisfacente sentire la gente non definirsi più Hutu o Tutsi, ma
ruandese – conclude Asiimwe – perché solo questo permetterà una vera
riconciliazione. E’ stato fatto un ottimo lavoro di educazione soprattutto con
le giovani generazioni, quelle che non hanno vissuto il genocidio. Solo così il
Ruanda potrà assicurarsi un futuro di pace”.Matteo Fagotto